Ricontestualizzata nella Sala Stirling una delle opere più famose dell’artista: trentadue sculture in terracotta, accompagnate dalla colonna sonora di Brian Eno
Quindici anni dopo la personale a Palazzo Reale, Mimmo Paladino torna a Milano con una mostra pensata appositamente per la città e per lo spazio che la ospita. Fino al 26 luglio, la Sala Stirling di Palazzo Citterio accoglie uno dei lavori più riconoscibili e amati della sua carriera, i Dormienti, in un allestimento che non si limita a esporre le opere ma le fonde con l’architettura ipogea dell’edificio, trasformando l’intera sala in qualcosa di difficile da definire con una parola sola: non proprio una mostra, non proprio un’installazione, piuttosto un luogo abitato. Il progetto è curato da Lorenzo Madaro, realizzato da La Grande Brera in collaborazione con l’Archivio Paladino.
Trentadue corpi, un’unica matrice
I Dormienti sono una serie di trentadue sculture in terracotta, tutte ricavate dalla stessa matrice originaria e poi combinate in modo diverso a seconda dello spazio che le accoglie. Adagiati in posizione fetale, questi corpi silenti sembrano sospesi in una dimensione interstiziale, tra il sonno e la veglia, tra ciò che è reale e ciò che appartiene al sogno.
L’allestimento ha una messa in scena teatrale: i Dormienti sono attori immobili su un palcoscenico sotterraneo, e il pubblico è invitato a muoversi liberamente tra loro, senza un percorso imposto, generando ogni volta incontri e distanze diverse. La Sala Stirling non funziona quindi come uno spazio contemplativo nel senso tradizionale, non chiede raccoglimento e distanza reverenziale, ma piuttosto movimento, sosta, ascolto. È un paesaggio in cui fermarsi ha lo stesso valore che attraversare.
Da Poggibonsi a Londra, con Brian Eno
Paladino concepì i Dormienti alla fine degli anni Novanta, presentandoli per la prima volta nel 1998 a Poggibonsi. L’anno successivo arrivò la tappa che ne avrebbe consacrato la risonanza internazionale: la Roundhouse di Londra, nel 1999, dove la mostra fu realizzata insieme a Brian Eno, musicista, autore e produttore tra i più influenti della scena contemporanea. Eno ha composto una traccia sonora pensata specificamente per accompagnare la visita, costruendo una relazione tra le sculture e il suono che non è sottofondo ma parte integrante dell’opera.
I fantasmi di Pompei, i sogni di Moore
I Dormienti portano con sé una stratificazione di riferimenti che vale la pena nominare. Nei loro corpi contratti si riconosce qualcosa dei calchi degli abitanti di Pompei ed Ercolano, sorpresi dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., figure che l’archeologia ha restituito nella postura estrema della morte. Ma la fonte di ispirazione diretta di Paladino è un’altra, e racconta una storia diversa: i disegni che lo scultore britannico Henry Moore realizzò durante la Seconda guerra mondiale, ritraendo le persone che si rifugiavano nei ricoveri antiaerei londinesi.
Quei corpi rannicchiati non avevano nulla di tragico, sembravano semplicemente dormire e sognare, nonostante tutto. È questa ambivalenza, questa resistenza silenziosa alla catastrofe, che Paladino ha raccolto e trasformato in terracotta.
Lo scrigno del 1973
Accanto alla Sala Stirling, in uno spazio raccolto e quasi nascosto, si trova il nucleo forse più sorprendente della mostra: quindici grandi disegni su carta realizzati nel 1973, rimasti fino ad oggi nello studio dell’artista a Paduli, in provincia di Benevento, dove Paladino è nato e dove continua a lavorare. Opere mai esposte prima, che risalgono a quando aveva venticinque anni e stava cercando una via espressiva propria, distante dal concettuale, dal minimalismo e dall’Arte Povera che dominavano il panorama dell’epoca.
Quel nucleo di carte non è un semplice excursus storico, ma il punto di partenza dichiarato di tutto ciò che è venuto dopo: il disegno come fondamento, il mito come territorio inesauribile a cui attingere, la figura come presenza irrinunciabile. Vederli oggi, in dialogo con i Dormienti, permette di leggere cinquant’anni di ricerca come un percorso coerente, mosso sempre dalle stesse domande di fondo.
Il libro
In occasione della mostra è uscito un volume monografico pubblicato da Metilene Edizioni, a cura di Lorenzo Madaro, di centottanta pagine. Il libro affronta in modo sistematico tutti quei momenti del lavoro di Paladino in cui l’opera e lo spazio che la contiene si trasformano a vicenda, dal 1970 a oggi, riconoscendo in questa tensione verso l’architettura uno dei fili conduttori più profondi della sua poetica.
Oltre ai contributi del direttore generale della Pinacoteca di Brera Angelo Crespi e dello scrittore Mauro Covacich, il volume include un saggio del curatore, ricchi apparati iconografici e una documentazione biografica, bibliografica ed espositiva curata da Simone Salvatore Melis dell’Archivio Paladino.
