Dopo otto anni di attesa, la cantautrice pubblica “A mente scalza”, il suo quinto album di inediti. Un viaggio tra jazz, sonorità acustiche e scrittura d’autore con collaborazioni importanti, da Fabrizio Bosso a Ferruccio Spinetti
Cantautrice pugliese originaria di Gravina in Puglia, Rita Zingariello ha un percorso quasi ventennale, iniziato con il debutto dell’EP È alba nel 2008. È tornata il 9 ottobre con “A mente scalza” (Red&Blue Music Relations, distribuzione ADA Music Italy), disponibile in vinile e in streaming e anticipato dal singolo “Le balene di notte”. Otto tracce che attraversano il tempo, le relazioni, le fragilità e il desiderio di cambiamento, tra scrittura d’autore, dimensione acustica e sensibilità jazz. L’artista firma la produzione artistica ed esecutiva e cura gli arrangiamenti con Vincenzo Cristallo. Nel disco ci sono Fabrizio Bosso, Ferruccio Spinetti, Ernesto Marciante, i Flowing Chords di Margherita Flore e Valter Sivilotti. Ne abbiamo parlato con lei.
Cosa significa affrontare la vita “a mente scalza”?
Significa eliminare quante più sovrastrutture e difese possibili, quelle che ci costruiamo per affrontare gli ostacoli che la quotidianità ci pone davanti. Scalzare la mente è un po’ come camminare a piedi nudi: si entra più a stretto contatto con le cose essenziali, lasciando da parte il superfluo. È il senso del titolo dell’album e il filo conduttore di tutte le tracce.
In un percorso artistico che dura quasi vent’anni di carriera, dove si colloca questo lavoro?
Posso dire di aver fatto il disco più maturo, più ragionato e più senza fretta che abbia mai prodotto. È il mio quinto album di inediti e arriva dopo otto anni: ho aspettato il momento giusto, perché la fortuna di essere un’artista indipendente è proprio questa, non avere scadenze e seguire il flusso della creatività e dell’istinto. È il disco che mi rappresenta di più, per la maturità e la consapevolezza di chi sono, di dove sono arrivata e di ciò che avrei potuto migliorare. E per la consapevolezza di essere una persona curiosa, ancora in grado, a 40 anni, di farsi domande e di mettersi in discussione.
Questa curiosità si sente nella varietà del disco: ci sono momenti acustici, ovviamente il jazz ma anche il cantautorato…
Oggi mi sento un po’ tutto questo. Quando mi chiedono che musica faccio ho sempre avuto difficoltà a rispondere, perché non mi sento di fare pop e nemmeno esclusivamente cantautorato. Sono una persona che tiene al dettaglio e che mette insieme influenze ed esperienze di tanti anni, anche grazie al confronto con i musicisti con cui condivido i palchi. Così le sonorità autorali convivono con quelle jazz e con altre, talvolta più radiofoniche, perché il messaggio, per quanto accurato, possa arrivare a più persone possibile. Se questo è arrivato ne sono felice, perché era proprio quello che volevo comunicare.
Il panorama discografico oggi tende a incasellare e a replicare ciò che funziona. Come riesce a trovare il proprio spazio un’artista come te?
È difficile, sarei ipocrita a dirti il contrario. Ma io non potrei fare diversamente, perché scrivo e racconto in modo autentico le mie storie, o quelle che vivo indirettamente. Avere un pubblico che mi segue da anni è per me un grandissimo successo. Preferisco raggiungere meno persone, ma che riconoscano il mio messaggio, la mia ricerca e la mia verità, piuttosto che arrivare a un pubblico più esteso nel quale non potrei riconoscermi fino in fondo, perché significherebbe dover scendere a compromessi e far portare alla canzone un messaggio diverso da quello in cui è nata.
Otto anni tra un disco e l’altro sono un tempo lunghissimo in un’industria che chiede di essere sempre presenti. Come mai una pausa così lunga?
In questi anni sono successe tantissime cose, nella vita privata ma anche in quella professionale, e non sempre ho avuto la concentrazione, l’attenzione e l’ispirazione che portano a scrivere una canzone e a produrre un disco. Da quattro anni insegno canto pop in conservatorio: questa nuova parte della mia vita professionale ha sottratto tempo e spazio alla creazione. Nei ritagli di tempo ho comunque alimentato il bisogno di scrivere, e mi sono detta che, piuttosto che pubblicare un disco frettoloso, preferivo aspettare i momenti giusti. Oggi ne sono felice, e direi orgogliosa.
Nel disco ci sono collaborazioni di peso: Fabrizio Bosso, Ferruccio Spinetti, Ernesto Marciante. Come sono nate?
Dagli incontri della vita. Ernesto l’ho conosciuto in conservatorio, dove insegnavamo entrambi: ci siamo riconosciuti anche musicalmente, e quando gli ho proposto il featuring in “Di silenzi” è stato felicissimo. Bosso e Spinetti sono artisti che ho sempre stimato per un linguaggio jazz che è però accessibile a tutti. Ho proposto loro di portare talento e sensibilità in alcune canzoni: Bosso su “Scivola”, Spinetti con il suo contrabbasso su “Fidarsi”. Hanno accettato subito, con grande sensibilità. Mi è sembrato bello aggiungere questi piccoli dettagli all’ensemble con cui ho registrato tutto il disco, musicisti con cui suono e lavoro da anni.
