La prima grande retrospettiva italiana dedicata alla pittrice, in mostra dal 28 marzo al 22 novembre a Ca’ Pesaro
Jenny Saville conosce bene Venezia. L’ha attraversata innumerevoli volte, sostando davanti ai Maestri veneziani, studiandone la luce, il colore, la materia. E ora la città la accoglie in grande stile: dal 28 marzo al 22 novembre, Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna diventa la casa della prima grande retrospettiva italiana dedicata a una delle pittrici più potenti e discusse del nostro tempo.
La mostra, curata da Elisabetta Barisoni con il supporto di Gagosian, arriva nell’anno della Biennale Arte e sceglie di dialogare apertamente con essa: non per competere, ma per aggiungere una voce più intima, più carnale, più radicata nella storia.
Da Cambridge a Glasgow, passando per New York
Per capire Jenny Saville bisogna seguirla nei suoi anni di formazione. Nata a Cambridge nel 1970, si diploma alla Glasgow School of Art nel 1992 dopo un semestre all’Università di Cincinnati nel 1991. È proprio quel viaggio in America a cambiare qualcosa nel suo sguardo: scopre de Kooning, Twombly, l’energia fisica della pittura astratta newyorkese.
Ma non abbandona la figura umana, la porta con sé, la trasforma. Fin dagli esordi, i suoi dipinti diventano un campo di tensione in cui il corpo diventa pretesto per interrogare la società: i suoi tabù, le sue ossessioni, il suo rapporto con la carne.
Gli anni Novanta: i grandi nudi che hanno cambiato tutto
Jenny Saville appartiene alla generazione degli Young British Artists, quella costellazione di pittori e scultori che esplose nel Regno Unito tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta. Ma mentre molti suoi contemporanei puntavano sulla provocazione concettuale, lei scelse la pittura. Una scelta controcorrente, che si rivelò visionaria.
I grandi nudi monumentali di quegli anni (corpi espansi, segnati, esposti senza pudore né compiacenza) restano tra le immagini più potenti dell’arte di fine Novecento. A Venezia si potranno vedere due opere-manifesto di quel periodo: “Propped” (1992) e “Hybrid” (1997). Tele che non chiedono il consenso dello spettatore: lo costringono a stare lì, a guardare.
Il dialogo con i Maestri: da Tiziano a Rembrandt
C’è una linea invisibile che attraversa tutta la carriera di Jenny Saville e che la lega profondamente all’arte italiana, veneziana in particolare. I riferimenti sono espliciti: Tiziano su tutti, ma anche Rembrandt, Rubens, Cézanne, Picasso, Schiele, i pittori della Nuova Oggettività. Non si tratta di citazioni nostalgiche, ma di un confronto continuo, vivo, a volte brutale.
È la pittura veneziana, con il suo uso sensuale del colore e la sua capacità di rendere la materia quasi palpabile, che Saville sente più vicina alla propria ricerca. Una tradizione che non imita: abita.
L’evoluzione: verso il colore e la luce
Con gli anni, la pittura di Saville si trasforma. I corpi si moltiplicano e si intrecciano, la figurazione si apre all’astrazione, la pennellata diventa più rapida, più libera, quasi corsiva. I ritratti degli anni Duemila, come il doppio ritratto con la sorella Hyphen (1999) o il volto disteso sul pavimento di “Reverse” (2002-2003), mostrano un’artista che non smette di spingersi oltre.
Negli anni Venti del Duemila la ricerca cromatica si fa ancora più intensa. Volti luminosi, quasi infantili, portano nomi che evocano miti e letteratura, “Ligeia” (2020-21), “Song of Songs” (2020-23), oppure sostantivi sospesi come “Focus”, “Gaze”, “Rupture”: parole che sembrano istruzioni per guardare.
La guerra, il dolore, la Pietà
I lavori più recenti affrontano territorio ancora più scomodo. Jenny Saville guarda alle immagini di cronaca e le trasforma in pittura. “Aleppo” (2017-2028) e le diverse versioni della Pietà non raccontano un episodio preciso: costruiscono un’immagine universale della sofferenza, capace di parlare a tutte le epoche.
La composizione rimane ancorata alla tradizione classica, ma la pittura brucia. Non cerca consolazione, non addolcisce nulla. È arte che guarda la realtà in faccia.
Venezia, omaggio finale
L’ultima sala della mostra riserva una sorpresa: opere inedite create da Saville appositamente per Ca’ Pesaro, in omaggio alla città che l’ha ispirata per tutta la vita. Un gesto raro, personale, quasi commovente.
“Venezia è un luogo in cui l’arte è parte integrante della vita quotidiana”, ha detto l’artista. E questa mostra lo conferma, trasformando i saloni di Ca’ Pesaro in un dialogo tra secoli, tra corpi, tra sguardi che non smettono di cercarsi.
