Direttamente dal Festival di Cannes, dove ha presieduto la giuria, il regista sudcoreano è arrivato a Milano per ricevere il Premio Omaggio al Maestro della Milanesiana, portando con sé il racconto del prossimo progetto cinematografico
Quando Park Chan-wook ha cominciato a fare film, negli anni Ottanta, la Corea del Sud viveva ancora sotto una dittatura militare, e lui era uno studente universitario con la testa piena di collera. “I giovani di tutta la Corea erano mossi dalla rabbia per il regime”, racconta il regista, e quella collera politica, diffusa e condivisa, gli ha tenuto compagnia a lungo, diventando la materia prima di un cinema che non ha mai smesso di guardare in faccia le contraddizioni della società.
L’autore della celebre Trilogia della Vendetta, ha raccontato a Milano, ospite tra gli eventi principali della 27esima edizione de La Milanesiana, che i primi film arrivarono con budget ridottissimi e con produttori che indicavano la strada: fare film violenti come quelli di Hong Kong, che andavano di moda, vendevano, e non lasciavano spazio a nient’altro. Park Chan-wook ha seguito quelle indicazioni fino a un certo punto, poi ha smesso. “Anche senza grandi risorse, se una persona vuole davvero creare, può farcela”, dice oggi, con la calma di chi ha già dimostrato che era vero.
Con l’età la rabbia non è sparita, si è trasformata. “Invecchiando è diventata preoccupazione”, ammette. La Corea del Sud ha vissuto uno sviluppo economico vertiginoso, e le disuguaglianze sono rimaste enormi, la politica sociale è insufficiente, il divario tra ricchi e poveri è diventato, nelle sue parole, “allucinante”.
Lo stesso tema, portato sullo schermo con ironia tagliente e violenza grottesca, è al centro di “No Other Choice”, il suo film più recente (il migliore del 2025), che ha trovato i finanziamenti in Corea dopo quindici anni di tentativi falliti a Hollywood. “Il cinema americano non è di destra, è anzi molto liberal”, precisa, “ma fare un film che critica il capitalismo con l’ironia non facilitava le trattative”.
Tre elementi che non mancano mai
“Quando faccio un film penso sempre a tre cose insieme: alla società, all’essere umano, e al genere”. È una formula che Park Chan-wook ripete come una bussola personale, il punto di riferimento che gli permette di tenere insieme intrattenimento e pensiero critico senza scivolare nella propaganda. Il genere, per lui, non è una concessione commerciale ma una condizione necessaria: un film deve intrattenere, deve coinvolgere chi guarda, altrimenti il messaggio rimane sospeso nel vuoto. La critica sociale viene dopo, ma deve essere radicata nella storia, nei personaggi, nel ritmo delle scene.
A tutto questo si aggiunge qualcosa di meno ovvio: l’ironia, intesa non come alleggerimento ma come amplificatore. “Non l’humour, che da solo non basta”, spiega. “Parlo di ironia, paradosso, grottesco, di quella combinazione strana che non serve ad attenuare la violenza né a renderla più accettabile, ma anzi a farla sentire ancora più forte, ancora più reale”. In “No Other Choice” questa tensione tra commedia nera e brutalità è portata all’estremo, fino all’assurdo kafkiano, con risultati che lui stesso definisce “straordinariamente strani”, con un sorriso che lascia capire quanto si sia divertito a costruirli.
Sull’arte che cambia il mondo
C’è però una domanda a cui Park Chan-wook fatica a rispondere con ottimismo: l’arte può davvero cambiare qualcosa? “Quando ci penso mi sento impotente”, confessa. “Forse se qualcuno cambia idea dopo aver visto un film, è perché era già predisposto a quel cambiamento”.
Una visione che potrebbe sembrare rassegnata, ma che lui trasforma subito in un principio etico: il fatto di non potere garantire risultati non esime nessuno dal dovere di fare del proprio meglio. “Soprattutto noi artisti abbiamo il dovere di mostrare il nostro pensiero con verità, senza che diventi propaganda di noi stessi”.
Sergio Leone, l’America e le origini della violenza
Il prossimo capitolo della filmografia di Park Chan-wook si intitola “The Brigands of Rattlecreek, e sarà un western girato in autunno negli Stati Uniti, con Matthew McConaughey nei panni di uno sceriffo che ha perso la famiglia per mano di una banda di fuorilegge guidata da Austin Butler. Un revenge thriller, dunque, fedele alla grammatica del genere che ha sempre percorso il suo cinema, ma stavolta ambientato nel Far West americano, il territorio per eccellenza in cui gli Stati Uniti hanno costruito il proprio mito e, insieme, le proprie fondamenta di violenza.
Il nome che torna con più forza, quando parla del film, è quello di Sergio Leone. “Voglio seguire le sue orme, perché lui nei suoi spaghetti western ha demistificato quel mito”, spiega. “Non posso andare oltre quello che ha fatto, non voglio imitare il suo stile, ma voglio cogliere il suo spirito”.
Accanto a Leone, nel pantheon personale del regista, c’è anche Dario Argento, citato con affetto quando ricorda la sua unica incursione nell’horror, “Cut”, episodio del film collettivo “Three… Extremes”, girato con il pensiero rivolto all’italiano: “Mi sono molto divertito”, rivela.
Milano, un posto familiare
Il regista, presidente della giuria del Festival di Cannes 2026, dove negli anni passati ha vinto il Gran Prix per “Old Boy”, il premio della giuria per “Thirst” e quella per la miglior regia per “Decision to Leave”, ha raccontato come Milano non sia una tappa di lavoro qualunque. Qualche anno fa ha vissuto qui per alcuni mesi, mentre realizzava un cortometraggio per Zegna, e la città gli è rimasta addosso. “Ho un legame con Milano”, dice semplicemente. “Spero di poterci fare una mostra fotografica, prima o poi”.
La fotografia è un’altra delle sue passioni dichiarate, un modo diverso di guardare che si sente anche nel cinema, in quell’attenzione quasi maniacale alla composizione dell’immagine che è una delle cifre più riconoscibili del suo stile. Con i suoi scatti, il regista sarà uno dei protagonisti dell’edizione 2026 de Les Rencontres d’Arles, l’importante festival della fotografia che si tiene annualmente nella cittadina provenzale.
La Milanesiana lo accoglie, oltre con una maratona di proiezioni e un incontro speciale, con il Premio Omaggio al Maestro, lo stesso riconoscimento consegnato l’anno scorso a Cristian Mungiu, il regista rumeno a cui Park Chan-wook ha appena consegnato, sulla Croisette, la Palma d’Oro.
