A Brescia quaranta sguardi sul mito della Vittoria Alata

La Vittoria Alata e il pugile, fotografia di Gianni Barengo Gardin Courtesy of eredi Gianni Berengo Gardin

Il Museo di Santa Giulia celebra il bicentenario del ritrovamento della Vittoria Alata con una mostra che raccoglie l’interpretazione di quaranta fotografi italiani e internazionali

Alcune sculture continuano a esercitare un fascino capace di attraversare linguaggi, tecniche, sensibilità diverse, quasi come se ogni sguardo posato su di loro dovesse necessariamente lasciare un segno. La Vittoria Alata di Brescia è una di queste. Fino al 1° novembre, il Museo di Santa Giulia le rende omaggio con una mostra che è insieme celebrazione, indagine visiva e dichiarazione d’amore collettiva.

Si intitola “La Vittoria di Brescia. 40 fotografi e un’eterna bellezza”, ed è il cuore pulsante di un palinsesto più ampio che ha animato la città nelle giornate dedicate al bicentenario del ritrovamento del celebre bronzo romano. Un’iniziativa nata dalla collaborazione tra Comune di Brescia, Fondazione Brescia Musei, Ateneo di Brescia, Cavallerizza – Centro Italiano della Fotografia e MO.CA – Centro per le Nuove Culture, con il sostegno tecnico del Centro Teatrale Bresciano e la partnership di Visit Brescia.

Una scultura, quaranta linguaggi

A curare l’esposizione è Giovanna Calvenzi, tra le voci più autorevoli della fotografia italiana, in collaborazione con la Cavallerizza e con la partnership di Olimpia Splendid ed EWMD. Il progetto riunisce nomi che hanno fatto la storia dell’immagine contemporanea, da Gabriele Basilico a Gianni Berengo Gardin, da Franco Fontana a Giovanni Gastel, fino a Marcella Campagnano, Silvia Camporesi, Giovanni Chiaramonte, Francesco Cito e Carlo Mari, per citarne solo alcuni.

Quello che colpisce, sfogliando idealmente questo atlante fotografico, è la varietà con cui la stessa scultura viene raccontata. C’è chi ne esalta la magnificenza classica, chi invece la lascia sfuggire quasi ai margini dell’inquadratura, chi la trasforma in una costruzione pittorica dal sapore quasi onirico, chi affida la sua reinterpretazione all’intelligenza artificiale. C’è chi la moltiplica in visioni doppie o triple, chi la incorona regina assoluta del proprio spazio, chi ne scompone i dettagli fino a farne quasi un’altra opera. Quaranta fotografi, quaranta modi di guardare, un’unica bellezza che non smette di rigenerarsi negli occhi di chi la osserva.

Il viaggio che ha dato origine al progetto

Dietro questa mostra corale c’è una storia più intima, quella di Renato Corsini, fotografo bresciano e curatore artistico del Brescia Photo Festival. Fu lui, nel 2021, a pubblicare il volume “Vittoria Alata. Viaggio di andata e ritorno”, un lavoro che ripercorreva le fasi del lungo restauro a cui la scultura era stata sottoposta. Da quel gesto nacque l’invito, poi esteso nel tempo a decine di autori, a fotografare il bronzo nella sua nuova collocazione, disegnata dall’architetto spagnolo Navarro Baldeweg.

Una campagna fotografica che, come sottolineano i curatori, resta tuttora aperta e potrà arricchirsi in futuro di nuovi contributi. Tra gli scatti raccolti compare anche quello di Gabriele Basilico, realizzato quando la Vittoria era ancora custodita nella sezione dedicata all’Età Romana, prima del restauro che ne ha ridefinito la collocazione e, in qualche modo, anche la percezione pubblica.

Un bicentenario che si allarga alla città

Il palinsesto dedicato alla Vittoria Alata non si esaurisce nelle sale di Santa Giulia. Alla Cavallerizza, fino al 30 agosto sono in programma due mostre personali che dialogano idealmente con il progetto principale: quella dello stesso Renato Corsini, che racconta il percorso di restauro compiuto tra il 2018 e il 2020 presso l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, e quella di Mario Cresci, curata da Roberto Mutti, che intreccia la propria ricerca fotografica con la Pietà Rondanini di Michelangelo custodita al Castello Sforzesco di Milano.

A completare il quadro arriva anche “Shaping Memories. Arte e Moda Oltre la Vittoria”, in programma al MO.CA fino al 6 settembre, curata da Ilaria Bignotti, Silvia Casagrande e Camilla Remondina. Un progetto che mette in relazione il patrimonio antico con i linguaggi contemporanei, guardando in particolare alle contaminazioni tra arte, moda e nuove generazioni.

La Vittoria Alata, un enigma lungo due secoli

La Vittoria Alata è stata per lungo tempo un mistero. Il bronzo fu ritrovato nel 1826 durante gli scavi condotti nell’area del cosiddetto Capitolium, il tempio romano che sorgeva nel cuore dell’antica Brixia, insieme a un gruppo di altre sculture e a un ricco deposito di materiali votivi. Fin da subito la scultura colpì per la sua rara perfezione, un corpo femminile alato, avvolto in un panneggio fluido, sospeso in un gesto di scrittura che pareva rubato a un istante privato più che a una posa celebrativa.

Per decenni si è discusso sulla sua identità originaria. L’ipotesi più accreditata, sostenuta da studi recenti, è che la figura non nascesse come Vittoria in senso stretto, ma come raffigurazione di Afrodite, poi trasformata in età romana con l’aggiunta delle ali e di uno scudo su cui la dea scriveva il nome del vincitore. Una sorta di riconversione iconografica, non insolita nell’arte antica, che ha reso il bronzo ancora più affascinante agli occhi degli studiosi, perché racconta non solo la storia di un’opera ma anche quella delle idee e dei culti che si sono sovrapposti nel tempo.

Il restauro che ne ha ridefinito la lettura contemporanea è stato lungo e complesso, condotto tra il 2018 e il 2020 presso l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, una delle istituzioni più autorevoli al mondo per il recupero delle opere in metallo. Un lavoro paziente, fatto di analisi scientifiche, pulitura millimetrica e studio delle tecniche di fusione originarie, che ha permesso di restituire alla scultura una luminosità e una leggibilità dei dettagli mai viste prima, anche da chi la conosceva da una vita.

Oggi la Vittoria Alata troneggia nel nuovo allestimento firmato dall’architetto spagnolo Navarro Baldeweg, all’interno del Museo di Santa Giulia, patrimonio UNESCO dal 2011. Non è soltanto un reperto archeologico da ammirare dietro una teca, è diventata negli anni un simbolo identitario per l’intera città, capace di attrarre studiosi, turisti e, come dimostra la mostra fotografica, anche artisti contemporanei che continuano a interrogarla con occhi sempre nuovi. Duecento anni dopo il suo ritrovamento, la Vittoria non ha smesso di sorprendere, e forse è proprio questa la sua forma più autentica di eternità.