“Bellezza e Bruttezza”, la mostra in cui l’arte del Rinascimento racconta le ossessioni di oggi

l'allestimento della mostra bellezza e bruttezza alle galleria d italia Maurizio Tosto

Alle Gallerie d’Italia di Milano fino al 18 ottobre oltre 100 opere tra sculture, dipinti, disegni, manoscritti e arti decorative che esplorano il confine sfumato e mutevole tra bello e brutto

Il dibattito su quali siano i confini della bellezza è caldissimo, e ruota soprattutto intorno ai corpi femminili. I canoni estetici esistono, ma non sono fissi e immutabili e cosa sia bello e cosa non lo è cambia nel tempo. Dopo decenni in cui i fisici asciutti hanno dominato l’immaginario, qualche anno fa il movimento della body positivity pareva aver ridefinito il canone portando su red carpet e copertine corpi non conformi, fuori dallo standard che li vuole magri e lisci. Poi, complice anche l’avvento dei farmaci dimagranti, nel giro di poco il canone è cambiato di nuovo. Quello proposto oggi dalla società è un modello sempre più irraggiungibile, che spinge a ricorrere alla chirurgia estetica in modo sempre più estremo, a utilizzare filtri vistosi sui social e perfino a creare immagini alterate con l’intelligenza artificiale.

La ricerca della perfezione estetica e di una definizione assoluta della bellezza è una questione attuale insomma, ma non una novità visto che è un tema su cui ci si interroga fin dai tempi antichi. Artisti, filosofi, pensatori, opinion leader, influencer hanno provato nei secoli a dare la loro risposta ma la domanda resta ancora aperta.

La mostra “Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento” fino al 18 ottobre alle Gallerie D’Italia di Milano si muove proprio su questo territorio esplorato, sì, ma ancora non addomesticato. Lo fa con oltre 100 opere tra sculture, dipinti, disegni, manoscritti e arti decorative, provenienti da prestigiosi musei internazionali: un viaggio nel Rinascimento che si muove lungo il confine sfumato e mutevole tra bello e brutto, tra armonia ideale e deformazione grottesca, tra natura e artificio. Ma che, soprattutto, dimostra come le ossessioni del presente siano simili a quelle del passato.

Bellezza e Bruttezza alle Gallerie d’Italia: la mostra

La mostra, curata da Chiara Rabbi Bernard con il coordinamento generale di Gianfranco Brunelli, raccoglie opere di artisti tra i più importanti del Rinascimento: troviamo Ludovico Carracci, Bernardino Luini, Paolo Veronese, ma anche Tiziano Vecellio e Lorenzo Lotto e ancora Sandro Botticelli, Tintoretto e Michelangelo Buonarroti. Una selezione che proviene dal panorama italiano e nord-europeo, in particolare fiammingo, per illustrare come il concetto del bello si sia evoluto tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento, mettendo in luce continuità, differenze e trasformazioni culturali dell’epoca.

Dal Rinascimento ai filtri social: la ricerca della perfezione

Le questioni che emergono dal percorso espositivo, progettato dallo Studio Lucchi & Biserni, sono state indagate secoli fa dagli artisti ma, a dispetto del tempo passato, sono le stesse su cui ci si interroga anche ai giorni nostri. Nel XVI secolo non c’erano ancora le riviste di moda, e tantomeno Instagram, ma questo non vuol dire che non ci fossero delle immagini femminili aspirazionali. E dove la natura non arrivava, l’arte era chiamata a correggere. E così i ritratti non erano esattamente fedeli al reale, ma aggiungevano o toglievano a seconda della necessità.

Nel periodo rinascimentale inoltre, i prodotti di makeup e skincare esistevano eccome, anche se erano differenti da quelli che si usano oggi. La ricerca di un ideale estetico preciso passava anche da lì, da prodotti di bellezza e artifici. Non si esitava a utilizzare sostanze nocive per ottenere il risultato, a volte con effetti paradossali. Le persone erano disposte a tutto pur di rientrare nel canone del bello. Per ottenere la pelle bianchissima, per dare colorito alle guance o allargare le pupille non si esitava a fare ricorso a sostanze tossiche, spesso addirittura velenose. I volti venivano alterati e deturpati, i denti cadevano, la pelle ingialliva in un equilibrio precario tra perfezione e deformità, non lontano da quello a cui assistiamo anche oggi. Certo ora la cosmetica è più sicura, ma la tendenza è analoga. Lo descrive bene il film The Substance: dietro la sua deriva horror c’è una domanda che il Rinascimento si poneva già, ovvero fino a che punto sia lecito modificare il corpo per avvicinarsi a un ideale di bellezza.

Nel Cinquecento comunque, in un clima in cui gli standard estetici sono molto severi, iniziano a muoversi due tendenze parallele: da un lato si fa strada il concetto di grazia, cioè l’interiorità e il comportamento che aprono a una forma di bellezza alternativa; dall’altro destano interesse le figure percepite come “mostruose”, veri archetipi della cultura figurativa rinascimentale. Piano piano, i modelli assoluti entrano in crisi. La bellezza di matrice classica, basata sull’armonia delle proporzioni, è sempre meno attuale e l’attenzione si sposta sull’eccezione, su ciò che si distacca dalla massa. È una dinamica che continua a ripetersi: quando un ideale estetico sembra consolidarsi, emerge subito il fascino di chi lo contraddice. E l’anticonformismo diventa esso stesso una nuova forma di conformismo.

Perché il concetto di bellezza continua a cambiare

Tutti questi temi e riflessioni si trovano nella mostra alle Gallerie d’Italia. Cinque secoli separano il Rinascimento dai giorni nostri, eppure viene da chiedersi quanto sia davvero lontano. Dai ritratti ideali alle immagini modificate con filtri digitali non cambia la domanda di fondo: che cosa significa essere belli? L’essere umano se l’è chiesto a lungo ma, evidentemente, ancora non ha trovato una risposta condivisa. Forse perché più che di una definizione, è un concetto che per esprimersi ha bisogno di una conversazione che, in ogni epoca, è destinata a ricominciare da capo.