Dal 12 al 23 maggio la Croisette torna a ospitare i grandi del cinema d’autore mondiale. Ma quest’anno il festival si apre su uno scenario geopolitico più cupo del solito, e l’atmosfera che si respira tra i palazzi della Costa Azzurra è tutt’altro che leggera. Ecco quello che vale la pena sapere
Il Festival di Cannes non è mai stato davvero solo d’evasione, nonostante la patina di lusso e glamour che il mondo vi proietta sopra. Quest’anno, però, per la 79esima edizione, la tensione tra il cinema e la realtà esterna è più palpabile che mai: conflitti aperti, Hollywood assente, i grandi vecchi del cinema mondiale esclusi, e una selezione che guarda il mondo dritto negli occhi senza concedersi molti sorrisi. Eppure è proprio in questi momenti che Cannes diventa qualcosa di più di un festival: diventa uno specchio.
Il concorso, la giuria, la Palma
Ventidue film si contenderanno la Palma d’Oro che verrà assegnata il 23 maggio. Il concorso mette a confronto generazioni e geografie lontanissime: Pedro Almodóvar, Hirokazu Kore-eda, Asghar Farhadi, Paweł Pawlikowski, Ryusuke Hamaguchi e Cristian Mungiu rappresentano la solidità di un cinema d’autore ormai consacrato, mentre talenti più giovani come il belga Lukas Dhont e la francese Léa Mysius misurano le proprie ambizioni e la propria maturità artistica sul palcoscenico più importante del mondo.
Tra i titoli di cui si parla di più ci sono “Hope” della regista sudcoreana Na Hong-jin, con Michael Fassbender e Alicia Vikander, coppia anche nella vita reale, e “Sheep in the Box” di Kore-eda, che affronta il tema dell’intelligenza artificiale con la sensibilità familiare che contraddistingue il regista giapponese. A presiedere la giuria (tra i membri Demi Moore, Stellan Skårsgard, Chloé Zhao e Paul Laverty) sarà Park Chan-Wook, maestro coreano del thriller morale. Per l’Italia nessun film in concorso, nessun giurato.
Hollywood si defila
Una delle assenze più rumorose di questa edizione del Festival di Cannes non riguarda un singolo film, ma un intero sistema: le major hollywoodiane non hanno scelto la Croisette per lanciare nessun blockbuster. Negli anni scorsi ci si era abituati all’arrivo di produzioni ad alto voltaggio, da Tom Cruise con “Mission: Impossible” a “Top Gun”, capaci di portare in riva al Mediterraneo quella miscela di spettacolo e gala che piace anche ai fotografi.
Quest’anno niente di tutto questo. Le ragioni sono molteplici: la pressione sui costi, la crescente preferenza delle grandi case di produzione per strategie di lancio più controllate e orientate ai social media, il timore che una stroncatura della critica a Cannes possa compromettere una campagna d’uscita, e infine, non ultimo, il clima internazionale, segnato da conflitti in corso che rendono difficile calcolare i rischi reputazionali di certe vetrine.
Le stelle sul red carpet
Al di là del concorso, il Festival di Cannes attira comunque una costellazione di nomi di prima grandezza. Scarlett Johansson e Adam Driver saranno presenti con “Paper Tiger”, attesissimo thriller diretto da James Gray, mentre Rami Malek interpreta il protagonista di “The Man I Love” di Ira Sachs. Javier Bardem (“El ser querido” di Rodrigo Sorogoyen), la norvegese Renate Reinsve (“Fjord” di Cristian Mungiu), Kristen Stewart e Woody Harrelson (“Full Phil” di Quentin Dupieux) porteranno film in anteprima sulla Costa Azzurra. Barbra Streisand e Peter Jackson riceveranno premi alla carriera.
Il ritorno di Zvyagintsev
Tra i ritorni più attesi e carichi di significato c’è quello di Andrey Zvyagintsev, il cineasta russo candidato all’Oscar per “Leviathan” e “Loveless”. Il suo percorso degli ultimi anni è stato segnato da vicissitudini drammatiche: quasi morto a causa del Covid, mesi di ospedale, poi la fuga dalla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022.
Il suo nuovo film, “Minotaur”, è il primo dal 2017 (“Leviathan” che fu premiato a Cannes e poi vinse il Golden Globe) e affronta con coraggio un tema estremamente delicato: la borghesia russa alle prese con la coscrizione militare agli inizi del conflitto. Un ritorno che è allo stesso tempo cinematografico e personale, e che la selezione in concorso trasforma in un gesto politico.
Il resto del mondo in selezione
Con l’Iran al centro delle notizie internazionali, “Rehearsals for a Revolution” di Pegah Ahangarani, dedicato alla repressione politica nel Paese, arriva al Festival di Cannes con una tempestività che nessuno avrebbe voluto. Dal continente africano arriva invece “Clarissa” dei fratelli gemelli Arie e Chuko Esiri, che rappresentano di nuovo Nollywood dopo il debutto ufficiale dell’anno scorso: selezionato nella Quinzaine des Réalisateurs, il film vede nel cast Ayo Edebiri, star di “The Bear”, e David Oyelowo.
Andy Garcia porta invece “Diamond”, un progetto a cui lavora da quindici anni e che definisce apertamente un film di cuore, più che di calcolo. In questo contesto di assenze illustri, c’è chi ha scelto Cannes proprio per osare. John Travolta si presenta sulla Croisette con il suo debutto alla regia: “Propeller One-Way Night Coach” racconta il viaggio di un giovane ragazzo nell’epoca d’oro dell’aviazione.
Werner Herzog dice no alla Croisette, e punta su Venezia
La notizia più curiosa e rivelatrice della vigilia non riguarda però un film in selezione, ma uno che non ci sarà. Werner Herzog, ottantatré anni e una filmografia che ha riscritto i confini del cinema moderno, ha declinato l’invito del Festival di Cannes per il suo nuovo “Bucking Fastard”. Il motivo è semplice e, a suo modo, tutto cinematografico: la direzione del festival gli aveva offerto un posto nella “Selezione ufficiale”, ma non nel concorso per la Palma d’Oro. Nell’universo dei grandi festival, questa distinzione conta moltissimo.
Essere nella selezione ufficiale senza essere in concorso significa essenzialmente passare inosservati: meno attenzione della stampa, meno visibilità internazionale, meno ricadute sulla distribuzione. Un portavoce della produzione ha fatto sapere che l’invito è stato “gentilmente declinato”. Il film, che ha nel cast le sorelle Kate e Rooney Mara nei panni di due gemelle alla ricerca di una terra immaginaria dove il vero amore sia possibile approderà invece a Venezia, dove già sarà il primo titolo annunciato in concorso per la Mostra del Cinema 2026.
La vicenda ricorda da vicino quella di Jim Jarmusch nel 2025: anche lui aveva rifiutato Cannes per lo stesso motivo, mandando “Father Mother Sister Brother” direttamente a Venezia, dove aveva poi vinto il Leone d’Oro.
