La mostra a Galleria Nazionale dell’Umbria fino al 14 giugno esplora il legame tra Giotto e San Francesco d’Assisi, raccontando come la rivoluzione spirituale del santo e quella artistica del pittore abbiano contribuito a cambiare per sempre la storia dell’arte
La nascita della pittura moderna passa anche da un incontro simbolico: quello tra Giotto e San Francesco d’Assisi. Il santo nel XIII secolo rivoluzionò il cristianesimo riportando la fede tra la gente, il pittore pochi decenni dopo trasformò la pittura medievale in un racconto fatto di spazio, emozione e vita reale.
La mostra “Giotto e san Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento”, ospitata alla Galleria Nazionale dell’Umbria fino al 14 giugno e curata da Veruska Picchiarelli ed Emanuele Zappasodi, ricostruisce proprio questo momento cruciale della cultura occidentale, in cui la pittura si apre a una nuova rappresentazione della realtà, fatta di spazio, corpi e relazioni credibili.
Francesco e una nuova idea di spiritualità
Per capire perché la figura di Francesco abbia avuto un impatto così forte sulle immagini, bisogna partire dal suo messaggio. Nato ad Assisi tra il 1181 e il 1182, San Francesco d’Assisi propone una forma di religiosità radicalmente nuova per il suo tempo. La povertà volontaria, il rapporto diretto con la natura, la predicazione tra la gente trasformano la spiritualità medievale in un’esperienza concreta e quotidiana.
La vita del santo è fatta di episodi che si prestano naturalmente al racconto: la rinuncia ai beni davanti al padre, la predica agli uccelli, l’incontro con il lupo di Gubbio. Storie semplici, immediatamente comprensibili, che gli artisti del tempo iniziano a tradurre in immagini.
La rivoluzione pittorica di Giotto
È in questo contesto che emerge la figura di Giotto, destinato a cambiare radicalmente il linguaggio della pittura. Quando intorno al 1290 entra nel grande cantiere della Basilica di San Francesco d’Assisi prende forma una delle imprese artistiche più importanti del Medioevo. Il giovane artista sviluppa un linguaggio pittorico capace di rompere con la tradizione precedente: introduce uno spazio profondo e misurabile, popola le scene di figure dotate di volume e restituisce la realtà con una credibilità fino ad allora inedita.
La pittura non è più solo un’immagine simbolica, ma diventa racconto. Ed è proprio la vita di Francesco, con la sua sequenza di episodi umani e concreti, a offrire il terreno ideale per questa nuova forma narrativa.
I capolavori di Giotto in mostra
Questa fase giovanile dell’artista sarà rappresentata in mostra da due opere considerate tra i vertici assoluti della sua produzione.
La “Madonna di San Giorgio alla Costa”, concessa in prestito dalla Diocesi di Firenze, e il “Polittico di Badia”, proveniente dalle Gallerie degli Uffizi, documentano il momento in cui Giotto elabora un linguaggio nuovo, destinato a influenzare profondamente tutta la pittura del Trecento.
Accanto a queste tavole saranno presentate altre opere che illustrano lo sviluppo del suo stile negli anni in cui l’artista lavorava ad Assisi. Il percorso della mostra alla Galleria Nazionale dell’Umbria si concentra sulla nascita e sulla diffusione delle immagini di Francesco nei decenni successivi alla sua morte, quando la sua figura diventa uno dei soggetti più rappresentati dell’arte italiana.
Attraverso dipinti, tavole e opere provenienti da diversi contesti artistici, l’esposizione mostra come la vita del santo abbia favorito la costruzione di un linguaggio figurativo nuovo, sempre più orientato alla narrazione.
Un percorso in otto sezioni e oltre sessanta opere
Il percorso espositivo è articolato in otto sezioni e riunisce oltre sessanta opere, realizzate da Giotto, ma anche da Simone Martini e Pietro Lorenzetti negli anni in cui furono attivi nella basilica francescana, accanto ai lavori di numerosi maestri umbri che reagirono con originalità alla loro lezione.
Tra questi compaiono personalità spesso rimaste nell’ombra ma fondamentali per comprendere la diffusione del nuovo linguaggio figurativo, come il Maestro della Croce di Gubbio, il Maestro di Cesi, il Maestro del Farneto, Marino di Elemosina e Palmerino di Guido, collaboratore di Giotto nel cantiere della basilica.
La mostra propone anche la ricostruzione di complessi smembrati e opere raramente esposte al pubblico, offrendo uno sguardo ampio sulla pittura dell’Umbria tra Duecento e Trecento.
Dal museo al territorio
Il progetto espositivo invita inoltre a proseguire il viaggio oltre le sale della Galleria Nazionale dell’Umbria, estendendo lo sguardo all’intero territorio regionale. L’ideale completamento del percorso si trova infatti negli affreschi conservati nella Basilica di San Francesco d’Assisi e nel Museo del Tesoro del Sacro Convento, dove è custodito il prezioso calice dell’orafo Guccio di Mannaia, donato al santuario da Papa Niccolò IV.
Attraverso opere, ricostruzioni e nuove indagini scientifiche, la mostra intende offrire un contributo significativo allo studio di una delle stagioni più decisive della storia dell’arte: quella in cui, all’ombra della basilica francescana di Assisi, la pittura europea scopre un modo completamente nuovo di rappresentare il mondo.
Il percorso mette in relazione la rivoluzione spirituale francescana con quella figurativa che si sviluppa nella pittura del Trecento, mostrando come la necessità di raccontare la vita del santo abbia contribuito alla nascita di una nuova idea di immagine. Più che la storia di un artista o quella di un santo, in mostra c’è il momento in cui l’arte occidentale inizia a guardare il mondo con uno sguardo diverso: più umano, più narrativo, più vicino alla realtà.
