Antonio Viganò rilegge “La tempesta”: l’isola di Shakespeare da luogo di esclusione a spazio di rinascita

La tempesta Antonio Viganò Vasco Dell'Oro

Una compagnia che prova, un’isola che prende forma, e un confine sempre più sottile tra chi recita e chi è. Lo spettacolo di Teatro La Ribalta debutta in prima nazionale a Milano al festival Da vicino nessuno è normale

Un ex ospedale psichiatrico e un’isola shakespeariana hanno in comune più di quanto sembri: entrambi sono stati luoghi di esclusione che qualcuno ha deciso di trasformare in altro. Olinda lo fa da anni con l’ex Paolo Pini di Milano, trasformando quegli spazi carichi di storia in un luogo di incontro tra arte e comunità.

Il festival Da vicino nessuno è normale apre l’edizione 2026 portandoci “La tempesta”, spettacolo scritto e diretto da Antonio Viganò. Una prima nazionale che arriva al Teatro LaCucina in due repliche, sabato 30 e domenica 31 maggio. La produzione è di Teatro La Ribalta, Kunst der Vielfalt e Gli Scarti Ets.

Un’isola che è anche uno specchio

Di William Shakespeare Antonio Viganò prende l’isola, il naufragio, i personaggi. Una compagnia teatrale ha poco tempo per allestire” La tempesta”. Gli attori sono già lì, sospesi tra sé stessi e i personaggi che stanno per abitare. Le prove cominciano, e l’isola prende forma davanti al pubblico: luogo di esilio e di incanto, di potere e di ribellione.

Prospero è un uomo ferito prima ancora che un mago. La sua sete di vendetta nasce dall’esclusione, dall’essere stato spodestato e confinato ai margini. Attorno a lui si intrecciano l’amore tra Miranda e Ferdinando, i complotti, la lotta per il potere. Ariel sogna la libertà con leggerezza aerea, Calibano la rivendica con furia terrena. Tutti cercano una via d’uscita dalla propria prigione.

Ma “La tempesta” di Viganò non racconta solo di un’isola lontana. Le tensioni tra i personaggi si rispecchiano in quelle interne alla compagnia che li interpreta. Attori che entrano ed escono dai ruoli, che a volte parlano come personaggi e a volte come sé stessi. Il confine tra vita e teatro si fa sottile, poi scompare del tutto.

Teatro La Ribalta e la legittima stranezza

Teatro La Ribalta, la compagnia di Bolzano diretta da Viganò e nota anche per il precedente “Otello Circus“, torna a misurarsi con Shakespeare portando in scena danzatori e attori con disabilità che non hanno nessuna intenzione di passare inosservati. La loro presenza scenica non è nonostante le differenze, ma attraverso di esse: quello che Viganò chiama “legittima stranezza” è la cifra estetica e umana di tutto il lavoro.

I trucchi del mestiere sono esposti, non nascosti. Le fragilità del processo creativo diventano materia dello spettacolo. Il pubblico non assiste a un prodotto rifinito che dissimula la propria costruzione, ma a qualcosa di più raro: un fare teatro allo scoperto, in cui la finzione è dichiarata e proprio per questo risulta più vera.

Calibano, Ariel, e la domanda sulla mostruosità

È Calibano, incarnato da Rodrigo Scaggiante, a portare il peso più profondo dello spettacolo. La sua rivendicazione non è solo della terra o della libertà, ma di una dignità che gli è stata negata per ragioni di forma, non di sostanza. Il grido che lancia interroga dove abiti davvero la mostruosità, se nel volto o nell’anima, e racconta la ricerca disperata di un amore che non arretri davanti a ciò che spaventa.

Ariel, al contrario, è luminoso e sicuro dei propri strumenti. I due incarnano tensioni opposte ma complementari verso la stessa meta: la fine della schiavitù, in qualunque forma essa si presenti.

Il palcoscenico come isola di salvezza

Nelle note di regia, Antonio Viganò scrive di aver voluto attraversare Shakespeare con uno sguardo contemporaneo senza tradire l’originalità del testo. La tensione tra reale e fantastico non è per lui un’opposizione, ma una compenetrazione. L’isola non è un luogo geografico ma mentale, un territorio dell’esilio e dell’immaginazione dove reinventarsi è necessario per sopravvivere.

Luci, suoni, oggetti di scena, illusioni: niente è semplice strumento tecnico. Tutto diventa dispositivo poetico che rivela qualcosa del reale, delle emozioni che ci governano, anche le più oscure. E nel cuore della vendetta, alla fine, si apre la possibilità del perdono. L’isola, da luogo di esclusione, si trasforma in spazio di rinascita.

Per questi attori, come per i personaggi che interpretano, il teatro è il luogo dove si può ribaltare un destino imposto. Dove l’esclusione diventa possibilità.