Otto episodi ambientati nella New York del 1933: un detective sconfitto dalla vita che deve rimettere i panni del supereroe interpretato da Nicolas Cage. La nuova serie di Prime Video è una delle sorprese della stagione tv
Il personaggio interpretato da Nicolas Cage ha un impermeabile sgualcito, un cappello fedora e l’aria di chi ha già perso tutto quello che contava. Cammina per una Manhattan buia e depressa, letteralmente, con le strade che sanno di proibizionismo finito male e di crisi economica che non accenna a passare.
Potrebbe essere una scena di qualsiasi film degli anni Trenta, e in un certo senso lo è: “Spider-Noir”, la nuova serie in otto episodi prodotta da Sony Pictures Television per Prime Video e MGM+, è un noir classico nel senso più preciso del termine, con tutto quello che questo comporta, le ombre lunghe, il detective disilluso, la femme fatale, i gangster che gestiscono i nightclub e i vicoli dai quali spuntano informatori con la voce bassa e gli occhi nervosi.
Un’idea semplice, e per questo difficile
La formula, a sentirla, sembra quasi una boutade: prendete Spider-Man, toglieteli il costume, invecchiatelo di vent’anni, mettetelo in un impermeabile sgualcito e fatelo bere in un ufficio squallido della Manhattan della Depressione. Il risultato, però, non ha nulla di irriverente o di parodistico. È piuttosto il contrario: un tentativo serio, e riuscito, di usare il linguaggio del noir classico per raccontare qualcosa di vero sulla sconfitta, sul rimpianto e sulla fatica di rialzarsi.
Ben Reilly, il personaggio che Nicolas Cage porta sullo schermo, è un investigatore privato che sopravvive tra divorzi altrui, bicchieri di whiskey e sigarette, con il passato che gli pesa addosso come un cappotto bagnato. Da giovane era il vigilante mascherato noto come “The Spider”, il protettore di New York, fino alla morte di Ruby Williams, la donna che amava e che non è riuscito a salvare. Ora la città ha di nuovo bisogno di lui, e lui, più rigido e malinconico di un tempo, deve fare i conti con una tuta che non indossava da anni.
Bogart con la ragnatela
I produttori esecutivi Phil Lord e Christopher Miller, già premiati con l’Oscar per “Spider-Man: Un nuovo universo”, hanno descritto il personaggio con una formula che vale più di qualsiasi sinossi: settanta per cento Humphrey Bogart, trenta per cento Bugs Bunny. La proporzione è rivelativa. C’è il peso del detective classico, quello che cammina nella pioggia con gli occhi bassi e il mento alto, ma c’è anche un guizzo comico, una consapevolezza ironica di sé che impedisce alla malinconia di diventare autocommiserazione.
Lo showrunner Oren Uziel, sceneggiatore di “22 Jump Street” e “The Lost City”, cita apertamente i suoi modelli: “Il grande sonno”, con quel Bogart-Marlowe che “si diverte, gioca con il cappello, scherza”, e “The Thin Man” del 1934, con il suo equilibrio preciso tra intrigo e leggerezza. Ma nel DNA della serie ci sono anche il Walter Neff de “La fiamma del peccato” e il Jake Gittes di “Chinatown”, personaggi che portano i segni di un mondo che li ha già delusi una volta e che probabilmente li deluderà ancora.
Le radici nel fumetto
La serie affonda le radici in un progetto editoriale preciso e oggi un po’ dimenticato. “Spider-Noir” nasce come miniserie a fumetti uscita alla fine degli anni Duemila, scritta da David Hine e Fabrice Sapolsky e disegnata in gran parte dall’italiano Carmine Di Giandomenico. Faceva parte del progetto Marvel Noir, un universo narrativo autonomo, separato dalla continuity principale e ambientato negli anni Trenta, pensato come omaggio ai grandi autori della letteratura hard boiled statunitense, su tutti Dashiell Hammett. Un esperimento editoriale coraggioso per una casa editrice abituata ai clamori del multiverso, che cercava nel bianco e nero e nelle ombre lunghe un registro completamente diverso.
Uziel ha scelto di distaccarsi parzialmente dalla fonte, invecchiando il protagonista rispetto alla versione fumettistica. “Non sono più un liceale”, ha dichiarato il creatore, nato nel 1974. “I problemi dei ragazzi delle superiori sono diversi dai miei. Ho sentito dei parallelismi tra Ben Reilly e il mio percorso a Hollywood: quando cominci, ti senti invincibile, poi sbatti contro le delusioni e ti rialzi, perché è questo che ami fare”. Il risultato è un personaggio meno agilmente eroico e più riconoscibilmente umano, con il quale è facile sintonizzarsi anche senza conoscere una sola pagina del fumetto originale.
Nicolas Cage, forever
È difficile pensare a un attore più adatto di questo ruolo. Nicolas Cage porta con sé una storia personale che risuona con quella del personaggio: anni di scelte stravaganti, di cadute e rimonte, di un talento enorme che a volte ha faticato a trovare il contenitore giusto. Non è al suo primo contatto con questo personaggio, avendo già prestato la voce a Spider-Noir nel film d’animazione del 2018 “Spider-Man – Un nuovo universo”, ma è la prima volta che è protagonista di una serie televisiva.
La sua è un’interpretazione carismatica e particolarmente ispirata. Cage ha costruito la sua carriera su personaggi che eccedono, che traboccano, che non stanno mai del tutto dentro le cornici che la storia gli assegna, e Ben Reilly è esattamente il tipo di figura che richiede quella qualità: un uomo che ha smesso di essere un supereroe ma non ha smesso di essere straordinario, nel bene e nel male.
Un cast che funziona, una città che non esiste più
Intorno a Nicholas Cage, la serie costruisce un cast che lavora con la stessa misura. Lamorne Morris, già apprezzato in “Fargo” e “New Girl”, interpreta Robbie Robertson, il giornalista che affianca il detective, un personaggio che nella trilogia di film dell’Uomo ragno di Sam Raimi era già apparso grazie all’interpretazione di Bill Nunn ma che solo il formato seriale poteva sviluppare davvero. Karen Rodriguez, nota per “Nido di vipere”, è Janet, la segretaria, e ha raccontato con emozione il clima sul set, soprattutto il congedo dall’ultima giornata di riprese, con Cage al centro della scena “con uno sguardo quasi paterno, orgoglioso e dolce”.
La New York del 1933 che appare sullo schermo, buia, elegante e corrotta, piena di nightclub fumosi e vicoli dai quali spuntano informatori con il cappello calato sugli occhi, è in realtà Los Angeles, gli edifici Art Déco di Downtown che hanno prestato la loro geometria severa a una città che non esiste più. La serie è disponibile in due versioni, una a colori e una in bianco e nero, pensata per esaltare le scenografie e restituire tutta la profondità visiva di un genere che ha sempre fatto delle ombre il suo strumento espressivo principale.
È raro, nel panorama attuale dei cinecomic, trovare qualcosa che si possa seguire senza enciclopedie pregresse, senza mappe del multiverso, senza sapere chi sia J. Jonah Jameson. “Spider-Noir” funziona come funzionano i buoni noir: basta entrare, sedersi e lasciare che la pioggia cominci a cadere.
