La verità dietro la materia ferita nelle opere di Gak Yamada a Pordenone

Red 05 di Gak Yamada Ufficio Stampa

L’artista giapponese arriva per la prima volta in Italia con la mostra The Cosmic Prayer che inaugura l’attività dello spazio espositivo Die Gelbe Wand, fino al 14 giugno

In un momento storico dominato dall’avvento dell’AI, l’opera d’arte reclama la propria matericità. Difronte a installazioni generative effimere fatte di dati in continuo mutamento, nasce in controtendenza la voglia di riscoprire, di ritrovare la presenza concretezza del tangibile, di un supporto reale. Opere in cui la presenza fisica è determinante, e in cui nella materia stessa risiede il significato.

In questo contesto si inserisce Gak Yamada, con la sua pratica artistica che unisce fotografia e dipinto in opere in cui collabora (in un certo senso) con agenti atmosferici e chimici, e in cui i supporti sono protagonisti. Questi vengono maltrattati, deteriorati, stravolti per rinascere come una fenice in qualcosa di nuovo, qualcosa che racconti un percorso o un’evoluzione. Un attraversamento, non per forza facile, ma necessario per arrivare alla rivelazione.

L’artista giapponese arriva per la prima volta in Italia con una mostra che inaugura l’attività della Die Gelbe Wand, nuovo spazio espositivo no profit dedicato alla fotografia contemporanea a Pordenone. Con “The Cosmic Prayer“, fino al 14 giugno il pubblico è invitato a farsi guidare dall’artista in un viaggio sinestetico che parte dalla fotografia per atterrare in un luogo terzo, un altrove che non è più pittura e non è ancora scultura, ma che vibra di un’autonomia propria.

La mostra a Pordenone

Con “The Cosmic Prayer” la fotografia, in quanto rappresentazione del mondo esterno, e la pittura astratta, come rappresentazione dell’universo interiore, si incontrano nelle sale della Die Gelbe Wand. La prima sala ripercorre tutte le fasi della sperimentazione dell’artista con opere che sono un vero corpo a corpo con la materia. Le stampe sono immerse in acqua oppure lasciate in balia della pioggia e del sole, aggredite da elementi testuali, bruciate, sottoposte a trattamenti chimici. Emerge in questo modo il concetto di soglia, un confine dove tutto converge: superficie e retro, visibile e invisibile, fotografia e pittura.

Nella seconda sala si esplora invece le tendenze più attuali della ricerca di Gak Yamada, che si concentra su light box e suono. Le prime si rifanno al concetto di kata, che nelle arti tradizionali giapponesi sono una forma chiusa che attiva la libertà creativa dell’artista, analogamente a quello che avviene nell’haiku. Le note e i suoni invece provocano vibrazioni che fanno emergere immagini interiori.

L’espressione più recente è quella della serie Kankō, che richiama la scrittura cuneiforme e i caratteri oracolari cinesi. L’artista è affascinato dalla materialità delle antiche incisioni su argilla o osso. In quel gesto umano fragile e transitorio riconosce lo stesso impulso primordiale che ha dato vita prima alla pittura e poi alla fotografia: la ricerca di una certezza e, insieme, il tentativo di lasciare un segno.

Chi è Gak Yamada

Nato nella prefettura di Ehime nel 1973, Yamada si appassiona alla fotografia durante gli anni universitari e questo lo porta a viaggiare il mondo per realizzare i suoi scatti. La fascinazione per il Buddhismo lo porta in India e in Nepal dove viene colpito dai colori sgargianti, che lo spingono ad avvicinarsi alla pittura. Le due pratiche artistiche finisco per convergere nel tempo in opere stratificate, e in una ricerca incentrata sulla trasformazione della materia fotografica, tra alterazioni, stratificazioni e interventi sul supporto.

Parallelamente la sua ricerca spazia anche in altri ambiti, come la regia video per il teatro, recitazioni e performance sonore. Da oltre dieci anni collabora ai concerti di Randy Weston e Abdullah Ibrahim al santuario Kamigamo di Kyoto, e questo scambio spirituale con i giganti del jazz ha influenzato profondamente il suo lavoro.

Il nuovo spazio espositivo Die Gelbe Wand

Il fatto che Die Gelbe Wand abbia scelto di inaugurare la propria attività con la mostra dedicata a un’artista così complesso e poco incline a farsi incasellare come Gak Yamada, è una dichiarazione di intenti in piena regola.

Lo spazio espositivo, sorto negli 800 metri quadri che ospitavano un supermercato nell’ambito dei progetti che anticipano Pordenone Capitale italiana della Cultura, ha un’identità ibrida. Da un lato punta i riflettori sulla fotografia contemporanea, e dall’altro drizza le antenne verso le sperimentazioni che provengono dai paesi di lingua tedesca e dal Giappone.

Ma non è solo questo: “Significa dichiarare apertamente la missione di questo spazio: non un semplice contenitore, ma un luogo di collisione tra culture e linguaggi“, ha spiegato Marco Minuz, direttore artistico di Die Gelbe Wand. “Qui l’immagine diventa linguaggio vivo, capace di interrogare la realtà, raccontare trasformazioni e aprire nuovi orizzonti percettivi“, ha aggiunto.

Ed è proprio quello che succede con “The Cosmic Prayer”: una mostra in cui l’immagine smette di essere solo rappresentazione della realtà e si fa materia viva. Una ricerca anche dolorosa, fatta spesso graffi, ferite, mutilazioni e bruciature di una verità più autentica che si rivela a chi ha il coraggio di guardare sotto la superficie.