Dal 8 maggio al 12 luglio l’esposizione racconta il trombettista che ha reinventato il jazz più volte di quanto chiunque avrebbe ritenuto necessario. Con oltre duemila registrazioni, fotografie originali e documenti inediti, “Miles Davis 100, Listen to This!” è un invito all’ascolto prima che alla visione
Ogni volta che il mondo pensava di aver capito Miles Davis, lui aveva già cambiato forma. Celebrare nel 2026 il centenario della sua nascita con una mostra è un gesto insieme ovvio e impossibile, e il fatto che Pordenone ci abbia provato davvero, e in grande, merita attenzione.
Mentre Vicenza omaggia l’artista con la trentesima edizione del suo festival jazz, la città friulana ha raccolto la sfida e ha fatto le cose in grande: dal 8 maggio al 12 luglio, Villa Cattaneo ospita “Miles Davis 100, Listen to This!”, la più ambiziosa mostra immersiva mai dedicata al musicista americano in Italia, curata dallo studioso Enrico Merlin in collaborazione con il Festival Jazzinsieme e realizzata con il sostegno della famiglia Davis e di istituzioni come l’American Jazz Museum di Kansas City e la House of Miles di East St. Louis. Una celebrazione della figura dell’artista e del suo ruolo cardine nella storia della musica che si unisce a quella di Vicenza Jazz.
La scelta della sede non è decorativa. Villa Cattaneo è una villa veneta settecentesca immersa nel verde che la città ha destinato a diventare il Polo del Futuro Musicale, progetto cardine di Pordenone Capitale Italiana della Cultura 2027: studi di registrazione, sale prove, sistemi di digitalizzazione e conservazione del patrimonio audiovisivo.
Non una cronologia, ma un’immersione
La prima cosa che i curatori hanno deciso è anche la più significativa: niente percorso cronologico. “Listen to This!” non racconta Davis come una successione di tappe, dall’esordio alla morte, ma come un campo di forze in continua espansione. L’uomo che ha attraversato il bebop, il cool jazz, il modale, la fusion e l’elettronica senza mai sembrare lo stesso due volte non si presta a essere imbrigliato in una linea del tempo, e la mostra ha l’onestà di non provarci.
Il cuore tecnologico dell’esposizione è lo spazio omonimo “Listen to This!”: un database interattivo con oltre duemila registrazioni ufficiali, navigabile attraverso una mappatura ragionata e postazioni di ascolto ad alta fedeltà. Non esiste, a oggi, nulla di paragonabile messo a disposizione del pubblico per esplorare l’universo sonoro di Davis. È un archivio che diventa esperienza, uno strumento che invita a perdersi.
Otto stanze per un universo
Il percorso si articola in otto aree tematiche che affrontano Davis da angolature diverse, senza pretendere di esaurirlo. Tra i pezzi più attesi c’è la tromba originale del musicista, concessa dal collezionista Don Hicks, esposta in una sala dedicata alla galassia di collaboratori che gravitarono attorno al periodo rivoluzionario di “Bitches Brew”: un modo per ricordare che il genio di Davis non era solitario, ma era straordinariamente capace di chiamare intorno a sé altri geni.
C’è poi una sala, intitolata “The Icon”, che affronta Davis come segno culturale globale: il volto, il nome, le copertine che ritraevano le sue compagne, il rapporto con la moda e il cinema. Un aspetto spesso trascurato dalla critica musicale, che invece rivela quanto Davis avesse capito, ben prima che diventasse un luogo comune, che l’immagine è parte integrante del suono.
Il materiale esposto comprende oltre trecento supporti fonografici, fotografie originali di Anthony Barboza, riviste d’epoca e documenti d’archivio, tra cui contratti della Columbia Records e lettere private, molti dei quali mai mostrati al pubblico prima d’ora. Un’attenzione particolare è dedicata al legame speciale tra Davis e l’Italia, documentato da poster, video e registrazioni inedite.
Un luogo vivo
La mostra non si esaurisce nelle sale. Ogni settimana sono previsti incontri, guide all’ascolto e interventi di ospiti internazionali, tra cui Stefano Zenni, Luca Bragalini e lo stesso Anthony Barboza, fotografo che ha immortalato Davis negli anni Ottanta con una vicinanza e una libertà che si vedono nelle stampe esposte.
L’obiettivo dichiarato degli organizzatori è costruire un dialogo stabile tra Pordenone e i grandi circuiti museali americani, trasformando un evento celebrativo in qualcosa di più duraturo. Se ci riusciranno lo dirà il tempo. Per ora, basta che ci sia un posto dove sedersi, mettere le cuffie e ascoltare. Miles Davis aveva detto tutto quello che c’era da dire, ma non aveva ancora finito di sorprenderci.
“Non sarà una semplice mostra” dichiarano gli organizzatori, “ma un invito all’ascolto profondo e alla curiosità”. E Miles Davis, nato cent’anni fa il 26 maggio 1926, forse non avrebbe gradito una mostra su di lui, probabilmente: non era il tipo da retrospettive. Eppure “Miles Davis 100, Listen to This!”, è esattamente il tipo di omaggio che avrebbe potuto sorprenderlo, perché non celebra, non archivia, non spiega. Chiede solo di ascoltare.
