Un progetto firmato Tate porta nella città lombarda undici opere originali, tra acquerelli e dipinti a olio, per raccontare come il paesaggio lariano abbia cambiato per sempre lo sguardo del più grande pittore romantico inglese

C’è qualcosa di circolare, quasi di necessario, nel fatto che le opere di William Turner tornino oggi sul Lago di Como. Lui ci era arrivato per la prima volta nel 1819, giovane pittore in viaggio verso l’Italia, e quel paesaggio di acqua, montagna e luce mutevole lo aveva colpito con una forza che non avrebbe dimenticato. Ci tornò nel 1842 e nel 1843, ormai artista maturo, e ogni volta il lago gli restituiva qualcosa di nuovo da cercare.
Adesso, dal 29 maggio al 27 settembre, sono le sue opere a fare il viaggio inverso, ospitate negli spazi del Palazzo del Broletto e della Pinacoteca Civica di Como, in una mostra intitolata “Turner: l’incanto del lago di Como e del paesaggio italiano”.
Il progetto, curato da Elizabeth Brooke, nasce dalla collaborazione tra il Comune di Como e la Tate di Londra, e tutte le opere in mostra provengono dalla collezione del museo britannico.
Non è una partnership di facciata: è il risultato di un lavoro condiviso che ha portato studiosi e curatori a rileggere i taccuini di Turner con occhi nuovi, rimettendo in discussione date, itinerari e persino l’ordine cronologico di alcune opere.
Sette acquerelli e una città ritrovata
Il percorso comincia al Broletto, l’antico palazzo del governo medievale comasco, con sette acquerelli dedicati al lago e alla città. Sono opere diverse tra loro, lontane nel tempo e nello stile, eppure legate da un filo sottile: la progressiva liberazione di William Turner dall’obbligo della descrizione topografica verso qualcosa di più instabile e personale.
I primi schizzi del 1819 mostrano ancora un’attenzione precisa alla geografia, ai profili costieri, alla struttura dei luoghi. Ma già in quei fogli si intravede una tensione diversa, come se il pittore fosse più interessato a catturare l’aria che circola tra le montagne che a documentarne la forma. Gli acquerelli realizzati per l’edizione illustrata del poema Italy di Samuel Rogers, nel 1830, segnano un passaggio ulteriore. E quelli eseguiti durante i soggiorni degli anni Quaranta dell’Ottocento sembrano quasi appartenere a un altro artista, uno che ha smesso di guardare il paesaggio come un dato di fatto e ha cominciato a trattarlo come un campo di forze, di riflessi, di dissoluzioni.
A rendere questi lavori ancora più preziosi è la ricerca condotta da Pietro Berra e Federico Crimi sugli spostamenti di Turner nel territorio lariano. Un lavoro che ha permesso di ridefinire alcune date di esecuzione e, soprattutto, di confrontare i luoghi così come Turner li vide con quelli che esistono oggi, scoprendo differenze a volte sorprendenti.
La Pinacoteca, i dipinti a olio e il peso della luce
Alla Pinacoteca Civica il tono cambia. Quattro dipinti a olio accolgono il visitatore in un percorso più meditativo, costruito attorno ai grandi temi della produzione italiana di Turner: i riferimenti alla classicità e alla letteratura, la luce come elemento insieme fisico e metafisico, la progressiva tendenza verso l’astrazione che caratterizza la sua maturità. Sono opere in cui l’Italia non è più solo uno scenario, ma diventa una condizione dello sguardo, un modo di concepire la pittura come qualcosa che si avvicina alla poesia.
Nello stesso edificio, nello spazio denominato Campo quadro, una selezione di dipinti, stampe e mappe ottocentesche dalla collezione dei Musei Civici di Como permette di ricostruire la città che Turner abitò e attraversò. Tra questi materiali compare anche una pianta del 1871 in cui figura l’albergo Volta, già Dell’Angelo, dove il pittore soggiornò e dalle cui finestre dipinse quello che allora era il vecchio porto, oggi riconoscibile come piazza Cavour. Un dettaglio minuto, ma capace di rendere improvvisamente concreta la presenza di quell’uomo a Como, due secoli fa, con i pennelli in mano davanti al lago.
Un film, delle passeggiate e il colore di Lambie e Batchelor
L’allestimento si arricchisce di un film immersivo prodotto da Tate Digital, “JMW Turner On the Wing”, che ripercorre la vita e l’opera del pittore attraverso interviste a curatori, storici e scrittori, conducendo lo spettatore nei luoghi che hanno nutrito la sua immaginazione, dalle montagne del Galles alle Alpi svizzere, dalla costa di Margate alle pianure nebbiose della Toscana.
A completare il programma, due passeggiate guidate organizzate dall’associazione Sentiero dei sogni e curate da Pietro Berra, rispettivamente il 27 giugno e il 13 settembre, dedicate alla Como di Turner vista dal vivo, per le strade e lungo le rive che il pittore percorse. Non mancano laboratori didattici per adulti e bambini, a cura di Aster.
La collaborazione con la Tate produce anche un secondo appuntamento espositivo, questa volta dedicato al contemporaneo. Alla chiesa di San Pietro in Atrio, sempre dal 29 maggio al 27 settembre, la mostra “Feeling Colour” presenta lavori di Jim Lambie e David Batchelor, due artisti britannici il cui lavoro ruota attorno al colore come esperienza sensoriale e concettuale insieme. Un dialogo a distanza con Turner che, a pensarci bene, non è poi così inatteso.
Como come destinazione culturale
Dietro questo progetto c’è anche una storia di politica culturale locale che vale la pena raccontare. Il sindaco Alessandro Rapinese ha descritto apertamente il punto di partenza del suo mandato, nel 2022, come una realtà museale frammentata, con il Tempio Voltiano in difficoltà e la Pinacoteca faticosamente integrata nel tessuto cittadino.
Da allora, la strada percorsa ha portato a collaborazioni con le Gallerie degli Uffizi, l’Accademia di Brera, il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, la National Gallery of Canada e l’Art Institute of Chicago. La partnership con la Tate è, in questo senso, l’ultimo e forse più ambizioso tassello di un disegno preciso: fare di Como non solo una meta turistica, ma un luogo in cui l’arte internazionale trova un contesto in grado di valorizzarla davvero.
L’allestimento è curato dall’architetto Maria Luisa Quintiliani, il progetto illuminotecnico è firmato da Luigi e Francesco Murano. La luce, in una mostra su Turner, non poteva essere un dettaglio secondario.
