Con venticinque anni di carriera, Simon Green torna con un album che è insieme bilancio e apertura, tra voci internazionali, dancefloor, intimità e ciò che resta sconosciuto
“Distance in static” (Ninja Tune), il nuovo album di Bonobo, è al tempo stesso paesaggio e frequenze. Proprio in questa doppiezza si nasconde la sua natura più autentica. Simon Green, che da un quarto di secolo firma con questo nome una delle discografie più coerenti dell’elettronica internazionale, torna con un lavoro che parla il linguaggio delle trasmissioni lontane, delle frequenze sfocate, dei frammenti di memoria che riaffiorano quando meno te lo aspetti.
Il titolo stesso lo dichiara apertamente. Non è un caso che Green, parlando del disco, abbia raccontato di essere stato affascinato dall’idea di captare un segnale distante, di cercare qualcosa che emergesse da un fondo sonoro apparentemente indistinto. È un’immagine che attraversa l’intero album, sospeso tra intimità e ampiezza, tra il familiare e ciò che resta ancora, in parte, sconosciuto.
La grazia come metodo
Chi conosce il percorso di Bonobo sa che lavora per sottrazione, portando dentro la musica da club elementi sonori che arrivano da altri continenti, altre lingue, altre geografie emotive, per restituire alla pista da ballo una dimensione quasi onirica. In “Distance In Static” questo metodo trova forse la sua espressione più matura: paesaggi sonori che uniscono un senso dello spazio quasi cinematografico, fatto di riverberi delicati, a un’intimità capace di rasserenare.
È una musica che calma e insieme trascina, che invita al ballo e allo stesso tempo regala una quiete rigenerante. Nei brani dal ritmo più sostenuto, come “Cycles”, “Drift” o “Uncasually”, Green costruisce groove morbidi attorno alla sintassi tipica della culture club, tra downtempo, jazztronica, broken beat, ma senza mai cercare lo strappo. Non è un caso che in certi passaggi torni alla mente Jon Hopkins, pur con meno sorprese improvvise: qui l’obiettivo dichiarato non è spiazzare, ma infondere serenità.
Le voci, prevalentemente femminili
Uno degli elementi più riusciti dell’album è il cast vocale, scelto con la cura sartoriale che da sempre contraddistingue il lavoro di Green come produttore. C’è la stella nascente Aanya Martin, capace di reggere il confronto con scenari sonori quasi cinematografici, fatti di beat morbidi e sintetizzatori. C’è la voce britannico-asiatica di Joy Crookes, protagonista di “Always On Your Side”, brano sorprendentemente sobrio che conquista dopo ripetuti ascolti, con una produzione che suona naturalmente radiofonica. C’è Nicole Miglis, nota per l’album d’esordio “Myopia” con gli Hundred Waters, la cui invocazione accorata in “Don’t Make It Lonely” si sposa perfettamente ai ritmi spezzati del brano.
Arooj Aftab regala una performance misurata ma magnetica in “Fire on the Water”, cantando in urdu di un cuore che soffre per chi è più lontano. Nilüfer Yanya guida un gruppo di musicisti istintivi e vivaci in “Youth’s Fountain”. Quando i ritmi rallentano, è Ichiko Aoba a disegnare l’atmosfera sospesa di “Equinoctial”, mentre in “Mercury” Kanako Yamamoto pizzica corde che richiamano il suono del koto giapponese. Accanto a queste presenze reali, l’album è popolato da voci campionate che agiscono come fantasmi digitali, spiriti musicali evocati per partecipare alla festa, alcuni provenienti dall’Africa, altri più indefiniti, sospesi tra epoche diverse.
Un cambio di passo strumentale
Se c’è una differenza sostanziale rispetto ai lavori precedenti, risiede nei brani strumentali, carichi di un’energia più vibrante del solito, forse alimentata dalle lunghe sessioni di registrazione al Broken Arrow Ranch di Neil Young, in California, dove Bonobo si è ritirato per settimane all’inizio dell’anno. “Cycles” apre il disco con un incedere incalzante e si candida a inno da dancefloor, mentre il basso pulsante di “Uncasually”, gli archi ricamati e il pianoforte cangiante di “Shokoufeh” e la frenesia di “Me and You”, costruita attorno a un campionamento degli anni Cinquanta di Hugh Tracey registrato in Malawi, mostrano un Bonobo più immediato del solito.
L’uso di ritmi frammentati lascia intuire che Green abbia guardato con attenzione al lavoro di artisti come Caribou e Bicep, capaci negli ultimi anni di alzare costantemente l’asticella dell’elettronica da club. Il risultato è un album che scorre con naturalezza, che dà il meglio ascoltato per intero, e che si presenta come un’opera unitaria più che come una raccolta di singoli.
Un’estetica cristallina
Anche il lato visivo dell’album segna una discontinuità. Realizzato insieme al designer Trevor Jackson, abbandona le atmosfere paesaggistiche che avevano accompagnato i precedenti lavori di Bonobo per ispirarsi alle fotografie microscopiche del fotomicrografo John I. Koivula, dando vita a mondi cristallini che sembrano insieme naturali e alieni. Sono immagini che troveranno sviluppo anche nel nuovo show live, ideato insieme a Pierre Claude, il designer che ha già firmato spettacoli per Air, Gesaffelstein, Phoenix e Caroline Polachek, e che debutterà a novembre con una tournée nordamericana.
Il tour e la tappa italiana
Accanto all’album, Bonobo riparte appunto anche dal vivo, partendo dal Sudamerica, prima di allargarsi al resto del mondo nel corso del 2027. Tra le date confermate figura anche l’attesa tappa italiana, prevista per mercoledì 24 marzo 2027 al Fabrique di Milano, in un appuntamento prodotto da Vivo Concerti
La data milanese si inserisce in un percorso live che negli ultimi anni ha portato Bonobo a riempire alcune delle sale più prestigiose al mondo, dalla Sydney Opera House a Red Rocks, fino alla storica residency di cinque serate alla Royal Albert Hall di Londra. Se il nuovo show manterrà la promessa di unire band dal vivo, ospiti vocali e visual immersivi ispirati all’estetica cristallina dell’album, la tappa al Fabrique si candida a essere uno degli appuntamenti più attesi della primavera milanese, e forse anche l’occasione per assistere dal vivo a quello che Green stesso ha lasciato intendere essere l’ultimo capitolo di Bonobo in questa forma.
La fine di un capitolo, forse
C’è però un elemento che rende “Distance In Static” più di una semplice celebrazione dei venticinque anni di carriera di Bonobo. Green ha lasciato intendere che questo potrebbe essere l’ultimo album concepito secondo il formato che ha definito il suo percorso fin qui, fatto di grandi ospiti internazionali e tournée mondiali con band al completo. “Probabilmente è l’ultima volta che percorro questa strada in questa forma”, ha ammesso l’artista. “Non so ancora come sarà il futuro, ma si tratta di ridefinire il mio modo di essere musicista da qui in avanti”.
Se così fosse, “Distance In Static” è un modo elegante per chiudere un capitolo. Il suo respiro internazionale, che intreccia testi in inglese, urdu e giapponese, campionamenti dalla cultura iraniana e registrazioni di guzheng, arriva in un momento in cui il mondo sembra più interessato a monetizzare le divisioni che a celebrare le diversità. Bonobo, con la sua carriera costruita per addizioni successive, sette candidature ai Grammy, appartiene decisamente alla schiera di chi preferisce unire. E continua a farlo, sempre più spesso, proprio dal centro della pista da ballo.
