Tra i Chiostri Bramanteschi, nuove produzioni, sedici ospitalità e i ventisei appuntamenti di Fontana Studio: il cartellone 2026-27 del teatro milanese mette in scena la figura più scomoda che esista
Un nemico non è mai fisso una volta per tutte: cambia volto con le epoche. Non è sfumato, ha un nome e un cognome. Nasce da una scelta: tra mille differenze possibili se ne isola una sola, la si rende netta, e il resto si cancella. Per questo ogni epoca fabbrica il suo con cura.
Su questa idea si costruisce la nuova stagione del Teatro Fontana di Milano, sviluppata dalla direttrice artistica Ivonne Capece. Un cartellone che mescola linguaggi e registri diversi, dalla tragedia classica alla fantascienza, dal reading al concerto, tenuti insieme non da un tema calato dall’alto ma da una domanda che ogni spettacolo si pone a modo suo.
I Chiostri Bramanteschi aprono con una triade arcaica
La stagione parte in un luogo che è già di per sé una dichiarazione di intenti: i Chiostri Bramanteschi di Santa Maria alla Fontana, dove tre appuntamenti settembrini attraversano altrettante fonti del pensiero occidentale, la religione, la poesia e la filosofia. Si comincia dal 10 al 13 settembre con “Passio” di Raul Iaiza, erede della lezione di Grotowski, che mette in scena il tradimento di Giuda come un gesto che nasce dentro la comunità e non da un nemico esterno, in un rito laico costruito intorno a una tavola condivisa con il pubblico.
Dal 17 al 20 settembre tocca a “Luce” di Instabili Vaganti, concerto-spettacolo che parte dai versi di Pasolini e trasforma le architetture dei chiostri in una superficie di proiezione, un’esperienza immersiva più che una semplice messinscena. Chiude il trittico, dal 24 al 27 settembre, “Peitho”, firmato da Federica Fracassi su testo di Irene Petra Zani, dedicato al filosofo Carlo Michelstaedter e alla sua domanda, ancora oggi scomoda, sulla possibilità di sottrarsi alla persuasione che spinge alla violenza.
Le nuove produzioni
Il cuore produttivo della stagione porta le firme di Fabio Condemi e Giovanni Ortoleva. Condemi apre il percorso, dal 10 al 15 novembre, con “Lo strano caso del Dr Jekyll e del Signor Hyde”, coprodotto con la Compagnia Umberto Orsini, La Fabbrica dell’Attore e il LAC di Lugano, interpretato da Christian La Rosa: difficile trovare un testo più coerente con il tema della stagione, visto che il romanzo di Stevenson racconta proprio l’impossibilità di separare in modo netto il bene dal male dentro un solo corpo. Ortoleva firma invece, dal 31 marzo al 4 aprile, “I Sette a Tebe” da Eschilo, dove il conflitto tra Eteocle e Polinice riporta la guerra dentro la stessa famiglia, rendendo indistinguibili vittima e colpevole. Chiude il ciclo produttivo, dal 24 al 27 giugno, un nuovo studio firmato da Ivonne Capece a partire da “Così è (se vi pare)” di Pirandello, sul modo in cui una comunità trasforma la curiosità in giudizio.
Tornano inoltre, a conferma della loro tenuta, tre titoli che avevano già convinto pubblico e critica: “La città dei vivi” di Nicola Lagioia per la regia della stessa Capece, dal 22 al 31 gennaio, ispirato a un fatto di cronaca e costruito con inserti olografici; “Casa di bambola” da Ibsen, sempre di Capece, dal 10 al 14 marzo; e “F*ck, A Modern Musical Love”, dal 12 al 16 maggio, che racconta l’amore come un campo di battaglia generazionale.
Il Novecento raccontato in musica, dai Beatles a Dalla
Accanto al teatro di parola, la stagione apre a un formato pensato per un pubblico trasversale, comprese famiglie e ragazzi: un ciclo di concerti-spettacolo con la John Stanson Band che ripercorre le grandi svolte culturali del secolo scorso attraverso la canzone. Il 18 febbraio è la volta dei Beatles e della rivoluzione degli anni Sessanta, il 5 marzo di “Una notte in Italia”, dedicato ai cantautori che hanno raccontato il Paese, e il 29 aprile, nella settimana della Liberazione, di “Dalla. Com’è profondo Lucio”, omaggio a un artista che ha fatto della musica uno spazio di coscienza critica.
Le ospitalità, sedici modi di dire nemico
Il cartellone delle ospitalità, sedici titoli in tutto, moltiplica i punti di vista sul tema portando a Milano voci molto diverse tra loro. Si va dal debutto di stagione il 6 e 7 ottobre con “Hotel Dalida” di Irene Petra Zani, omaggio alla reporter Marie Colvin, alla fiaba nera calabrese “Le tre cicoriane” di Dario De Luca, dal 13 al 15 ottobre. Elena Bucci rende omaggio a Eleonora Duse il 17 e 18 ottobre, mentre “A cena con Macbeth” del Teatro della Tosse, dal 28 al 30 ottobre, mette vivi e morti allo stesso tavolo.
Tornano poi due titoli che hanno segnato la stagione precedente, entrambi con la regia di Veronica Cruciani: “Accabadora” di Michela Murgia con Anna Della Rosa, sul confine tra pietà ed eutanasia, dal 2 al 7 novembre e dal 9 al 13 dicembre, e “L’amante” di Pinter, sul desiderio come guerra privata, dal 24 al 29 novembre. Il 31 dicembre si festeggia con lo show comico di Alessandro Ciacci, mentre il 16 e 17 gennaio “Fear No More” dialoga con Virginia Woolf e i suoi personaggi.
Il decadentismo torna con “Il Piacere” di D’Annunzio per la regia di Andrea Adriatico, dal 25 al 28 febbraio, seguito dalle inquietudini più contemporanee de “L’Estinzione della razza umana” di Emanuele Aldrovandi, tragicommedia sulla memoria pandemica, dall’8 all’11 aprile, e da “Neanche parenti” di Gabriele Russo, dal 15 al 18 aprile, sulla famiglia come terreno instabile. “KR70M16” di Saverio La Ruina, il 20 e 21 aprile, fa incontrare un migrante di oggi e una vittima della Shoah, mentre “Gott Mit Uns” di Riccardo Lanzarone, il 23 aprile, interroga il legame tra ideologia e violenza.
Chiudono il percorso delle ospitalità “1984” di Orwell nella regia di Corrado Accordino, l’8 e 9 maggio, “La Ragione degli Altri” di Pirandello nell’adattamento di Linda Dalisi, dal 21 al 23 maggio, e “Lo Zoo di Vetro” di Tennessee Williams diretto da Rajeev Badhan, dal 4 al 6 giugno.
Fontana Studio, la ricerca diventa struttura permanente
L’evoluzione più significativa della stagione riguarda però ciò che accade fuori dai riflettori principali. Nato dall’esperienza di Itaca, rassegna storica dedicata alle nuove drammaturgie, il progetto si trasforma quest’anno in Fontana Studio: non più una rassegna a parte ma un asse portante della programmazione, con ventisei appuntamenti distribuiti lungo tutto l’anno. Un percorso che in due stagioni è passato dai cinque titoli ereditati agli undici del 2025-26, fino a questa nuova configurazione permanente, segno di una scelta precisa: la ricerca non è più un’eccezione da proteggere in un angolo del cartellone ma parte integrante dell’identità del teatro, in attesa di una seconda sala che possa ospitarla in modo stabile.
Qui il nemico perde i contorni netti che ha altrove in stagione e si fa più sfuggente, meno un volto che un sistema di aspettative. Tra i ventisei appuntamenti si va da “Un po’ meno fantasma” di Tommaso Cheli e Francesca Sarteanesi, sulla sensibilità come forma di resistenza, a “Qui vivremo bene” di Dopolavoro Stadera, sull’emergenza abitativa nel Giambellino, fino a “Seg_Men_Tar_Si” di Chiara Arrigoni, fantascienza inquietante su corpi e identità in vendita, e a “Pezzo a due con dieci piante” di Conferenza Balaam, esperimento che mette in dialogo umani e vegetali attraverso sensori applicati alle piante in scena.
Si prosegue con l’omaggio a Enzo Tortora firmato da Chicco Dossi e Simone Tudda, con la fantascienza climatica di “Life is a Flower” e con il ritratto di fragilità ispirato a Böll in “Clown-Schnapsidee”. Tra gennaio e giugno il cartellone si allarga ancora, tra “Il miracolo di San Sebastiano” di Matthieu Pastore, il Torquato Tasso goethiano diretto da Phoebe Zeitgeist, “Crick” sull’ossessione per il potenziamento umano, “Isabel” sulla memoria argentina, “Orgia di guerra” di HangarTeatri e “L’arte di vivere” sul tema della morte, fino a Leibniz contro il culto della produttività, “Han!” di Thomas Richards sulle donne coreane, “Milano Euro Baby” tra boxe e migrazione, Mor. Storia per le mie madri, vincitore del Premio Scenario Periferie, e infine “Adolf prima di Hitler” di Antonio Mocciola e “Pale Blue Dot”, sguardo alieno sull’idea stessa di umanità, a chiudere la stagione il 22 e 23 giugno.
Una stagione così fitta, alla fine, non racconta un solo nemico ma la varietà infinita delle forme che può assumere: un fratello, uno specchio, un sistema, una parola. Il Teatro Fontana sembra suggerire che riconoscerlo, in tutte le sue versioni, sia già un modo per non somigliargli.
