Dopo averlo visto come attore in “Sinners”, il rapper e poeta newyorkese pubblica “Leap Life”, il suo primo disco da solista in sette anni tra spoken word, jazz e ritualità
Figura centrale della cultura e della resistenza black, Saul Williams non è facile da incasellare in una sola etichetta: rapper, poeta, scrittore, attore, regista, musicista. Quest’anno lo abbiamo visto nei panni di un pastore in “Sinners”, il gotico horror di Ryan Coogler, e ora torna alla musica. “Leap Life”, il suo primo album da solista in sette anni, esce per Big Dada, l’etichetta che nel 1998 diede alle stampe i suoi esordi discografici, “Twice The First Time” ed “Elohim”. Il titolo prende il nome dal giorno di nascita dell’artista, il 29 febbraio: quel giorno dell’anno bisestile che si aggiunge al calendario ogni quattro anni.
Da New York a Cannes, un percorso senza confini
Saul Williams è nato e cresciuto a New York, dove negli anni Novanta ha contribuito a rendere popolare la scena slam poetry, portandola poi a un pubblico globale con “Slam”, il film che ha co-scritto e interpretato, vincitore del Gran Premio della Giuria a Sundance e della Caméra d’Or a Cannes. Da lì la carriera si è aperta a ventaglio: album realizzati con Rick Rubin e Trent Reznor, sei libri pubblicati, una graphic novel, “Martyr Loser King”, una produzione di danza itinerante nata dalla collaborazione con Bill T. Jones. Nel 2021 ha debuttato alla regia con “Neptune Frost”, film musicale cyberpunk co-diretto insieme alla moglie, la regista ruandese Anisia Uzeyman, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes.
Quasi tre decenni dopo “Slam”, Williams è tornato quest’anno sul grande schermo nei panni di Pastor Jedidiah Moore in “Sinners”, il film ambientato nell’epoca Jim Crow diretto da Ryan Coogler, candidato a un record di sedici premi Oscar e vincitore in quattro categorie. Un anno intensissimo, che lo ha visto anche esibirsi nei festival estivi al fianco dei pionieri della techno militante Underground Resistance, prima di tornare, con “Leap Life”, al centro esatto della sua ricerca: la voce.
La voce come strumento
Il principio attorno a cui ruota l’intero disco è che la voce è lo strumento. Non uno strumento tra gli altri, ma quello che organizza tutti gli altri. Nel corso dell’album, Saul Williams si muove tra spoken word, astrazioni jazz, cadenze hip-hop, ritmiche dell’Africa occidentale, ambient e sound design cerimoniale, senza che nessuno di questi registri prevalga sull’altro. Le strutture in rima tradizionali vengono abbandonate a favore di una spontaneità che tratta il linguaggio come una forza vibrante, quasi fisica, capace di catturare l’essenza di un improvvisatore jazz che insegue la rivelazione in tempo reale.
È un rischio enorme, cedere il controllo dentro un mezzo costruito sulla permanenza come è un disco. Ma è proprio in quell’incertezza che Williams individua la possibilità della rivelazione. Cosa significa fidarsi del momento, si chiede lui stesso, ed è una domanda che percorre l’intero lavoro, dalla scrittura dei testi fino alla loro registrazione in studio, spesso senza una parola scritta in anticipo.
La mano che ha cucito i frammenti
Dietro l’apparente libertà del disco c’è un lavoro di cucitura molto preciso, affidato a Carlos Niño, produttore di Los Angeles legato a Saul Williams da un’amicizia che risale alla fine degli anni Novanta, quando fu proprio il primo a invitarlo per la prima volta a esibirsi sulla West Coast. I due avevano già lavorato insieme al disco “Saul Williams meets Carlos Niño & Friends at TreePeople” (International Anthem), una cerimonia sonora improvvisata che è valsa a Williams la sua prima nomination ai Grammy dai tempi di “Slam”, ventisette anni prima.
Nel 2022 Williams gli ha fatto ascoltare anni di materiale sparso, schizzi strumentali, tracce nate durante la pandemia, collage ambient, convinto che non avessero nulla in comune tra loro. Carlos Niño ha visto altro, e ha trovato la sequenza prima ancora di entrare in studio, trasformando frammenti apparentemente slegati, registrati con musicisti sparsi tra Los Angeles, Sudafrica, Messico, Bristol e Parigi.
A completare il tessuto sonoro dell’album arriva anche Robert Del Naja, storico membro dei Massive Attack, che firma insieme a Williams tre brani, “I Think I Get It Now”, “Controlled Is Not Controllable” e “Not Everything For Sale”, portando nel disco un registro più teorico, quasi saggistico, che si affianca senza stridere alle sezioni più rituali del lavoro. Tra gli altri nomi coinvolti figurano Moor Mother, Kamasi Washington, Georgia Anne Muldrow, Gonjasufi e Jimetta Rose, oltre ad Anisia Uzeyman, che firma testo e voce di un brano interamente in francese, ispirato alla fotografia di una donna armata con un bambino in braccio.
Parlare con i morti
Il cuore pulsante di “Leap Life” non è però tecnico, ma politico e spirituale insieme. Saul Williams descrive l’album come un tentativo di entrare in comunione con i morti, un’affermazione che nella sua bocca non ha nulla di metaforico o consolatorio. Di fronte alle devastazioni in corso in Palestina, Sudan, Haiti, Congo e Yemen, l’artista si interroga apertamente su dove vada l’energia di chi viene ucciso, su cosa significhi restare responsabili verso i morti pur continuando a vivere, sul fatto che i movimenti di liberazione abbiano bisogno tanto di solidarietà quanto di strategia politica.
Tra il popolare e il radicale
Nonostante la gravità dei temi trattati, “Leap Life” non scivola mai nel cinismo. A tenerlo in equilibrio contribuisce forse proprio la tensione che ha attraversato l’intera carriera di Saul Williams, quella tra accessibilità e sperimentazione, tra popolare e radicale. “O sono ispirato o sono disgustato”, ha dichiarato lui stesso, sintetizzando con una frase secca una postura artistica che dura da trent’anni e che rifiuta, con una coerenza quasi militante, i confini di genere tra musica, letteratura e cinema.
C’è, in questo approccio, anche un rifiuto esplicito di una certa idea occidentale e ormai commerciale di spiritualità, ridotta a estetica vendibile. Williams recupera invece una concezione più antica della musica, capace di portare insieme dolore, resistenza e guarigione nello stesso gesto sonoro. In un momento culturale che premia spesso la distrazione e l’anestesia emotiva, la scelta di Saul Williams suona quasi controcorrente, un disco che chiede attenzione anziché offrirla come sottofondo.
