Fino al 18 ottobre il JMuseo ospita “Icons”, la grande retrospettiva dedicata al maestro della fotografia che ha saputo cogliere la poesia nascosta nel quotidiano

L’essenza di Elliott Erwitt è stata quella di trasformare l’attimo in racconto. Fino al 18 ottobre il JMuseo di Jesolo ospita “Icons”, la grande retrospettiva dedicata al maestro della fotografia che ha saputo cogliere la poesia nascosta nel quotidiano.
L’esposizione, promossa dal Comune di Jesolo in collaborazione con Orion57 e Bridgeconsultingpro, raccoglie ottanta fotografie tra le più rappresentative della carriera del maestro dello sguardo, immagini che nel tempo sono diventate patrimonio visivo collettivo. La curatela porta la firma di Biba Giacchetti, tra le maggiori conoscitrici dell’opera di Erwitt a livello mondiale, affiancata nel project management e nell’assistenza tecnica da Gabriele Accornero e Valentina Bruno.
Un narratore per immagini, tra ironia e poesia
Più che un semplice fotografo, Elliott Erwitt è stato un cantore visivo capace di rendere straordinario ciò che appariva ordinario. Biba Giacchetti lo descrive come un autore in grado di trasformare il quotidiano in arte e l’ironia in poesia, lasciando in eredità un archivio sterminato che attraversa epoche e culture parlando una lingua universale, quella capace di restituirci uno sguardo più indulgente e meravigliato sul mondo.
Elliott Erwitt amava definire il proprio approccio come “l’arte dell’osservazione”, una pratica fatta di pazienza e attenzione verso i dettagli minimi della vita.
A impreziosire ulteriormente il valore simbolico dell’iniziativa, la coincidenza con il bicentenario della prima fotografia mai scattata, quella celebre veduta dalla finestra realizzata nel 1826 da Joseph Nicéphore Niépce, che ha aperto la strada alla possibilità di fissare per sempre un frammento di realtà.
Gabriele Accornero, tra i project manager della rassegna, ne tratteggia un ritratto affilato: un uomo ironico ed enigmatico, dotato di un’intelligenza acuta che si percepiva anche nell’apparente leggerezza dei suoi scatti. Secondo Accornero il valore artistico delle sue immagini sembra raggiunto quasi per caso, senza la pretesa di inseguirlo, ed è forse proprio questo a renderlo così autentico e centrato. Le sue fotografie, spesso luminose e spensierate, custodiscono comunque la capacità di farsi manifesto, anche di rivendicazione sociale.
Una vita in viaggio, dall’Europa a Hollywood
La storia personale di Elliott Erwitt racconta già di per sé un secolo di spostamenti e incontri. Nasce a Parigi nel 1928, figlio di una famiglia di origini russe emigrata in Francia. I primi anni di vita li trascorre però in Italia, a Milano, prima che la famiglia rientri in territorio francese quando lui ha appena dieci anni. Da lì il passo successivo porta dritto negli Stati Uniti: nel 1939 approda a New York, per trasferirsi due anni più tardi a Los Angeles.
È proprio in California, tra i banchi della Hollywood High School, che il giovane Erwitt entra in contatto per la prima volta con il mestiere della fotografia, lavorando in un laboratorio che realizzava le stampe autografate destinate ai fan delle star del cinema. La svolta vera arriva però a New York, dove durante la ricerca di lavoro incrocia figure come Edward Steichen, Robert Capa e Roy Stryker. Colpiti dal suo talento, questi tre maestri diventano per lui veri mentori, aprendogli le porte di una carriera destinata a segnare la storia della fotografia.
Nel 1949 Erwitt torna in Europa, dove viaggia a lungo tra Italia e Francia documentando volti e atmosfere: sono gli anni in cui nasce, di fatto, il fotografo professionista. Nel 1951 viene richiamato dall’esercito americano, periodo durante il quale continua comunque a collaborare con diverse testate oltre che con le pubblicazioni militari, spostandosi tra New Jersey, Germania e Francia.
Congedato nel 1953, riceve l’invito che cambierà per sempre la sua traiettoria professionale: Robert Capa, tra i fondatori dell’agenzia, lo chiama a entrare in Magnum Photos. Erwitt vi resterà legato per tutta la vita, ricoprendo addirittura il ruolo di presidente per tre mandati a partire dal 1968. Oggi il suo nome figura tra quelli dei più grandi fotografi mai esistiti. Si è spento nella sua casa di New York il 29 novembre 2023, a 95 anni.
I soggetti di una vita: cani, volti celebri, attimi rubati
Tra le passioni ricorrenti di Erwitt spiccano i cani, fotografati per la loro natura libera e ribelle, sciolta da ogni convenzione umana. Numerosi scatti li ritraggono da un punto di vista insolito e ravvicinato, lasciando intravedere solo le scarpe o le gambe dei rispettivi padroni. Per ottenere reazioni spontanee dagli animali, il fotografo non esitava a inventarsi stratagemmi curiosi, come suonare una trombetta o imitare un latrato.
Il percorso espositivo restituisce anche l’incontro con grandi protagonisti del Novecento: da Che Guevara a Jack Kerouac, da Marlene Dietrich a Fidel Castro, fino a Sophia Loren e Arnold Schwarzenegger. Tra le immagini più celebri compare naturalmente quella di Marilyn Monroe colta sul set di “Quando la moglie è in vacanza”, con la gonna sollevata dal soffio d’aria, accanto a fotografie che hanno fissato momenti cruciali della storia, come il funerale di John Fitzgerald Kennedy o l’acceso confronto tra Nixon e Krusciov.
Non mancano le immagini diventate simbolo di romanticismo, come il bacio rubato nel riflesso di uno specchietto retrovisore, conosciuto come California Kiss, o lo scatto intimo dedicato alla figlia neonata, osservata dalla madre e da un gatto. Parigi, città natale del fotografo, ispira alcune delle sue composizioni più amate, su tutte quella dell’uomo con l’ombrello che salta una pozzanghera al Trocadéro, con la Tour Eiffel sullo sfondo e due innamorati abbracciati in primo piano. A questa si affianca la scena, commissionata dal turismo francese, di un nonno e un nipote in bicicletta.
In chiusura di percorso, una raccolta di autoritratti permette al visitatore di scoprire un’ultima sfaccettatura dell’autore, quella in cui Erwitt rivolge la propria ironia tagliente verso se stesso.
