Il Piccolo Teatro coniuga il “Presente Indicativo” e trasforma Milano in un crocevia di linguaggi, culture e domande

Caroline Guiela Nguyen valentina Jean Louis Fernandez

Dal 14 al 30 maggio, la terza edizione del festival: due settimane, dodici spettacoli, sei Paesi

Il festival “Presente Indicativo” nasce come pensiero da sviluppare. Lo ha ideato Claudio Longhi nel 2022, e da subito ha avuto la forma di un ragionamento aperto, non di una rassegna chiusa: un appuntamento che prende il nome dal tempo verbale della contemporaneità, quello che dice cosa succede adesso, in questo momento, mentre parliamo.

La terza edizione, in scena dal 14 al 30 maggio nelle tre sale del Piccolo Teatro di Milano, aggiunge al titolo un sottotitolo che è già un programma: Milano Crocevia. Perché questa città, nodo di transiti e culture, capace di attrarre e irradiare, è il luogo ideale in cui far confluire esperienze artistiche che arrivano da tutta Europa e che, da qui, si riproiettano verso il mondo. Un movimento che il festival intercetta e amplifica, continuando a ragionare sull’Europa, a decifrarne l’eredità storica, a scandagliare le coordinate di quell’humus culturale da cui germina, di volta in volta, una forma espressiva diversa, eppure straordinariamente connessa alle altre.

Teatro d’Europa, non solo sulla carta

Il Piccolo è Teatro della Città e Teatro d’Europa: lo dice la sua storia, dal 1947, e lo dice il decreto ministeriale del 1991 che ne ha riconosciuto la vocazione internazionale. Ma queste non sono etichette onorarie: sono impegni che si onorano ogni stagione, e che Presente Indicativo porta alla massima concentrazione. In due settimane, il festival raduna attorno a un’unica riflessione artisti da Belgio, Francia, Portogallo, Polonia, Svizzera e Austria, insieme a una nuova generazione di artisti italiani appena entrati nel novero degli associati.

Il filo che li tiene insieme è il concetto di relazione, fil rouge dell’intera stagione 2025-2026, riassunto nel motto “Complemento di relazione”. Dinamiche di scambio, dialogo, conflittualità, vicinanza e distanza: ogni spettacolo è un modo diverso di interrogare questi stessi temi, attraverso linguaggi che vengono dai quattro angoli del teatro europeo contemporaneo. E il fatto che tutti i dodici spettacoli siano sovratitolati in italiano e in inglese dice già molto dell’ambizione del progetto: non un festival per addetti ai lavori, ma una vetrina aperta al pubblico più largo, compreso quello giovane che il Piccolo vuole raggiungere con sempre maggiore determinazione.

Le rotte del festival si intrecciano, non a caso, con quelle di appuntamenti gemelli come il Festival d’Avignone, la Ruhrtriennale, Romaeuropa e le Wiener Festwochen: una rete di relazioni che trasforma Milano in un nodo di una costellazione internazionale.

Aprire con la memoria: Tiago Rodrigues

La serata d’apertura, il 14 maggio, cade in una data che il Piccolo porta nel proprio calendario come una ricorrenza: è il Piccolo Day, il giorno in cui, 79 anni fa, il teatro alzò per la prima volta il sipario. Aprire il festival in questo giorno non è una coincidenza ma una scelta di senso, il tentativo di far dialogare l’origine con il presente.

A inaugurare il programma è Tiago Rodrigues, drammaturgo e regista portoghese che dal 2022 dirige il Festival d’Avignone, e che incarna meglio di chiunque altro il tipo di artista che Presente Indicativo cerca: qualcuno capace di fare del teatro un luogo di pensiero collettivo. Con “By Heart” (14 e 16 maggio, al Teatro Grassi), Rodrigues invita dieci spettatori a salire sul palco per imparare insieme una poesia a memoria, e trasforma questo gesto semplice in una riflessione profonda sul ruolo sociale della trasmissione orale, su cosa significa custodire qualcosa con la propria mente e poi darlo ad altri.

Il giorno seguente, il 15 e 16 maggio al Teatro Studio, arriva “La Distance”, la sua opera più recente, in prima italiana dopo il debutto avignonese dello scorso luglio. È una conversazione interplanetaria tra un padre e una figlia, tenuta in vita da lunghe telefonate attraverso una distanza cosmica: un dispositivo distopico per ragionare sui limiti e le possibilità di comunicazione tra generazioni, sulla difficoltà di capirsi quando si parla da mondi diversi. Rodrigues apre il festival con due spettacoli che parlano entrambi di memoria, di trasmissione, di cosa passa da una persona all’altra e cosa invece si perde per strada. Un inizio che suona come una dichiarazione d’intenti.

La famiglia come crocevia: Caroline Guiela Nguyen

Anche il secondo grande nome del festival, Caroline Guiela Nguyen, porta in scena un crocevia, ma questa volta è quello della famiglia e delle lingue. Nguyen, che dal 2023 dirige il Teatro nazionale di Strasburgo e la sua scuola dei mestieri dello spettacolo, è già ben conosciuta dal pubblico del Piccolo grazie a “Saigon” e “Lacrima”, due lavori che hanno lasciato il segno. Con “Valentina” (15-17 maggio, al Teatro Strehler), torna a esplorare il terreno che le è più caro: la lingua come ponte e come frattura, come strumento di appartenenza e come fonte di esclusione.

“Valentina” è la storia di una bambina sospesa tra la Romania e la Francia, tra due lingue e due famiglie, alle prese con i segreti di casa sua e con la fatica di interpretarli senza gli strumenti giusti. Una fiaba moderna che parla di migrazioni, di identità multiple, di quanto sia complicato abitare il confine tra due mondi. Anche questo spettacolo è coprodotto con il Piccolo e realizzato in collaborazione con Romaeuropa, segno di come la rete di relazioni del festival funzioni non solo geograficamente ma anche produttivamente.

Il corpo e il lavoro: Nicolò Fettarappa

Tra i nuovi artisti italiani associati, Nicolò Fettarappa porta al festival “Orgasmo” (21-22 maggio, al Teatro Studio), testo finalista del Premio Riccione 2023. Lo scenario è quello di un mondo post Covid in cui l’unico piacere socialmente ammesso è quello del lavoro, mentre l’Unione Europea ha già pianificato, nell’agenda ufficiale, l’ultimo orgasmo sulla terra entro il 2030.

Una premessa che suona come una satira feroce e che Fettarappa usa per aprire una riflessione sulla crisi del desiderio, sul corpo ridotto a strumento di produttività, sul contatto sensuale svuotato di senso mentre il solo piacere legittimato rimane quello della performance lavorativa.

Turing, Enigma e le macchine che pensano: Łukasz Twarkowski

C’è grande attesa per il ritorno di Łukasz Twarkowski, il regista polacco che nell’edizione precedente di Presente Indicativo aveva portato “Rohtko”, poi premiato come Miglior spettacolo straniero presentato in Italia agli Ubu 2024. Con “Oracle” (23-24 maggio, al Teatro Strehler, in prima nazionale, coprodotto con la Ruhrtriennale), Twarkowski prosegue quella che si sta delineando come una trilogia scientifica: se il primo capitolo interrogava la pittura come linguaggio di confine, questo secondo si spinge ai margini dell’informatica e dell’intelligenza artificiale.

Il protagonista è Alan Turing, matematico e padre dell’informatica, che decifrando il codice Enigma cambiò il corso della Seconda guerra mondiale. Twarkowski è affascinato dalla figura di Turing per una ragione precisa: Turing ha immaginato, prima di chiunque altro, una macchina capace di ragionare come un essere umano. E si è chiesto cosa significhi davvero.

Oracle non è però uno spettacolo biografico, ma un’immersione sensoriale, fatta di paesaggi sonori e proiezioni cinematografiche, che sfuma i confini tra realtà e illusione per interrogarsi sul futuro digitale che Turing ha contribuito a immaginare, e su come le tecnologie che abitiamo oggi stiano ridisegnando le nostre relazioni.

Gisèle Pelicot e la forza di un processo: Milo Rau

Una sola replica, domenica 24 maggio al Teatro Studio, ma sufficiente a lasciare il segno: “Il processo Pelicot” di Milo Rau e Servane Dècle, arriva direttamente dalle Wiener Festwochen, dove Rau dirige attualmente la rassegna. Lo spettacolo porta in scena interrogatori, arringhe e testimonianze del processo che ha sconvolto la Francia e l’Europa, quello in cui Gisèle Pelicot ha scelto pubblicamente di non chiedere l’anonimato, trasformando la propria storia personale in un atto politico contro la violenza di genere e la cultura dello stupro.

Il palcoscenico diventa aula di tribunale, la memoria diventa strumento di accusa, il teatro diventa spazio di elaborazione collettiva di qualcosa che la cronaca ha raccontato ma che forse la cronaca sola non basta a capire. In un gesto coerente con lo spirito dello spettacolo, il ricavato della serata sarà devoluto alla Casa delle Donne di Milano, associazione impegnata nel contrasto alla violenza di genere e nella valorizzazione dei saperi femminili.

Crescere, morire, non smettere di esistere: Lino Guanciale

Dal 25 al 30 maggio, al Teatro Grassi, Lino Guanciale porta in scena “Flusso”, testo di Christian di Furia vincitore della menzione speciale Franco Quadri al Premio Riccione 2021. È un monologo per due attori, Guanciale stesso e Gianmarco Saurino: due corpi, due vite, un solo personaggio che si interroga sull’identità, sul tempo, sul crescere e sul morire.

In una stanza sospesa tra presente e ricordo, si apre una navigazione poetica che Guanciale costruisce come un crocevia interiore, lo spazio in cui ciascuno di noi fa i conti con l’impossibilità di smettere di esistere, anche quando vorrebbe.

Han Kang e la ferita di Jeju: Daria Deflorian

Mercoledì 27 maggio, al Teatro Studio, Daria Deflorian presenta “Che dolore terribile è l’amore”, work-in-progress coprodotto dal Piccolo e ispirato a “Non dico addio”, l’ultimo romanzo di Han Kang, premio Nobel per la letteratura 2024. Sullo sfondo, la rivolta del 1948 sull’isola di Jeju, in Corea del Sud, e il massacro di trentamila civili che ne seguì: una ferita mai sanata, che continua a tormentare due amiche nel presente della storia, così come aveva tormentato la madre di una di loro, testimone diretta di quel crimine.

Daria Deflorian, che il Piccolo celebra in questa stagione con una personale dedicata al suo lavoro, usa Han Kang per ragionare su qualcosa che la attraversa profondamente: come si fa a resistere alle brutture del mondo, se non attraverso i legami, le amicizie, l’amore come forma di ostacolo alla dissoluzione.

Il Nobel per le Arti e la danza di Brel: Anne Teresa De Keersmaeker

Chiude il festival, dal 28 al 30 maggio, al Teatro Strehler, Anne Teresa De Keersmaeker, coreografa belga che rappresenta l’icona più riconoscibile della danza contemporanea europea. La sua prima volta al Piccolo arriva pochi mesi dopo il Praemium Imperiale 2025, il cosiddetto Nobel per le Arti, ricevuto a Tokyo insieme a Marina Abramović: un riconoscimento che consacra decenni di ricerca sulle geometrie del movimento e sul rapporto tra corpo, musica e spazio.

Lo spettacolo si chiama “Brel”, in coproduzione con il Festival d’Avignon, e nasce da un incontro: quello tra De Keersmaeker e la musica di Jacques Brel, monumento della canzone francese. Il suo sguardo sul mondo, fatto di giustizia sociale, amore, vecchiaia e rifiuto della violenza, diventa materia coreografica in un duetto con il danzatore e coreografo Solal Mariotte. Le note di Brel non vengono illustrate ma abitate, trasformate in movimento, esplorate dall’interno.

Il collettivo più giovane e la velocità da sabotare: Parini Secondo

Nelle stesse giornate, al Teatro Studio, il festival ospita il collettivo femminile Parini Secondo, appena entrato nella famiglia degli artisti associati del Piccolo. La coincidenza con De Keersmaeker non è casuale: entrambi portano in scena la danza, ma da traiettorie completamente diverse, e il dialogo implicito tra le due presenze dice qualcosa di preciso sul modo in cui il festival ragiona per contrasti e risonanze.
Parini Secondo porta due lavori. “Hit Out” (26-27 maggio, nel Chiostro Nina Vinchi) è una performance site-specific che incorpora tutti i ritmi della vita contemporanea, un primo sguardo sul linguaggio del collettivo.

“Sloooooow, il tempo della festa” (28-30 maggio, al Teatro Studio) è invece la prima assoluta, coprodotta con il Piccolo e con Bienoise: un processo di rallentamento coreografico e musicale che nel titolo già dichiara la propria intenzione. In questo periodo di accelerazione permanente, di velocità imposta come condizione esistenziale, Parini Secondo sceglie di dilatare il tempo, di renderlo disponibile all’incontro, di trasformare la lentezza in un atto politico. Un gioco, certo, ma un gioco serio: rallentare la speed del nostro quotidiano per ricordare che il tempo della festa non è tempo perso.

Un festival, una città, un’idea di teatro

Quello che Presente Indicativo costruisce, edizione dopo edizione, è qualcosa di più di un cartellone: è un momento di riflessione sui linguaggi teatrali che emergono ai quattro angoli del mondo, pensato all’ombra del concetto di relazione come strumento per capire il presente. Una vetrina che concentra il lavoro degli artisti associati al Piccolo, artisti che sono in relazione con il teatro non come ospiti ma come interlocutori, non come visitatori ma come compagni di viaggio.

Milano, intanto, si conferma quello che il sottotitolo proclama: un crocevia. Non nel senso generico di città cosmopolita, ma nel senso preciso di luogo in cui le rotte si incrociano davvero, dove gli artisti si incontrano, dove i pubblici si mescolano, dove il teatro può ancora pretendere di essere, al tempo stesso, radicato e universale.