William Kentridge protagonista a Milano tra metafisica e filosofia

William Kentridge Palazzo Citterio Ufficio stampa

Dal 6 febbraio al 5 aprile, Palazzo Citterio a Milano ospita un doppio evento: l’installazione video “More Sweetly Play the Dance” e il progetto inedito “Remembering Morandi”, firmati dal grande artista sudafricano. Un tributo poetico e visionario a Giorgio Morandi che unisce videoarte, scultura e suono. E alla Galleria Lia Rumma è protagonista con “Sharpen your philosophy”

Dimentichiamo le etichette per William Kentridge. Nella sua arte, disegno, scrittura, cinema, performance, musica, teatro si fondono in un frullatore creativo che sembra non conoscere confini. Il risultato? Opere che affondano le radici nella politica, nella scienza, nella letteratura e nella storia, ma che non pretendono di avere tutte le risposte. Anzi: abbracciano la contraddizione, flirtano con l’incertezza e ci ricordano che l’arte migliore è quella che fa domande, non quella che dispensa verità preconfezionate.

L’artista torna ad esporre a Milano. E’ iniziata a fine gennaio la nuova mostra personale dal titolo “Sharpen Your Philosophy”, consolidando la collaborazione, quasi trentennale, con la Galleria Lia Rumma, sviluppatasi negli anni grazie a numerosi progetti permanenti e temporanei in Italia. Intanto la Sala Stirling in Palazzo Citterio diventa teatro di un incontro tra passato e presente, tra la quiete metafisica delle bottiglie di Giorgio Morandi e il linguaggio visionario dell’artista sudafricano. Fino al 5 aprile si potrà godere di due opere che dialogano tra loro: l’installazione video sonora “More Sweetly Play the Dance” e il progetto inedito “Remembering Morandi”, pensato appositamente per questo spazio.

L’iniziativa è parte del programma espositivo curato da Vincenzo Trione che accompagna la grande mostra di Palazzo Reale Metafisica/Metafisiche, in occasione dei Giochi Olimpici e Paralimpici Milano Cortina 2026. Un percorso che mette in dialogo i maestri della Metafisica con gli “eredi” internazionali del XX e XXI secolo, lungo un’unica passeggiata d’arte che lega Palazzo Reale, Museo del Novecento, Gallerie d’Italia e La Grande Brera.

Un “Morandi al contrario”: dalla pittura alla scultura

L’intervento di Kentridge si articola in due momenti. Da un lato, una videoinstallazione sonora immersiva. Dall’altro, una sequenza di sculture in cartone che reinterpreta poeticamente quegli oggetti d’uso quotidiano (bottiglie, vasi, contenitori) che hanno popolato per decenni le nature morte di Morandi. È un modo per avviare un dialogo ideale con le opere metafisiche del maestro bolognese conservate proprio a Palazzo Citterio. “Ho sempre amato e apprezzato Giorgio Morandi”, racconta William Kentridge.

“Fin dal primo momento che, da studente d’arte, circa cinquant’anni fa, mi sono imbattuto nel suo lavoro. Per me Morandi, insieme a Jean-Baptiste-Siméon Chardin e Philip Guston, sono i maggiori esponenti della natura morta”. E continua: “Con Remembering Morandi ho voluto creare un ‘Morandi al contrario’, ovvero ridare tridimensionalità agli oggetti reali, siano essi bottiglie o vasi, che Morandi aveva scelto di dipingere, e trasformarli nuovamente in una scultura”.

Morandi, il più grande del Novecento

“Sulla scorta di Roberto Longhi”, afferma Angelo Crespi, Direttore generale della Grande Brera, “credo che Giorgio Morandi sia l’esponente più importante dell’arte italiana del Novecento, o almeno uno dei due o tre artisti capaci di riportare nel moderno la grandiosità dell’antico.

Ed è perfetto per rappresentare il titolo della mostra di Milano, ‘Metafisica/Metafisiche’, essendo egli stato, da principio, strettamente un metafisico e, in seguito, solitario viandante su un sentiero, scabro ed essenziale, che bordeggiava profondità comunque metafisiche. La vita di Morandi fu una elegia luminosa, le sue celebri bottiglie, i paesaggi inameni, o i fiori di stagione, secondo Roberto Longhi, furono pretesti per esprimere sé stesso proprio in una ‘forma’, ben sapendo che non si esprime se non il sentimento”.

“Non mi ha dunque mai sorpreso”, prosegue Crespi, “che un grande artista contemporaneo come William Kentridge potesse trarre ispirazione da tanta materia etica prima ancora che estetica, cioè da un approccio sommamente esistenziale nella sua purezza, né che in occasione di questa esposizione pensasse un omaggio a Morandi proprio a Palazzo Citterio che ne ospita forse la più significativa teoria di opere, raccolte grazie alla lungimiranza di due collezionisti come Emilio Jesi e Lamberto Vitali, amici e sostenitori del pittore bolognese fin dagli esordi”.

Tempo, memoria e visione

“Il complesso intervento di William Kentridge”, spiega Vincenzo Trione, “si articola in due stazioni: un’immersiva videoinstallazione sonora e una sequenza di sculture in cartone, che reinterpreta poeticamente le nature morte di Morandi. Un’ipotesi per avviare un dialogo ideale con le opere metafisiche del maestro bolognese conservate a Palazzo Citterio. E, insieme, un modo per porre in risonanza le silenti costruzioni morandiane con le esplorazioni visionarie di un grande artista contemporaneo, impegnato a porre in tensione storia, memoria, attesa, temporalità e media”.

Noto per le sue esplorazioni intermediali, William Kentridge riflette sulla poetica morandiana attraverso un linguaggio che evoca la tensione tra staticità, silenzio e temporalità. Il progetto per la Sala Stirling è concepito in stretta connessione con la mostra di Palazzo Reale, dove sono esposti precedenti e consapevoli omaggi di Kentridge a Morandi, come il film d’animazione “Medicine Chest” (2001) e i disegni a carboncino su carta.

Kentridge si era già confrontato con Giorgio Morandi anche nella serie di fotoincisioni “Eight Vessel”s (2020-2021), realizzata durante il lockdown. In linea con il progetto curatoriale di Metafisica/Metafisiche, l’installazione di Kentridge mette in luce l’eredità formale e concettuale di Morandi, recuperando una pratica espressiva che fa del tempo, della memoria e del ritmo una materia visiva.

La personale alla Galleria Lia Rumma: un viaggio tra esuli, maschere e memorie che si cancellano

William Kentridge è protagonista alla Galleria Lia Rumma con “Sharpen Your Philosophy”, un titolo che suona come un ordine gentile: affila la tua filosofia, perché qui ti servirà. Stavolta ci porta dentro un transatlantico carico di rifugiati, ricordi e profezie. La storia parte da lontano. Marsiglia, 1941. André Breton con le sue visioni surrealiste, Claude Lévi-Strauss con i suoi miti, Wilfredo Lam con i suoi colori caraibici: tutti ammassati su una nave diretta in Martinica, in fuga dai nazisti, dalla guerra, dall’Europa che bruciava. Kentridge riporta a galla quel viaggio disperato e lo trasforma in metafora universale. Perché quella nave è anche quella di oggi, di ieri, di sempre: il mondo che scappa da se stesso, destinato a ripetere i suoi errori come un disco graffiato.

Al piano terra si viene accolti “Sharpen Your Philosophy”, un paravento che è già manifesto poetico. Poi le maschere di cartone (usate dai performer nel suo spettacolo teatrale “The Great Yes The Great No”) appese al muro come volti sospesi tra identità e anonimato. E le silhouette della serie “Paper Procession”: figure antropomorfe ricavate da un registro siciliano ottocentesco, strappato e reincarnato prima in carta, poi in sottili fogli di alluminio dipinti a olio. Esuli, burattini, alberi (chiamateli come volete, tanto Kentridge non ti dà mai una risposta definitiva).

La video installazione “To Cross One More Sea” è il cuore pulsante della mostra. Una nave che ondeggia su acque profonde, proiettata su schermi che tremano come la memoria stessa. Kentridge parte dal 1941 ma arriva dappertutto: ai barconi del Mediterraneo, alle carovane nel deserto, a tutti quelli che attraversano mari per non morire. L’opera si distacca dalla Storia con la S maiuscola e diventa universale, arca contemporanea di tutte le fughe.

Al primo piano il viaggio continua. Sculture in bronzo che dialogano con disegni e stampe, poi elementi del monumentale “Triumphs and Laments” (quel fregio lungo il Tevere a Roma del 2016, ormai quasi cancellato dal tempo). C’è un leporello, ci sono vinili con le musiche di Philip Miller, ci sono disegni originali. Kentridge ti ricorda che anche l’arte più grandiosa è destinata a svanire, proprio come i suoi carboncini sempre sul punto di cancellarsi.

All’ultimo piano si trova “Fugitive Words”, un video ipnotico dove le mani dell’artista sfogliano uno dei suoi taccuini sacri. Pagine piene di schizzi a china e carboncino: autoritratti, ritratti dei genitori che sembrano maschere funebri, spartiti, diagrammi, liste della spesa del pensiero. Perfino le matite prendono vita e si muovono da sole. È il backstage della mente di Kentridge, dove nulla è definitivo e tutto può trasformarsi in qualcos’altro.

Chicca finale: un disegno dedicato a Giorgio Morandi, “Seven Kitchen Objects”. Kentridge omaggia il maestro bolognese delle nature morte e crea un ponte con le sue opere sparse per Milano nelle mostre “Metafisica / Metafisiche” a Palazzo Reale e Palazzo Citterio. Perché questo è Kentridge: uno che non si accontenta mai di una sola storia, di un solo spazio, di una sola verità.