Trenta sculture monumentali dell’artista britannico invadono il Parco Archeologico fino al 30 novembre, tra Pompei, Longola, Boscoreale e Oplontis, in un progetto che sta già dividendo pubblico e critica
Portare l‘arte contemporanea dentro un sito archeologico è un’operazione che comporta sempre un rischio, perché il confronto tra linguaggi distanti nel tempo può generare tensione feconda oppure stridore evidente. È successo alla Valle dei Templi di Agrigento, dove le sculture di Igor Mitoraj convissero per mesi con i templi ellenistici tra pareri contrastanti, e accade anche a Pompei, dove fino al 30 novembre gli astici di Philip Colbert popoleranno domus, strade e colonne dell’antica città, estendendosi anche ad altri luoghi dell’area vesuviana.
La mostra “Philip Colbert in Pompeii: Mythology of Pop“, organizzata da Il Cigno Arte e curata da Cesare Biasini Selvaggi, porta nella città sepolta dal Vesuvio il progetto più esteso mai realizzato dall’artista britannico.
Trenta sculture nel cuore degli scavi
Il nucleo dell’esposizione è composto da oltre trenta sculture monumentali a forma di astice, l’alter ego artistico con cui Colbert firma gran parte della propria produzione dall’inizio della carriera. Le opere, realizzate in acciaio inox colorato e in versioni con patina bronzea, si distribuiscono lungo i percorsi archeologici di Pompei e negli altri siti gestiti dal Parco: Longola, Boscoreale, Oplontis, Villa San Marco, Villa Arianna e il Real Polverificio Borbonico, con l’obiettivo di creare un unico itinerario culturale nel territorio vesuviano.
Accanto ai crostacei più riconoscibili, l’artista presenta una trilogia inedita di sculture in acciaio nero, pensate come reperti mitologici provenienti da un futuro immaginario e popolate da guerrieri astice dall’aspetto robotico, insieme a polipi e murene che completano il bestiario marino dell’installazione. Le installazioni non cercano alcuna integrazione mimetica con il paesaggio archeologico ma, al contrario, fanno leva sul contrasto tra l’antico e il contemporaneo. Guerrieri robotici, creature antropomorfe e riferimenti alla fantascienza trasformano il sito archeologico in uno spazio dove passato e futuro convivono senza soluzione di continuità.
Un dialogo con Pompei, tra mosaici antichi e rinascita del territorio
Al di là della cornice scenografica, il progetto rivendica un riferimento preciso alla storia dell’arte antica: il celebre mosaico a soggetto marino proveniente dalla Casa del Fauno, oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il protagonista resta il Lobster, l’astice antropomorfo che accompagna da anni la produzione dell’artista e che diventa il filo conduttore di una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla distruzione. Pompei, congelata dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., diventa così un luogo simbolico dove interrogarsi sul rapporto tra civiltà, catastrofi e permanenza delle immagini. L’intenzione dichiarata è costruire un dialogo tra linguaggi lontani nel tempo, utilizzando la cultura pop come strumento di rilettura del patrimonio archeologico.
Il progetto assume un significato ulteriore a Longola, nel comune di Poggiomarino, dove una delle sculture è stata collocata poche settimane dopo un incendio doloso che ha colpito il sito protostorico: il direttore del Parco Archeologico, Gabriel Zuchtriegel, ha definito quella scelta un gesto di attenzione verso il territorio e la comunità che lo vive, a cui seguiranno incontri con scuole e associazioni locali tra Boscoreale, Castellammare di Stabia, Torre Annunziata e la stessa Longola.
Chi è Philip Colbert, l’artista dietro The Lobster
Nato nel Regno Unito nel 1979, Colbert ha costruito negli anni un linguaggio che colloca la propria opera all’intersezione tra arte, intrattenimento e cultura di massa. Prima di Pompei, Colbert aveva già portato i propri astici tra le sale del MANN di Napoli nel 2024 e, nell’estate del 2025, tra le vie del borgo medievale di Erice e nel Parco di Segesta, in Sicilia, confermando una strategia espositiva che punta con costanza sui grandi siti storici italiani.
Il suo stile viene spesso definito come hyper-pop per il modo in cui fonde l’estetica della Pop Art storica con riferimenti alla cultura digitale e al consumismo contemporaneo. Per questo di frequente viene accostato ad Andy Warhol, del quale viene considerato da una parte degli addetti ai lavori come erede o figlioccio: etichetta che l’artista non ha mai rifiutato ma che i suoi detrattori usano invece come argomento contro la sua legittimità artistica.
Le reazioni: una mostra che ha diviso la critica
La pratica artistica di Colbert spesso divide pubblico e critica e l’esposizione a Pompei non fa eccezione. Nonostante l’ambizione del progetto, gli astici di Philip Colbert sono ben lontani dall’aver convinto tutti. Gran parte degli addetti ai lavori hanno accolto l’esposizione con scetticismo, giudicando il contrasto tra le monumentali figure pop e le rovine di Pompei eccessivamente spettacolare e poco capace di instaurare un dialogo realmente profondo con il contesto archeologico.
Il confronto si è allargato ad altri casi recenti di arte pubblica calata in contesti storici, dalla Medusa di Jago esposta a Capri alle sculture di Mitoraj ad Agrigento, per sostenere che l’operazione di Colbert rinunci a coltivare tensione dialettica e complessità in favore di un effetto immediatamente riconoscibile, più vicino a un esercizio di stile che a una vera ricerca artistica. Tra le osservazioni più ricorrenti emerge il rischio che opere così appariscenti finiscano per trasformare il sito in uno sfondo scenografico, privilegiando la resa visiva rispetto alla riflessione storica. Ma non è mancato chi ha difeso l’iniziativa, sostenendo che il confronto tra linguaggi differenti possa offrire nuove chiavi di lettura del patrimonio culturale e attirare un pubblico meno vicino all’arte contemporanea.
Nonostante le opinioni discordanti, un dato resta fermo: la mostra sta contribuendo a portare al centro del dibattito pubblico una domanda che riguarda ormai buona parte dei siti archeologici italiani, ovvero quanto spazio concedere alla sperimentazione contemporanea senza intaccare l’identità dei luoghi che la ospitano.
