I cappotti di Jannis Kounellis alla galleria 10 Corso Como: l’umanità appesa a un gancio

I cappotti appesi nella galleria 10 corso como Francesca Fiorucci

Un’unica grande opera del maestro dell’arte povera nel tempio del glamour milanese fino al 16 giugno: un invito a riflettere su quello che resta dell’umanità

Fino al 16 giugno la Galleria di 10 Corso Como rende omaggio a Jannis Kounellis con un progetto speciale realizzato in collaborazione con la Galleria Fumagalli. Un’unica grande installazione che il maestro dell’Arte Povera ha realizzato nel 2009, un invito potente e silenzioso a fermarsi e riflettere sull’identità e sulla dignità dell’essere umano. Nello spazio bianco e vuoto della galleria, i settanta cappotti scuri impongono la loro presenza come tracce di umanità che chiedono di essere osservate e capite.

Umanità e disumanizzazione

I cappotti scuri, dal nero al blu al grigio, sono addossati l’uno all’altro appesi a ganci da macellaio, come corpi in esposizione dopo il massacro. Tutti simili tra loro, eppure tutti sottilmente diversi, come persone perse nella folla che insieme formano un organismo collettivo, e che perdono e mantengono al tempo stesso la propria specificità. Sono persone anonime e senza volto che avanzano l’una di seguito all’atra, cieche, in cammino nella stessa direzione. Immobili come morti, ma allo stesso tempo in movimento come trasportati da una corrente invisibile a cui non tentano nemmeno di opporre resistenza. Sono uomini d’affari nel traffico di una metropoli, sono migranti appena sbarcati in cerca di un futuro, sono pendolari assonnati all’arrivo in stazione. Gente qualunque, disumanizzata a uno sguardo superficiale. Ma che a un’osservazione più attenta si rivela nella propria unicità nella piega di una manica, in un bottone scucito, nella fodera colorata. Dettagli, ma è proprio qui che vengono custodite le loro storie.

Perché proprio i cappotti?

Nell’opera di Kounellis i cappotti sono le ultime vestigia di queste anime purgatoriali che attraversano il nostro tempo. Sudari che nella stoffa conservano l’odore e il calore di chi li ha portati. Proteggono, nascondono e mimetizzano, trasformando le figure umane in sagome, in presenze opache e identità sfuggenti. Capi di vestiario che sono anche simboli pieni di riferimenti culturali, a partire da quello al centro del racconto di Gogo’l che è feticcio, oggetto del desiderio e status symbol; è poi emblema di identità negata, di serialità e anonimato urbano nei dipinti di Magritte, è l’effige della disumanizzazione nel film “Schindler’s List” di Spielberg.

Oggetti quotidiani, democratici ma anche rivelatori di condizione sociale: raccontano la povertà dell’accattone o l’eleganza del manager. Sono capi d’abbigliamento che raccontano qualcosa di chi li porta e che conservano la forma del corpo che lo ha abitato, un involucro che porta i segni del tempo e dell’uso. Per questo Kounellis li sceglie: perché parlano di assenza e di presenza.

Il dialogo con la sede espositiva

Visto da questo punto di vista, è ancora più interessante il dialogo con la sede espositiva. All’interno di 10 Corso Como, luogo legato all’arte e alla moda, i cappotti di Jannis Kounellis non sono capi spalla da sfilata. In uno dei templi milanesi del glamour, quest’opera introduce il suo opposto: non la proposta di qualcosa da desiderare ma un relitto, non l’idealizzazione di un corpo ma la sua assenza. Sono appesi a un gancio come in una boutique ma non sono in vendita, non sono appetibili e non vogliono esserlo: semplicemente esistono, anche con i loro gomiti lisi e gli orli scuciti.

Anche la moda, per lo meno in alcune sue espressioni, estetizza e anonimizza il corpo trasformandolo in manichino, in silhouette, in mera superficie. Ma mentre il fashion system lo sublima nel desiderio, Kounellis mostra la carcassa. Un contrasto straniante tra due opposti che però in qualche modo, da qualche parte, finiscono per sfiorarsi.