“Il Carnevale delle Folli”, il film che smaschera la repressione femminile

Arriva il 24 marzo su IWonderfull Prime Video Channels il film di Arnaud des Pallières che mette in scena una tragedia sociale travestita da spettacolo nella Parigi del XIX secolo, per riflettere sulla patologizzazione del dissenso femminile e su un sistema patriarcale che trasforma la fragilità in colpa

Mélanie Thierry interpreta Fanni ne Il Carnevale delle Folli
© phot Cécile Burban Prélude

“Il Carnevale delle Folli” di Arnaud des Pallièresarriva il 24 marzo su IWonderfull Prime Video Channels. Un film perturbante ambientato tra le mura dell’ospedale della Salpêtrière, teatro di una delle pagine più controverse della psichiatria francese. Mélanie Thierry, Josiane Balasko, Marina Foïs, Carole Bouquet e Yolande Moreau danno vita a un cast corale, quasi interamente femminile, con interpretazioni intense che restituiscono voce e dignità alle internate, a cui la Storia l’ha spesso tolta.

La trama de “Il Carnevale delle Folli”

Attraverso gli occhi di Fanni, “Il Carnevale delle Folli” porta lo spettatore all’interno dell’ospedale della Salpetrière nella Parigi di fine Ottocento. Fanni è giovane, bella, di provenienza agiata, ma decide di farsi internare volontariamente in quell’inferno nella speranza di ritrovare sua madre. Quello che scopre è un piccolo mondo chiuso tra le mura dell’ospedale fatto di abusi, di violenze fisiche e psicologiche mascherate da cure, di isolamento e dolore, ma anche di solidarietà e sorellanza.

Al centro del racconto il celebre bal des folles: un evento mondano destinato al divertimento dell’alta società dell’epoca, che assisteva alla festa di carnevale delle pazienti come se fosse uno spettacolo qualsiasi.

Il ballo crudele del patriarcato

“Il Carnevale delle Folli” riflette sulla patologizzazione del dissenso femminile e su un sistema patriarcale che trasforma la vulnerabilità in colpa e spettacolo. Storicamente la fragilità femminile, come anche il suo opposto, è stata vista come una colpa da espiare o come un fenomeno da ridicolizzare.

“Pazzia di vario tipo. Mistica, politica, manie di superiorità o di persecuzione, alcolismo, ossessioni”, spiega durante il ballo uno dei dottori a proposito dei motivi per cui sono rinchiuse le internate. In altre parole, il loro problema è quello di pensare, di esercitare il dissenso e manifestare autonomia. Molte delle internate, scoprirà lo spettatore insieme a Fanni, non sono lì perché bisognose di cure, ma solo per essere messe a tacere con l’aiuto di medici compiacenti, allontanate da mariti stufi o parenti poco propensi a spartire l’eredità.

Attraverso la lente della lontananza storica, il film inquadra una realtà che persiste ancora oggi e che vede le donne vittime di un sistema di potere che tende a metterle a tacere. Certo i tempi, la società e le modalità sono cambiati, ma resta una certa tendenza a trattare le donne con asprezza e sufficienza, colpevolizzandole per alcuni tratti caratteriali o liquidandole con superiorità mascherata da bonomia. Con una messa in scena rigorosa, des Pallières scava nelle dinamiche di potere e accompagna lo spettatore in un abisso di repressione e manipolazione sempre più profondo nel quale i carnefici non sono solo gli uomini, praticamente assenti dalla narrazione, ma spesso significativamente le donne stesse.

Lo spettacolo della fragilità

La critica del patriarcato non è l’unico tema de “Il Carnevale delle Folli”. Il film offre una lettura quantomai attuale del tema delle neurodivergenze e del confine sottile che esiste tra cura, controllo e repressione. L’ospedale non è un luogo di cura, ma di soffocamento di qualunque voce di dissenso. Attraverso la malattia (che sia reale o meno) si generano gerarchie sociali che a loro volta contribuiscono a creare un complesso sistema di definizione di sé stessi e degli altri.

Ogni tentativo di autonomia, ogni sfoggio di personalità, ogni gesto fuori dalla routine viene schiacciato brutalmente, quasi a voler cancellare nelle internate ogni traccia di umanità e resistenza. Per alcune di loro, la follia diventa l’unica arma per difendersi dalla realtà, proprio come succede alla madre di Fanni. Tra sofferenza e solidarietà, ribellione e resistenza, il confine tra cura e repressione diventa estremamente sottile. Ma, forse proprio per questo, anche così evidente.