Romaeuropa Festival 2026: Caterina Barbieri, (LA)HORDE e Romeo Castellucci nel programma monstre tra musica, danza e teatro

Lo spettacolo "Le Pas du Monde" del Collectif XY Fabrice Dimier

Cento spettacoli, duecentoquaranta repliche, mille artisti da tutta Europa e oltre: dall’8 settembre al 15 novembre Roma torna a essere un crocevia di linguaggi contemporanei

Una volta all’anno Roma diventa piazza d’Europa con il Romaeuropa Festival, che con la sua quarantunesima edizione, diretta da Fabrizio Grifasi, rilancia una vocazione che dura da decenni: fare delle arti performative uno spazio di ascolto reciproco, in un momento storico in cui l’Europa stessa sembra faticare a riconoscersi. Il Presidente della Fondazione, Guido Fabiani, lo dice chiaro, l’Europa per Romaeuropa non è mai stata un’etichetta ma una rete concreta di alleanze artistiche e istituzionali. Grifasi rilancia parlando di un “passo del mondo” da ritrovare, un’immagine che prende in prestito dal lavoro del Collectif XY, una delle compagnie protagoniste di questa edizione, fatta di equilibri condivisi più che di certezze imposte.

Dietro il programma si muove una macchina di sostegni importanti, dal Ministero della Cultura alla Regione Lazio, da Roma Capitale alla Camera di Commercio, fino alla partnership storica con Dance Reflections by Van Cleef & Arpels, che dal 2022 vede il festival romano come unico partner italiano di una rete internazionale che tocca New York e Shanghai. Nuove collaborazioni arrivano quest’anno da Poste Italiane e da ENI, mentre Banca Ifis conferma il proprio sostegno alle due serate inaugurali.

Le notti di apertura, tra coreografia e sperimentazione sonora

Il festival si apre l’8 e il 9 settembre all’Auditorium Conciliazione con un dittico che racconta bene lo spirito della rassegna. La prima serata è di Sofia Nappi, tra le voci più interessanti della coreografia italiana contemporanea, che porta in scena in prima nazionale “Chora”, un lavoro che scava nell’idea del vuoto originario. La seconda è di Caterina Barbieri, compositrice e direttrice artistica della Biennale Musica di Venezia, che confronta per la prima volta la propria scrittura elettronica con un’intera orchestra, ONCEIM, diretta da Frédéric Blondy, in un progetto nato insieme alla Philharmonie de Paris.

A chiudere il trittico inaugurale arriva Benjamin Millepied, che fu direttore della danza dell’Opéra di Parigi, con “Summerland”, uno spettacolo costruito in dialogo con la musicista francese November Ultra, nell’ambito delle celebrazioni per i settant’anni del gemellaggio tra Roma e Parigi.

Le giornate d’apertura proseguono poi all’Auditorium Parco della Musica con tre concerti di peso, il ritorno di Fatoumata Diawara con il suo ultimo album, la prima romana di “Powaqqatsi” di Godfrey Reggio eseguito dal vivo dal Philip Glass Ensemble, e l’incontro tra Jeff Mills e l’arpista Kety Fusco in un viaggio audiovisivo tra elettronica e acustica.

Corpi e coreografie da tutto il mondo

La danza internazionale attraversa il programma con una densità rara. Al Teatro Argentina il coreografo fiammingo Michiel Vandevelde rilegge le “Quattro stagioni” di Vivaldi nella versione di Max Richter, mentre Sasha Waltz torna a danzare confrontandosi con le “Suites per violoncello” di Bach, in un progetto che si inserisce nelle celebrazioni per i settantacinque anni di relazioni diplomatiche tra Italia e Germania.

Il filo della danza europea si dipana poi tra nomi che hanno segnato la storia della disciplina, Rachid Ouramdane, la compagnia (LA)HORDE alla guida del Ballet national de Marseille, Wim Vandekeybus che ripropone il suo storico “What the Body Does Not Remember”, Boris Charmatz con un nuovo assolo radicale, Ben Duke che trasforma Amleto in un antieroe da stand-up, Nacera Belaza in un duo intenso con Valérie Dréville. Al Teatro Costanzi arriva l’Opera Ballet Vlaanderen con un trittico firmato Jan Martens, Anne Teresa De Keersmaeker e Christos Papadopoulos, mentre dalla Grecia e dalla Norvegia arrivano Katerina Andreou e la compagnia Carte Blanche, e dalla Corea del Sud Eun-Me Ahn mescola ritualità e pop culture in Post-Orientalist Express.

Ci sono poi spettacoli pensati per attraversare le generazioni, come “Le Pas du Monde” del Collectif XY al Teatro Olimpico, un rito collettivo fatto di torri umane e acrobazie, o la nuova creazione del Groupe Acrobatique de Tanger firmata da Raphaëlle Boitel. E ci sono le storie che intrecciano teatro e memoria politica, da “Haribo Kimchi” del regista coreano Jaha Koo, che ricostruisce in scena un chiosco di street food, a “No Yogurt for the Dead” del portoghese Tiago Rodrigues, un rito teatrale sull’addio nato dagli appunti incompiuti del padre.

La scena italiana, tra grandi maestri e nuove voci

Il cuore pulsante del festival resta però la creazione italiana. Romeo Castellucci presenta in prima nazionale “Faust. Fatto, non detto”, un’indagine radicale sulla figura dell’artista sospesa tra colpa e visione. Al Teatro Vascello si concentra un fitto programma di nuove produzioni, Marta Cuscunà debutta con “La Medium”, ispirato alla storia vera di una donna reclusa in manicomio per quattordici anni, Giorgina Pi rilegge il mito di Filottete in “Lemnos”, Pietro Giannini interroga il mito della tecnologia contemporanea in “STARMAN”, e Marco D’Agostin firma con la danzatrice Marta Ciappina un mosaico corale sul congedo dalla scena.

Per la riapertura del Teatro Valle arriva “Memorie di ragazza”, tratto dal libro di Annie Ernaux, con la regia di Silvia Costa. Al Mattatoio si svolge invece il ciclo HEIMAT, cinque giorni in cui cinque registi, tra cui Fabiana Iacozzilli e Leonardo Lidi, dirigono gli stessi giovani interpreti dell’Accademia Silvio d’Amico per interrogare il tema dell’identità e dell’appartenenza.

La musica come cuore ritmico del festival

Se c’è un filo che tiene insieme l’intera edizione, è quello sonoro. Vinicio Capossela debutta al Romaeuropa insieme a Pierpaolo Capovilla con “E morte non avrà dominio”, ispirata alla vita di Renato Striglia e all’opera di Dylan Thomas. Il programma musicale è anche un lungo omaggio agli anniversari, i novant’anni di Steve Reich celebrati da Blow Up Percussion, il centenario di Hans Werner Henze onorato da “Voices” con il New European Ensemble diretto da Carlo Boccadoro, e ancora Maki Namekawa e Thomas Enhco che si confrontano con “The Köln Concert” di Keith Jarrett.

Non manca la scena elettronica più contemporanea, con il progetto Osmium nato dall’incontro tra la compositrice islandese Hildur Guðnadóttir e James Ginzburg, e con Kangding Ray, reduce dal successo della colonna sonora del film premiato a Cannes “Sirât”.

Il gran finale del 15 novembre si trasforma in una maratona di dodici ore, tra l’esecuzione integrale degli “Études” di Philip Glass affidata a Vanessa Wagner e il Classical Rave Party di Enrico Melozzi, con ospiti come Niccolò Fabi, Alessandro Baricco e Anastasio, in un abbraccio finale tra accademia e festa popolare.