Su Prime Video la prima stagione di “Young Sherlock”, con otto episodi. Il protagonista è Hero Fiennes Tiffin nei panni del giovane Holmes e futuro detective di Baker Street alle prese con il suo primo caso da risolvere
C’è qualcosa di magico nel potere eterno di Sherlock Holmes. Nato dalla penna di Arthur Conan Doyle nel lontano 1887, il detective più celebre della letteratura mondiale non smette mai di reinventarsi tra cinema, televisione, fumetti. E adesso, con la serie tv “Young Sherlock”, disponibile su Prime Video, tocca alla sua giovinezza essere raccontata. Con un regista d’eccezione alla guida: Guy Ritchie.

Guy Ritchie torna a Sherlock Holmes
Guy Ritchie e Sherlock Holmes: un sodalizio che sembrava concluso dopo il successo dei due film con Robert Downey Jr., il primo nel 2009, il sequel “Gioco di Ombre” nel 2011. E invece no. Il regista britannico non ha mai smesso di pensare all’inquilino di Baker Street. E mentre continuano a rincorrersi le voci su un terzo capitolo, torna a lui con un progetto ancora più ambizioso: raccontare chi era Sherlock prima di diventare Sherlock.
Tratta dai romanzi di Andrew Lane (che a sua volta prende ispirazione dal personaggio di Arthur Conan Doyle), la serie in otto episodi segue un Holmes diciannovenne, brillante ma indomabile, catapultato tra i corridoi aristocratici dell’Università di Oxford. Non come studente, però, bensì come garzone. Valigie da portare, stanze da pulire e, nel mezzo di tutto questo, un omicidio da risolvere.
Ritchie non delude nemmeno sul fronte musicale, da sempre uno dei suoi marchi di fabbrica. La opening di “Young Sherlock” è affidata ai Kasabian con “Days Are Forgotten”. Poi arrivano tanti altri brani tra pop, rock e nostalgia con Cure, Flogging Molly, Black Sabbath, Placebo, Black Angels, Johnny Cash, Black Keys, Damned.
La trama: Oxford, complotti e un nemico che diventerà leggenda
La storia parte da un posto insolito: una cella. Sherlock è finito in prigione nel tentativo maldestro di imparare l’arte del borseggio. Il fratello maggiore Mycroft lo tira fuori dai guai e lo spedisce a Oxford, convinto di fargli del bene. Ma il giovane Holmes, si sa, non è fatto per stare fermo.
Tra i banchi della prestigiosa università (o meglio, tra i corridoi dove sfreccia con le valigie degli altri) Sherlock conosce James Moriarty, un coetaneo tanto affascinante quanto enigmatico.
I due vengono ben presto trascinati in un vortice di intrighi: una preziosa reliquia sparita, una misteriosa principessa arrivata dalla Cina, omicidi e depistaggi che si moltiplicano. Sullo sfondo, un segreto oscuro legato alla famiglia Holmes che aspettava da tempo di venire a galla.
Il tocco inconfondibile di Ritchie: ritmo, stile e niente respiro
Chi ha amato i due film con Robert Downey Jr. ritroverà immediatamente il Dna di Guy Ritchie: quella narrazione frenetica che non lascia mai sedere comodi, quel turbinio di trovate visive e colpi di scena che si inseguono senza pietà.
“Young Sherlock” è tecnicamente una serie young adult, ma Ritchie si prende le sue libertà. Il risultato è un cocktail di mystery, action e commedia, con un ritmo da thriller e un’ironia che alleggerisce anche i momenti più tesi.
La chimica tra Sherlock e Moriarty
Il cuore pulsante della serie sono loro due: Sherlock e Moriarty, nemici in divenire, per ora soci in avventura. Hero Fiennes Tiffin (già visto nel film di Ritchie “Il ministero della guerra sporca”) porta in scena un Holmes ancora acerbo, in cui le doti straordinarie del futuro detective sono presenti ma non ancora pienamente svegliate.
Di fronte a lui, Dónal Finn costruisce un Moriarty sfaccettato, magnetico, impossibile da classificare come semplice antagonista. L’alchimia tra i due è la vera benzina della serie.
Il resto del cast è completato dallo zio di Hero Fiennes Tiffin, Joseph Fiennes che veste i panni del padre del protagonista. La madre ha il volto di Natascha McElhone. Mycroft è Max Iron. Poi ci sono le sorprese: Colin Firth nel ruolo del misterioso Sir Bucephalus Hodge e Zine Tseng come Gulun Shou’an, principessa cinese esperta di arti marziali.
Sherlock Holmes al cinema e in tv: un secolo di deduzioni, adattamenti e colpi di scena
C’è un solo personaggio letterario capace di attraversare indenne più di cent’anni di cinema e televisione, reinventandosi ogni volta senza perdere un grammo del suo fascino originale. Sherlock Holmes non è solo un detective: è un’idea. Un modo di guardare il mondo con occhi che vedono tutto quello che gli altri ignorano.
E forse è proprio per questo che registi, sceneggiatori e attori di ogni epoca non riescono a fare a meno di lui. Perché il vero segreto del detective di Baker Street non sta nel cappello o nella pipa, nel violino o nella lente d’ingrandimento. Sta in un’idea semplice e potente: che il mondo, per quanto caotico, abbia sempre un ordine nascosto. E che ci sia sempre qualcuno capace di trovarlo.
Dalle pellicole in bianco e nero degli anni Trenta fino alle serie streaming di oggi, il numero di trasposizioni è semplicemente vertiginoso. Centinaia tra film e produzioni televisive, in ogni genere, in ogni forma possibile. Eccone alcune.
Basil Rathbone: l’Holmes eterno
Per una generazione intera di appassionati, Sherlock Holmes ha un solo volto: quello di Basil Rathbone. Pacato, tagliente, imperscrutabile, con quella mascella decisa e quegli occhi capaci di smontare una bugia in tre secondi. A partire dagli anni Trenta e per oltre un decennio, Rathbone interpretò il detective in una serie di pellicole che definirono il canone visivo del personaggio per chiunque sarebbe venuto dopo. Al suo fianco, il fedelissimo Nigel Bruce nei panni di Watson.
“Piramide di paura” (1985): quando Holmes era un ragazzo
Prima che “Young Sherlock” arrivasse su Prime Video, c’era già stato un tentativo di raccontare la giovinezza del detective. “Piramide di paura” porta la firma di uno sceneggiatore che di lì a qualche anno avrebbe scritto “Mamma ho perso l’aereo” e poi due capitoli della saga di Harry Potter: Chris Columbus.
Il suo Holmes adolescente ha il volto di Nicholas Rowe e frequenta un college inglese dove incontra per la prima volta Watson, qui un timido ragazzino di nome Alan Cox. Un film per ragazzi che è anche romanzo di formazione, giallo, film d’avventura alla Indiana Jones e perfino horror con un pizzico di romance.
“Basil l’investigatopo” (1986): Disney incontra Baker Street
L’anno successivo, il detective più famoso della letteratura sbarcò a casa Disney, in versione topolina. “Basil l’investigatopo”, diretto da Ron Clements e John Musker tra gli altri, è tratto dal racconto “Basil of Baker Street” di Eve Titus: è il primo film Disney in cui comparve la grafica tridimensionale computerizzata. Il protagonista è residente sotto la casa di Holmes e il suo nome è un omaggio all’attore Basil Rathbone.
“Il fratello più furbo di Sherlock Holmes” (1975) e “Senza indizio” (1988): quando la parodia è un’arte
Il personaggio di Holmes si presta magnificamente alla parodia. E il cinema non ha perso tempo a dimostrarlo. Nel 1975, il geniale Gene Wilder (il Frankenstein Jr di Mel Brooks e l’indimenticabile Willy Wonka) scrive, dirige e interpreta “Il fratello più furbo di Sherlock Holmes“. Il protagonista è Sigerson Holmes, fratello idiota del grande detective, usato da quest’ultimo come esca inconsapevole. Al suo fianco Marty Feldman come Watson, la seducente Madeline Kahn e l’imponente Dom DeLuise. La comicità non è sempre calibratissima, ma alcune scene sono diventate leggendarie.
Tredici anni dopo, “Senza indizio” (1988) ribalta completamente il tavolo. E se il vero genio fosse Watson? In questa brillante rivisitazione, Ben Kingsley interpreta un dottor Watson che è lui la mente dietro ogni caso, mentre Michael Caine veste i panni di uno Sherlock Holmes imbranato, ubriacone e attore da quattro soldi, una figura di copertura inventata dal medico per proteggere la propria identità. Il risultato è una commedia tragicomica irresistibile, con gelosie e screzi.
“Il fiuto di Sherlock Holmes” (1984): Miyazaki prima di Ghibli
Hayao Miyazaki, il maestro giapponese che avrebbe fondato lo Studio Ghibli l’anno successivo, si è cimentato con il mondo di Conan Doyle. “Il fiuto di Sherlock Holmes” è una serie animata in cui il protagonista è un cane, ma lo spirito delle avventure originali è rispettato con quella cura artigianale che sarebbe diventata la firma di Miyazaki. Un gioiellino per chi vuole scoprire le radici di uno dei più grandi autori dell’animazione mondiale.
“Sherlock” (2010-2017): la reinvenzione del millennio
Poi arrivò Benedict Cumberbatch. Creata da Steven Moffat e Mark Gatiss, “Sherlock” ambienta il detective nella Londra contemporanea: smartphone, blog, social network. Holmes manda messaggi, Watson scrive un blog. Eppure lo spirito di Conan Doyle è intatto, anzi amplificato.
La sceneggiatura è brillante, complessa, giocosa. Le soluzioni visive sono spettacolari. Cumberbatch costruisce un Holmes freddo, aspramente geniale e segretamente vulnerabile, e Martin Freeman gli offre un Watson all’altezza, un personaggio a tutto tondo con una sua dignità e profondità.
“Elementary” (2012-2019): Watson è una donna
Mentre la BBC faceva parlare il mondo con Cumberbatch, la CBS provava a fare la stessa cosa a modo suo. “Elementary” porta Holmes a New York, lo rende un ex-tossicodipendente in recupero (interpretato da Jonny Lee Miller) e compie una mossa audace: Watson è una donna. Lucy Liu. La scelta sembrava rischiosa, si rivelò vincente. Il rapporto tra i due personaggi è al tempo stesso professionale e intensamente umano, scevro da qualsiasi romanticismo facile.
Guy Ritchie e Robert Downey Jr.: Sherlock Holmes come film d’azione
Nel 2009, Guy Ritchie decideva di ignorare praticamente tutto quello che il cinema aveva costruito intorno a Holmes e ricominciare da capo. Il suo detective, interpretato da un Robert Downey Jr. in stato di grazia, è un esperto di arti marziali, caotico, trasandato, geniale e ingestibile. Jude Law è un Watson muscolare e reattivo, tutt’altro che una spalla.
Le finezze deduttive vengono sacrificate sull’altare dell’azione frenetica: ralenti sui combattimenti, camera quasi sempre in movimento, montaggio serratissimo. Il risultato è un divertissement chiassoso e adrenalinico con un sequel, “Gioco di ombre” (2011), che alza ulteriormente il tiro. I fan aspettano ancora il terzo.
Mr. Holmes (2015): quando il genio si incrina
Contro ogni aspettativa, uno dei ritratti più toccanti di Holmes non appartiene a un film d’azione né a una serie di successo. “Mr. Holmes – Il mistero del caso irrisolto” (2015) affida il personaggio a Ian McKellen e ne fa qualcosa di inedito: un anziano investigatore che lotta contro la perdita della memoria, che tenta disperatamente di ricostruire un ultimo caso del passato prima che i ricordi svaniscano per sempre.
È un film lento, intimo, malinconico.
Enola Holmes, gli Irregolari e l’universo espanso
Il personaggio di Conan Doyle negli anni recenti ha generato un vero e proprio universo espanso. Netflix ha puntato su “Enola Holmes”, serie di film incentrata sulla sorella adolescente del detective, interpretata da Millie Bobby Brown di “Stranger Things”, con Henry Cavill in un ruolo insolito: quello di un Sherlock fratello maggiore, affascinante e ingombrante.
Sempre Netflix ha prodotto “Gli Irregolari di Baker Street”, serie che ribalta la prospettiva e segue il gruppo di ragazzi di strada che aiutano Watson e un Holmes in pieno declino. Una visione più oscura, più sociale, che guarda al personaggio dal basso invece che dall’alto.
