Dall’2 al 12 settembre il Lido, tra red carpet e riflessioni, si trasforma nel crocevia del cinema mondiale che, tra Palestina e inquietudini generazionali, non smette di interrogare il mondo che racconta
Il 2 settembre si accendono di nuovo i riflettori sulla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, giunta alla sua ottantatreesima edizione. Fino al 12 settembre saranno undici giorni durante i quali circa duecento opere, tra concorso, eventi speciali e sezioni parallele, racconteranno al mondo le ferite del presente, dalla Palestina alle inquietudini di una generazione senza certezze, e le urgenze e le ossessioni del cinema contemporaneo. A condurre le serate di apertura e chiusura saranno Greta Scarano e Nicolas Maupas, mentre la giuria del Concorso, presieduta dalla regista americana Maggie Gyllenhaal, assegnerà i premi nella cerimonia conclusiva di sabato 12 settembre.
Un festival che non si nasconde dal presente
Alberto Barbera, alla guida della Mostra per la diciannovesima volta, non usa mezzi termini nel definire questa edizione come una delle più politiche degli ultimi anni. Non per una scelta editoriale, sottolinea il direttore artistico, ma perché il cinema contemporaneo riflette inevitabilmente i temi che attraversano le cronache quotidiane: la guerra, la Palestina, le tirannie, la crisi delle libertà individuali, il senso di smarrimento delle nuove generazioni davanti a un futuro sempre più incerto.
Non è un caso che tra i film inseriti all’ultimo momento in Concorso figuri “Naza”, diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, un’opera girata di notte sui tetti di Tel Aviv che affronta senza sconti la violenza sui civili di Gaza. E non è un caso nemmeno che in giuria sieda quest’anno Kaouther Ben Hania, la regista che lo scorso anno aveva conquistato il Leone d’argento con “La voce di Hind Rajab”, film che aveva scosso il pubblico veneziano raccontando, attraverso gli audio originali, gli ultimi minuti di vita di una bambina palestinese in fuga dai bombardamenti. A rafforzare questo filo rosso arriva anche la mobilitazione di Venice4Palestine, che raccoglie centinaia di firme del mondo del cinema e della cultura, da Annie Ernaux a Roger Waters, da Matteo Garrone a Jasmine Trinca.
Hollywood si fa da parte, ma le star non mancano
Un’altra tendenza segna Venezia 83, ed è la progressiva assenza delle grandi produzioni hollywoodiane. Tra i ventuno titoli in Concorso, solo “Wild Horse Nine” di Martin McDonagh porta il sostegno di una major, Searchlight Pictures, etichetta della galassia Disney. Le ragioni sono molteplici e diverse tra loro: c’è chi, come “Dune: Part Three”, non era ancora pronto, chi ha subito ritardi in post produzione, e chi, come “Digger” di Alejandro González Iñárritu con Tom Cruise, ha scelto per motivi di marketing di non passare dai festival.
Ma l’assenza dei grandi studios non significa affatto un Lido spoglio di volti noti. Sul red carpet sfileranno infatti George Clooney, Penélope Cruz, Javier Bardem, Robert Pattinson, i fratelli Gallagher, Pamela Anderson e Dakota Johnson, tra gli altri. Il cinema d’autore internazionale continua insomma ad attrarre chi il cinema lo fa da protagonista, anche quando le insegne dei grandi studi restano fuori dai titoli di testa.
Ink apre la Mostra, Dio ride la chiude
A inaugurare Venezia 83 sarà “Ink” di Danny Boyle, con Guy Pearce e Jack O’Connell, che ricostruisce l’acquisizione del tabloid britannico The Sun da parte di un giovane Rupert Murdoch nel 1969. Più che sull’operazione finanziaria, il film si concentra sulla figura del direttore Larry Lamb e sulla nascita di un modo nuovo, spregiudicato, di fare giornalismo popolare.
A chiudere la kermesse sarà invece “Dio ride” di Giovanni Veronesi, ambientato nel Seicento e interpretato da Pierfrancesco Favino nei panni di un frate che predica un’idea gioiosa e umana della fede, fino ad attirare su di sé i sospetti della Chiesa di Roma. Accanto a lui, nel cast, Silvio Orlando, Paolo Rossi e Carlo Cecchi.
Cinque film italiani in corsa per il Leone d’Oro
L’Italia si presenta al Lido con cinque titoli in Concorso, e tra questi spicca il ritorno di Nanni Moretti dopo trentasette anni di assenza dalla gara veneziana, da quel lontano 1989 segnato dall’esclusione polemica di “Palombella rossa”. Il regista romano porta “Succederà questa notte”, tratto liberamente dai racconti di Eshkol Nevo, con Jasmine Trinca e Louis Garrel.
Accanto a lui, Andrea Pallaoro con “The Echo Chamber”, costruito su una sceneggiatura mai realizzata di Bernardo Bertolucci e interpretato da Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon. Marco Bechis torna con “Ritorno a Buenos Aires”, che riprende trent’anni dopo il filo della vicenda raccontata in “Garage Olimpo”, con Adriano Giannini nei panni di un ex desaparecido chiamato a testimoniare contro i suoi aguzzini. Edoardo De Angelis presenta “Il fuoco che ti porti dentro”, con una Vanessa Scalera che dà vita a una madre possessiva e ingombrante, mentre il più giovane della squadra, Paolo Strippoli firma “L’estranea” un horror con Jasmine Trinca, Romana Maggiora Vergano e Valeria Bruni Tedeschi.
I film più attesi
Tra i tanti titoli in programma per Venezia 83, alcuni si preparano a calamitare l’attenzione più di altri, per il nome dietro la macchina da presa o per quello davanti.
Oltre a “Ink” di Danny Boyle, Casey Affleck arriva in Concorso confermandosi regista con “Company”, E proseguendo un percorso dietro la macchina da presa iniziato negli anni scorsi, ormai consolidato. Il suo terzo film da autore è ambientato in una notte d’inverno del 1975, ed è un gioco di racconti dentro il racconto, con Nick Nolte, Ben Mendelsohn e Adelaide Clemens. Hirokazu Koreeda torna al Lido con “Look Back”, nuova prova di un autore che negli ultimi anni ha saputo conquistare pubblico e critica internazionale con racconti capaci di trattare con delicatezza i legami familiari e le fratture silenziose che li attraversano, muovendosi ancora una volta tra memoria e affetti non detti.
Werner Herzog porta in Concorso “Bucking Fastard”, che riunisce un cast anglo americano di peso, Kate Mara, Rooney Mara e Orlando Bloom, promettendo la cifra visionaria e imprevedibile che da decenni accompagna il cinema del regista tedesco, sempre in bilico tra realtà e delirio. Martin McDonagh presenta invece “Wild Horse Nine”, con un cast corale che riunisce John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Tom Waits. Ambientato poco prima del colpo di stato cileno del 1973, racconta di due agenti della CIA inviati sull’isola di Pasqua, dove il legame che uno dei due stringe con due studentesse ribelli rischia di far precipitare tutto nel caos, in una commedia nera dai toni amari tipici del regista (“In Bruges”, “Tre manifesti a Ebbing”).
Molto atteso anche “Primetime” di Lance Oppenheim, con Robert Pattinson nei panni di Chris Hansen, il conduttore che nel 2006 rese celebre To Catch a Predator, il programma che usava profili falsi di adolescenti online per smascherare potenziali predatori sessuali davanti alle telecamere. Al suo esordio nella finzione, il regista esplora la zona grigia tra giornalismo investigativo e spettacolo televisivo.
Nella sezione Orizzonti spicca “La città dei vivi” di Edoardo Gabbriellini, tratto dal romanzo omonimo di Nicola Lagioia. Il libro, pubblicato nel 2020 e capace di segnare profondamente il dibattito culturale italiano, ricostruisce con la scrittura densa e indagatrice tipica di Lagioia l’omicidio di Luca Varani, il giovane ucciso a Roma nel 2016 da due suoi coetanei senza un movente riconoscibile. La trasposizione arriva carica di aspettative, sospesa tra fedeltà alla pagina scritta e la necessità di un linguaggio proprio per raccontare un fatto che ha interrogato a lungo il Paese, sul vuoto e sulla violenza che può nascondersi tra i più giovani.
Fuori Concorso, Wim Wenders firma “From Inside Out – The Architecture of Peter Zumthor”, un documentario che raccoglie le voci di Werner Herzog, Ava DuVernay e Siri Hustvedt attorno alla figura dell’architetto svizzero, costruendo un ritratto corale che intreccia cinema, arte e architettura in un unico sguardo sul rapporto tra spazio, materia e spiritualità nell’opera di Zumthor.
Luca Guadagnino torna invece al Lido con “Joie de vivre”, anch’esso fuori Concorso, con un’analisi della vita, dell’arte e del cinema di Bernardo Bertolucci. Un’opera fuori misura anche solo per la durata, quasi 435 minuti, una scelta che colloca il film in una dimensione più vicina alla sperimentazione seriale che al lungometraggio tradizionale, e che promette di mettere alla prova la resistenza del pubblico tanto quanto la sua curiosità, in perfetta continuità con la vocazione del regista a superare i confini di genere e formato. Florian Zeller presenta “Bunker”, dove dirige un terzetto di interpreti d’eccezione, Penélope Cruz, Javier Bardem e Paul Dano, sufficiente da solo ad accendere l’attesa attorno al film.
Non manca l’urgenza del presente con “Naza” di Yuval Abraham e Rachel Szor (due dei quattro registi coautori del documentario “No Other Land” vincitore dell’Oscar 2025), inserito all’ultimo momento in Concorso e girato di notte sui tetti di Tel Aviv: un’opera che secondo la sinossi ufficiale rivela in dettaglio i meccanismi alla base dell’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza. Nanni Moretti segna il suo ritorno in gara dopo trentasette anni di assenza con “Succederà questa notte”, tratto liberamente da diversi racconti di Eshkol Nevo contenuti nella raccolta “Legami”, con al centro la relazione tormentata tra Greta e Matteo, interpretati da Jasmine Trinca e Louis Garrel, due persone che continuano a incontrarsi sempre nel momento sbagliato.
Tra le voci italiane più giovani spicca infine Paolo Strippoli, in Concorso con “L’estranea”, un horror sommesso in cui una madre, interpretata da Jasmine Trinca, rivela alla figlia di non sapere davvero nulla della propria famiglia, perché dietro ogni loro vicenda si nasconde una presenza misteriosa, la stessa estranea del titolo, incarnata da una Valeria Bruni Tedeschi inquietante quanto basta, in un film che non ha bisogno di effetti speciali per far emergere l’orrore nascosto nella quotidianità più ordinaria.
I Leoni d’Oro alla carriera: George Clooney e Ellen Burstyn
Due figure lontanissime tra loro, ma entrambe fondamentali nella storia del cinema americano, riceveranno quest’anno il Leone d’Oro alla carriera. George Clooney lo ritirerà il 2 settembre, durante la serata inaugurale, con la laudatio affidata a Laura Dern. L’attore ha commentato con parole affettuose il legame che lo unisce alla Mostra, definendola il suo festival preferito.
Ellen Burstyn riceverà il riconoscimento l’8 settembre, giornata in cui terrà anche una masterclass alla Match Point Arena. La leggendaria interprete americana sarà inoltre presente al Lido con due titoli, “Place to Be” di Kornél Mundruczó, Fuori Concorso, e il cortometraggio “Flesh Impact” di Maggie Gyllenhaal, con Dakota Johnson e Peter Sarsgaard.
Un Leoncino d’Oro tutto da vivere
Non solo grandi nomi e tappeti rossi. Giunto alla trentottesima edizione, il Leoncino d’Oro, uno dei premi collaterali più radicati della Mostra, istituito da Agiscuola nel 1989, torna ad affidare il proprio giudizio a una giuria di diciotto studenti provenienti da tutte le regioni italiane (in rappresentanza di migliaia di ragazzi che compongono le giurie territoriali del David Giovani).
Quest’anno il percorso trova una nuova casa, Casa Cinema Giovani, pensata come luogo di incontro tra i ragazzi e le professionalità del cinema. La cerimonia di premiazione è fissata per venerdì 11 settembre, nella cornice dell’Italian Pavilion dell’Hotel Excelsior.
