Palazzo dei Diamanti ospita fino al 10 gennaio oltre 120 capolavori dal Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, un itinerario che segue passo dopo passo la dissoluzione del reale, dalla luce naturalista di Barbizon fino all’astrazione di Kandinsky e Mondrian, con un allestimento che accompagna il visitatore
“Da Monet a Van Gogh a Kandinsky“, allestita a Palazzo dei Diamanti di Ferrara fino al 10 gennaio 2027, è una mostra che racconta un pensiero. Il titolo, quasi un percorso indicato con tre tappe, promette molto meno di quanto la mostra effettivamente offra: non tre nomi ma un’intera generazione di artisti che, in meno di ottant’anni, hanno smontato pezzo per pezzo il modo in cui la pittura occidentale guardava il mondo.
Curata da Sandra Kisters e Vasilij Gusella, l’esposizione nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Ferrara Arte, il Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam e le Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara. Il museo olandese, che nonostante un incendio ottocentesco che ne distrusse buona parte delle collezioni resta oggi uno dei più ricchi dei Paesi Bassi, presta a Ferrara il nucleo principale delle oltre 120 opere in mostra, affiancate da prestiti italiani pubblici e privati, tra cui il Museo Giovanni Boldini della stessa città.
Il paesaggio come chiave di lettura
Al centro di tutto sta il paesaggio, inteso nella sua doppia natura di spazio agreste e di scenario urbano. È attraverso questo tema, apparentemente semplice, che i curatori scelgono di leggere una trasformazione ben più ampia, quella del rapporto tra l’artista e ciò che vede. Nell’Ottocento la natura è ancora un dato da osservare e trascrivere con fedeltà. Nel giro di poche decadi diventa invece pretesto, superficie su cui proiettare emozioni, ricordi, stati d’animo che nulla hanno più a che fare con la fedeltà ottica.
Il percorso, articolato in nove sezioni, prende le mosse dalla Scuola di Barbizon e dalla sua pratica della pittura en plein air, un gesto che in Italia trova eco nei macchiaioli e nel loro linguaggio fondato sui rapporti tra luce e colore. Da qui l’impressionismo francese spinge ulteriormente la ricerca verso la percezione dell’istante e la vibrazione cromatica, mentre in Olanda la Scuola dell’Aia coltiva una sensibilità più sobria, fatta di cieli mutevoli e di un’atmosfera quasi tattile.
Verso la dissoluzione della forma
A partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento la strada si biforca ulteriormente. Postimpressionisti e divisionisti, questi ultimi particolarmente attenti in Italia alla scomposizione della luce, cominciano a slegare forma e colore dal vincolo della somiglianza. Lo spazio si piega a esigenze simboliche ed emotive, e l’immagine comincia a raccontare qualcosa che va oltre ciò che semplicemente si vede.
È in questo clima che la modernità urbana fa irruzione con tutta la sua energia. Il futurismo celebra il dinamismo delle metropoli nascenti, mentre il cosiddetto ritorno all’ordine riporta in auge la misura classica, quasi a bilanciare l’accelerazione con un richiamo alla tradizione. Sono correnti opposte ma coeve, segno di un’epoca che non procede mai in linea retta.
Il traguardo, per chi percorre le sale fino in fondo, è l’astrazione. Con Kandinsky e Mondrian la realtà non scompare all’improvviso, si assottiglia progressivamente fino a lasciare spazio a un linguaggio fatto solo di linee, forme e colori, capace di evocare una dimensione interiore prima ancora che visiva.
I protagonisti e un allestimento che si fa sentire
Sfilano in mostra alcuni dei nomi più importanti della pittura europea tra Ottocento e Novecento: Gustave Courbet, Claude Monet, Berthe Morisot, Camille Pissarro, Pierre-Auguste Renoir, Alfred Sisley, Edgar Degas, Paul Gauguin, Vincent van Gogh, Jacoba van Heemskerck, Paul Signac, Odilon Redon, Pablo Picasso, Pierre Bonnard, Édouard Vuillard, Wassily Kandinsky e Piet Mondrian. Accanto a loro trovano posto i maestri italiani, da Giovanni Fattori a Telemaco Signorini, da Giuseppe Pellizza da Volpedo a Giovanni Segantini, fino a Gaetano Previati, Giovanni Boldini, Umberto Boccioni e Mario Sironi.
A rendere l’esperienza ancora più immersiva contribuisce il progetto “Dalla natura vissuta al paesaggio interiore”, un percorso multisensoriale che affianca alle opere suoni e odori pensati per quattro sale specifiche, evocando di volta in volta la natura, la percezione del paesaggio, la vita sociale della città moderna e infine il passaggio verso l’interiorità. Anche l’allestimento partecipa al racconto, con una variazione cromatica progressiva delle pareti scandita da cinque portali luminosi che accompagnano visivamente il visitatore lungo la stessa parabola raccontata dai quadri.
