La mostra al negozio Olivetti di Venezia fino al 22 novembre riflette sulla tendenza a percepire la natura solo come qualcosa da sfruttare. La nostra intervista all’artista
Se la storia del mondo, dal Big Bang in poi, fosse compressa in 24 ore, l’essere umano sarebbe comparso alle 23:59. Un solo minuto, in cui ha mandato tutto in tilt. Ci sono voluti eoni perché nascessero le prime forme di vita, dai primi batteri (intorno alle 4 del mattino) alla vita multicellulare (20:30, più o meno). Pesci, rettili, dinosauri, animali, alla fine l’uomo, che ben presso si è convinto che il pianeta fosse il suo parco giochi. Impadronendosi di tutto, ha guardato alla natura come qualcosa da usare, da sfruttare, da piegare al proprio volere.
Una visione evolutiva antropocentrica che Leandro Herlich riprende nella mostra “Hybrids“, evento collaterale della Biennale 2026 fino al 22 novembre al negozio Olivetti di Venezia. Un progetto, ideato da Mario Cristiani e realizzato da Associazione Arte Continua con FAI e curato da Marcello Dantas, che mette in scena un universo creato a immagine e somiglianza dell’uomo. Le farfalle hanno orecchie umane al posto delle ali, le lumache non hanno antenne ma dita puntate, i serpenti hanno le mani, gli alberi i piedi e i coralli sono metropoli in miniatura. Un gioco divertente a prima vista, ma come spesso succede con l’artista argentino, la realtà nascosta sotto è ben più sottile. E, stavolta, anche inquietante.
Leandro Erlich organizza un incontro intimo con le sue creature ibride all’interno del negozio Olivetti in piazza San Marco, progettato da Carlo Scarpa: un luogo che, con la sua architettura e le sue dimensioni ha ispirato l’artista. Abituato a strutture in larga scala in cui lo spettatore è chiamato a partecipare attivamente, per la prima volta si confronta qui con una dimensione ridotta. Solo il formato è concentrato però: gli interrogativi e gli spunti di riflessione sono sempre enormi.
Noi di “Corrente Magazine” ne abbiamo parlato con lui.
Le opere che compongono la mostra Hybrids sembrano mandare un messaggio politico, esprimono preoccupazione verso l’ambiente e la situazione climatica…
Forse più che di messaggio politico parlerei di preoccupazione personale. Ma anche collettiva: sono domande e riflessioni che riguardano tutti. Le persone si sono appropriate della natura, l’essere umano si crede onnipotente. È ironico e pazzesco perché la definizione di naturale è “tutto quello che non è relazionato all’attività umana”. Come dire che l’uomo non fa parte della natura. Guardiamo la natura mettendoci al centro, è una connessione antropomorfica dentro una antropocentrica. La natura è un campo di estrazione, sfruttiamo quello che ci è utile per produrre i manufatti, controlliamo, estraiamo. Ma in questa prospettiva la nostra collaborazione con la natura è evidentemente cessata. Non è un giudizio di condanna, ma una costatazione.
Queste sue riflessioni sono proposte, come sempre nelle sue opere, in chiave giocosa e ironica. Pensa che questa sia una chiave che possa rendere il messaggio più accessibile?
Non è una strategia consapevole. È un lato della mia personalità, del mio modo di essere.
Spesso nel sentire comune il lato giocoso viene visto in contrapposizione con la profondità del messaggio. Come se le due cose non potessero coesistere. Invece nelle sue opere i due aspetti convivono: un lato ludico esplicito e molto materiale su cui riflettere…
Il gioco, l’accessibilità, sono un modo per stabilire un incontro. Un modo per stabilire un punto di interesse nell’altro e di partecipare e mettersi in gioco. Mettendosi in gioco possono dare un’interpretazione. Penso che la cosa più importante sia svegliare un interesse, anche attraverso il gioco.
Spesso le persone si limitano a giocare con le sue opere, fermandosi al primo strato e usandole magari solo come sfondo per le foto. Quando questo accade sente che sta accadendo qualcosa di giusto, oppure lo percepisce come un fraintendimento?
Una volta che il lavoro è esposto non mi appartiene più. Non sono responsabile dell’interpretazione. Il gioco dell’arte è fare una proposta che il pubblico può usare in maniera diversa. C’è chi pensa al messaggio e chi all’umorismo, chi trova divertimento e chi profondità. Anche questo, in fondo, dice qualcosa del modo in cui le persone si relazionano alle cose.
