Flea torna ai primi amori: jazz e tromba per il debutto solista

Flea Gus Van Sant

A 63 anni il bassista dei Red Hot Chili Peppers pubblica “Honora”, un grido di libertà artistica e un lavoro ricco di sfumature

Ci sono voluti oltre quarant’anni di carriera insieme ai Red Hot Chili Peppers, due anni di esercizio quotidiano alla tromba nel bel mezzo di un tour negli stadi, e una promessa fatta a se stesso. Ma alla fine Flea ce l’ha fatta. Oltrepassati i 60 anni, esce “Honora”, il suo primo album solista (nel 2012 un “assaggio” con l’Ep “Helen Burns”).

E non è un disco di rock. È jazz. Quello che sognava di suonare da quando era bambino e ascoltava Dizzy Gillespie, Miles Davis e Clifford Brown come fossero divinità. Un cerchio che finalmente si chiude.

E il suono che ne esce è sorprendentemente bello. Per niente esibizionistico (per come è abituato con i RHCP), e seppur senza un focus centrato, l’album è a tratti meditativo e ambient, fonde jazz contemporaneo (si sente l’apprezzamento per “The Way Out of Easy” di Jeff Parker), post-bop, impulsi minimali, impro, passaggi morbidi e cosmici.

Un sogno che nasce in un salotto

Tutto comincia in un salotto. Da piccolo, Flea guarda alcuni amici di famiglia suonare jazz insieme a casa sua. “È stata la cosa più bella che abbia mai visto”, racconta. “La follia, il calore e l’unità. Bebop puro. Capii che esistevano cose più elevate su questa terra”.

Da quel momento, la tromba diventa il suo sogno segreto. Ma la vita ha altri piani. Il suo migliore amico Hillel Slovak gli chiede di imparare il basso e unirsi alla sua rock band. Flea ha sedici anni, dice di sì, e il resto, come si dice, è storia. Decenni di sold out, Grammy, dischi di diamante. E la tromba rimane in un cassetto.

Poi, nel 1991, sul set del film di Gus Van Sant “Belli e dannati”, Flea sussurra a un amico: “Voglio registrare un album strumentale con groove ipnotici e melodie psichedeliche”. Ci vorranno trentacinque anni per farlo davvero.

Due anni di scale ogni giorno (in tour con gli Chili Peppers)

Avvicinarsi ai sessanta ha una strana magia. Concentra i pensieri. Flea capisce che se non riprende in mano la tromba adesso, non lo farà mai più. Così inizia ad allenarsi ogni giorno per due anni, nel bel mezzo di un tour mondiale negli stadi, con una moglie e un neonato ad aspettarlo a casa. Ha pure studiato con Rickey Washington, padre di Kamasi.

La sfida è enorme. E la paura, confessa, è reale: che i musicisti jazz che ha messo insieme per l’album, veri fuoriclasse, possano considerarlo “un fottuto incapace, un rocker fasullo o un fan”. Spoiler: non è andata così. “Si sono rivelate tutte persone sinceramente solidali”, dice. “Sedersi in una stanza e suonare con loro mi faceva sentire come se fossi sotto l’effetto di droghe. Ero euforico, in trip, fluttuavo per lo studio”.

La band dei sogni e le voci degli amici

“Honora”, che prende il nome da un amato membro della sua famiglia, è un disco costruito con cura artigianale. Flea compone, arrangia, suona tromba e basso. Attorno a lui, un ensemble di lusso: il sassofonista e produttore Josh Johnson, il chitarrista Jeff Parker dei Tortoise, la bassista Anna Butterss e il batterista Deantoni Parks.

Le voci? Solo amici stretti. Thom Yorke e Nick Cave. Niente di meno. Completano il quadro Mauro Refosco (già con David Byrne e gli Atoms for Peace) e Nate Walcott di Bright Eyes. Oltre ai passaggi degli amici e sodali John Frusciante e Chad Smith.

Il repertorio mescola sei brani originali a cover inaspettate: “Maggot Brain” dei Funkadelic, “Wichita Lineman” di Glen Campbell (cantata da Nick Cave), “Thinking About You” di Frank Ocean, “Willow Weep for Me” di Ann Ronell. Materiale eterogeneo, ma nelle mani di questa band tutto confluisce in un contesto nuovo e coerente.

“Traffic Lights”: quando Flea chiama Thom Yorke

Il primo singolo, “Traffic Lights”, nasce quasi per caso. Flea e Deantoni Parks lo registrano il primo giorno di sessioni. “Qualcosa del pezzo mi ha ricordato gli Atoms for Peace”, racconta Flea. “Così l’ho mandato a Thom, pensando che fosse un ritmo e una sensibilità con cui avrebbe potuto identificarsi. Avevo ragione”.

Yorke risponde con una melodia e un testo che parla di vivere in un mondo “capovolto” e di come trovare un senso in mezzo al caos. “È semplicemente il più caloroso, spontaneo e improvvisatore figlio di pu***na che ci sia”, chiosa Flea, con l’affetto inequivocabile di chi parla di un fratello.

Un grido di libertà

L’ultimo brano del disco si chiama “Free As I Want to Be”. Una dichiarazione, un mantra, quasi un manifesto: “I’m free as I want to be”. È il punto di arrivo naturale di un disco che è, prima di tutto, un atto di coraggio. Flea avrebbe potuto restare per sempre il bassista dei Red Hot Chili Peppers, e sarebbe comunque passato alla storia. Ha scelto invece di rischiare, di tornare bambino davanti a un sassofono in un salotto.