Dal 5 marzo al 19 luglio Palazzo Pallavicini ospita la più grande antologica italiana dedicata a lei: 187 immagini per raccontare una vita sospesa tra fotografia e cinema
Tutto è cominciato con una macchina fotografica da 39 centesimi. Era una Univex, era il regalo giusto al momento giusto, e nelle mani di Ruth Orkin sarebbe diventata il primo passo verso uno dei linguaggi visivi più originali del XX secolo. Bologna lo racconta dal 5 marzo al 19 luglio, con la mostra più grande mai dedicata a lei in Italia, “Ruth Orkin. The Illusion of Time”. In mostra a Palazzo Pallavicini 187 immagini. Un’intera vita di sguardi.
Una ragazza con un sogno (e una macchina da 39 centesimi)
Per capire Ruth Orkin bisogna partire dalla fine, o meglio, dall’inizio di tutto: da Hollywood. Nata nel 1921, Ruth cresce nell’ombra luminosa del cinema muto, portata per mano dalla madre Mary Ruby (attrice, donna di scena, presenza ingombrante e ispiratrice) tra i set e i camerini della Fabbrica dei sogni degli anni Venti e Trenta.
Il suo desiderio è netto, cristallino: diventare regista. Ma il mondo, allora, aveva altri piani. La strada del cinema le viene sbarrata da ostacoli che non dipendono dal talento. E allora Ruth fa quello che fanno le persone straordinarie: reinventa il sogno.
Con una macchina fotografica Univex da 39 centesimi scopre che l’immagine fissa può raccontare quanto e più del movimento. Il cinema non sparirà mai dal suo cuore, ma prenderà una forma nuova, inaspettata, del tutto sua.
In bici da Los Angeles a New York: nasce una narratrice
Il 1939 è l’anno della svolta. Ruth Orkin ha 18 anni e decide di attraversare gli Stati Uniti in bicicletta, da Los Angeles a New York. Non è solo un’avventura: è un atto artistico consapevole. Da quel viaggio nasce “Road Movi”e, una sequenza di immagini che scorre come un film, un diario visivo che prende ispirazione dai taccuini con cui la madre documentava le riprese sul set.
Le didascalie scritte a mano, la progressione cronologica, il senso del movimento che si sente anche nelle fotografie ferme: tutto parla di cinema. Tutto parla di lei. È qui che si manifesta il suo genio: la capacità di costruire una narrazione fotografica che ha il ritmo, la tensione, la fluidità di una pellicola in proiezione.
La finestra sul mondo: quando il marciapiede diventa palcoscenico
Anni dopo, dalla finestra del suo appartamento newyorkese, Ruth Orkin inventa un altro modo di guardare. La serie “Dall’alto” è uno dei capolavori della sua produzione: occhi puntati sulla strada, la città come teatro spontaneo, i passanti come attori inconsapevoli di una commedia umana perpetua. C’è una leggerezza magistrale in questi scatti, e insieme una profondità che colpisce. Il movimento e la quiete si alternano con la precisione di una partitura musicale.
I grandi, attraverso il suo obiettivo
Ma Ruth Orkin sa anche avvicinarsi. Sa entrare nello spazio personale dei potenti e dei famosi e restituirne l’umanità con un’immediatezza disarmante. In mostra ci sono i suoi ritratti di Albert Einstein, Marlon Brando, Robert Capa, Alfred Hitchcock, Orson Welles: icone del Novecento catturate in momenti in cui la maschera cade, o forse si rivela più vera che mai. Ogni scatto è un racconto brevissimo.
