Polvere, rumore, turni massacranti e sogni infranti: allo Spazio Diamante di Roma dal 3 all’8 marzo lo spettacolo di Ariele Vincenti riapre la ferita di Marcinelle, la più grande tragedia sul lavoro dell’Europa del dopoguerra. Una storia vecchia di 70 anni ma più attuale che mai

Quello dell’8 agosto 1956 nella miniera di carbone di Bois du Cazier a Marcinelle, nel Belgio meridionale, è stato l’incidente sul lavoro più drammatico in Europa dal dopoguerra ad oggi. Una strage. Quel giorno 262 minatori, di cui 136 italiani, morirono a causa di un incendio e dei fumi tossici che ne conseguirono.
Settanta anni dopo, lo spettacolo tatrale “Marcinelle, storie di minatori” rende omaggio a tutte quelle esistenze raccontandone 4, ripercorrendo la partenza con le valigie di cartone, il viaggio, le condizioni disumane fino alla tragica morte.
Diretto e scritto da Ariele Vincenti, con Francesco Cassibba, Sarah Nicolucci, Giacomo Rasetti e Vincenzo Tosetto, lo spettacolo andrà in scena dal 3 all’8 marzo allo Spazio Diamante di Roma: un’occasione per ricordare una grande tragedia del passato, e per riflettere sul presente.
I minatori di Marcinelle
Grazie a un accordo tra il governo italiano e quello belga, volto a fornire manodopera al Belgio in cambio di carbone inviato in Italia, furono tantissimi i lavoratori a dirigersi verso nord in cerca di un lavoro.
Quando i minatori partivano, le piccole stazioni dei loro paesi si riempivano di mamme, fidanzate, amici e parenti che li salutavano. Prevedevano 28 ore di viaggio, ma in realtà davanti a loro c’erano 5 giorni in condizioni disumane.
A Marcinelle non li attendeva niente di meglio: alloggi scomodi e freddi realizzati all’interno di quelli che pochi anni prima erano Campi di concentramento nazisti.
I turni erano lunghi e faticosi, le ore procedevano lente sdraiati in piccole gallerie nelle quali scavavano con uno scalpello percosso da un martello di ferro o con un piccolo martello pneumatico dell’epoca.
I pasti erano scarsi così come la paga, e se qualcuno provava a lamentarsi veniva picchiato brutalmente.
Lo spettacolo
A queste vicende si rifà “Marcinelle, storie di minatori”, raccontando le condizioni estreme di quei lavoratori. La mancanza d’aria, la polvere, il rumore assordante, i carrelli carichi di carbone, i nitriti dei cavalli, gli ascensori saranno le sensazioni e i suoni che accompagnano lo spettacolo.
“Racconteremo anche come passavano il tempo libero. Un giorno andarono a Liegi per seguire l’arrivo vincente di Coppi e scoprirono che nei bar era vietato l’ingresso agli italiani. Da una partita a scopa alle telefonate a casa fino al momento della tragedia: tutti i minatori smettono di parlare” spiega Ariele Vincenti.
Una strage del passato che parla di oggi
“Marcinelle, storie di minatori” si rifà a una vicenda accaduta 70 anni fa, ma è impossibile non vedere quanto sia attuale.
La storia di migliaia di persone costrette a lasciare le loro case (un tempo a bordo di un treno, oggi di un barcone) con la promessa o la speranza di trovare qualcosa di meglio oltre il confine, la leggiamo ogni giorno sui giornali.
Persone che affrontano un viaggio disperato, trattati come animali spesso nell’indifferenza generale (quando non ostacolati dalle istituzioni), per poi trovare condizioni di vita e di lavoro non così diverse da quelle dei minatori.
Allora lo spettacolo diventa anche un monito per il presente, un momento di riflessione in cui la distanza temporale permette di guardare con più lucidità, senza farci condizionare dalla polvere che l’attualità getta sugli occhi.
Quelle che restano sono persone che lavorano e soffrono per trovare il proprio diritto alla vita. Con un finale che, si spera, possa essere diverso.
