Fino al 27 settembre a Villa Giulia 130 opere per ripercorrere la carriera di uno degli intellettuali più originali del design italiano: dal Radical Design degli anni Settanta alle teorie postmoderne, passando per Alessi e una poetica fatta di provocazione, bellezza e pensiero critico

A Verbania, sul versante piemontese del lago Maggiore, Villa Giulia è uno spazio storico e raccolto, affacciato sull’acqua, lontano dal rumore delle grandi fiere del design. Ospita fino al 27 settembre una delle antologiche più complete mai dedicate ad Alessandro Mendini: centotrent’opere tra le più iconiche di una produzione sterminata, curate da Loredana Parmesani e organizzate dal Comune di Verbania in collaborazione con l’Archivio Alessandro Mendini, gestito dalle figlie Elisa e Fulvia.
Il titolo scelto, “Alessandro Mendini. Cose. Stanze come mondi”, non è casuale. Le stanze erano per Mendini un pensiero ricorrente, quasi un’ossessione affettuosa: luogo della riflessione e del riposo, del lavoro e dell’inquietudine, della quiete domestica e della turbolenza interiore. Ogni ambiente di Villa Giulia diventa così il palcoscenico di un singolo capolavoro, scelto in dialogo con le figlie, attorno al quale si dispongono disegni, oggetti, dipinti e testi che ne raccontano la genesi e il significato.
Un intellettuale del progetto
Alessandro Mendini nasce a Milano nel 1931 e muore nella stessa città nel 2019, dopo quasi novant’anni vissuti con una coerenza rara: quella di chi ha sempre considerato il design non una disciplina tecnica ma un atto culturale, politico, poetico. Architetto, designer, artista e critico, Mendini è stato soprattutto un teorico, un uomo capace di costruire idee prima ancora che oggetti.
La sua formazione si consolida nelle redazioni delle riviste più influenti del settore: dirige Casabella, poi Modo, poi Domus, trasformando ciascuna di quelle testate in un laboratorio di pensiero critico sul progetto contemporaneo. È lì che promuove il rinnovamento del design italiano, sostenendo le avanguardie, aprendo le pagine a voci scomode, rimettendo in discussione le certezze del funzionalismo.
Sul piano internazionale, la sua carriera assume proporzioni difficilmente riassumibili. Collabora con Alessi, Bisazza, Hermès, Philips, Kartell, Swatch, Venini, Cartier, e diventa consulente di grandi gruppi industriali in Estremo Oriente, da Samsung a LG, da Ramun al SPC Group. Con il fratello Francesco e il loro Atelier firma architetture che lasciano il segno in più continenti: le Fabbriche Alessi a Omegna, la piscina olimpionica di Trieste, le stazioni della metropolitana di Napoli, una torre ad Hiroshima, il Museo di Groningen in Olanda, un quartiere residenziale a Lugano, edifici ad Hannover e Lörrach, e in Corea del Sud il quartiere Posco a Seoul, la torre osservatorio a Suncheon, la pensilina per l’alta velocità nella stazione di Gwangju.
I riconoscimenti arrivano puntuali: tre Compassi d’Oro per il design, il titolo di Chevalier des Arts et des Lettres in Francia, il premio dell’Architectural League di New York, l’European Prize for Architecture 2014 a Chicago. Le lauree honoris causa gli vengono conferite a Milano, Parigi, Wroclaw e Seoul. È membro onorario della Bezalel Academy of Arts and Design di Gerusalemme. Suoi lavori abitano musei e collezioni private in tutto il mondo.
Le opere: dalla provocazione alla poesia
Il percorso espositivo di Villa Giulia è concepito come una successione di rivelazioni. Si comincia con la Poltrona di Paglia del 1974, manifesto precoce di un’idea radicale: il design non deve limitarsi a creare oggetti utili, ma può, anzi deve, essere strumento di provocazione e attivismo sociale. È il Mendini del Radical Design milanese, quello che guarda all’oggetto come a un gesto politico.
Poi arriva la Poltrona di Proust del 1978, forse l’opera più celebre e amata, dedicata all’autore della Recherche in un dialogo improbabile e riuscitissimo tra il rococò e il puntinismo. Una poltrona antica rivestita di un manto di colore che sembra dipinto a pennellate: un oggetto che sfida qualunque categoria, sospeso tra l’ironia e la malinconia.
Il percorso si snoda attraverso decenni e registri diversi. Il Mendinigrafo del 1985 è uno strumento da disegno in legno, una sorta di normografo personale che raccoglie i segni e i decori ricorrenti nella sua produzione, quasi un alfabeto privato reso oggetto. Nel 1992 arriva 100% Make up per Alessi, una collezione di cento vasi in porcellana con coperchi disegnati da Mendini e decorati da altrettanti artisti, architetti e designer internazionali: un’opera collettiva e generosa, che trasforma il design in conversazione.
Nel 2013, il divano K2 per A LOT OF Brazil riassume in un unico pezzo la costellazione di riferimenti artistici di Mendini: De Chirico, Savinio, Carrà, Kandinskij, il Futurismo, il cubismo cecoslovacco, le avanguardie storiche. Un omaggio affettuoso e consapevole, senza nostalgia. Chiude idealmente il percorso Mobili per Uomo: Giacca di Bisazza del 1997, un mobile contenitore in metallo e mosaico in foglia d’oro che trasforma l’abito maschile in oggetto monumentale: design che diventa scultura, funzione che si fa simbolo.
Stanze come mondi
“In ogni spazio”, spiega la curatrice Loredana Parmesani, “l’oggetto iconico dà il via a un racconto progettuale ed emozionale che si sviluppa attraverso oggetti, disegni, fotografie e scritti”. L’allestimento, curato da Alex Mocika, segue la struttura interna della villa senza forzarla, lasciando che ogni stanza respiri attorno al proprio capolavoro.
La connessione geografica con il territorio non è decorativa: Alessi, una delle aziende con cui Mendini ha collaborato più a lungo e più profondamente, ha la sua sede operativa proprio nella Provincia del Verbano Cusio Ossola. La mostra arriva, in un certo senso, a casa.
