Dal 16 al 26 luglio, nella storica centrale idroelettrica asburgica del Trentino, dieci giorni tra mostre, residenze e nuove voci della scena performativa internazionale
Dal 16 al 26 luglio 2026 a Dro (Trento), Centrale Fies apre le porte del suo centro di ricerca sulle pratiche performative contemporanee per dieci giorni di programmazione pubblica. Non si tratta di un festival nel senso tradizionale del termine, quanto piuttosto della restituzione di un lavoro che il centro porta avanti tutto l’anno, fatto di residenze, mostre e produzioni artistiche che qui trovano finalmente uno spazio condiviso con il pubblico. Tra mostre, lecture, performance dal vivo, momenti conviviali e attivazioni diffuse negli spazi della struttura, il programma estivo compone un paesaggio culturale eterogeneo, capace di alternare la solennità di un’installazione al calore di una cena condivisa o di una serata in consolle. Dieci giorni per raccontare, attraverso linguaggi diversi, cosa significhi oggi fare ricerca artistica in un luogo che accompagna la nascita di nuove voci della scena performativa internazionale.
Una storia lunga quasi mezzo secolo
Quel percorso annuale a cui accennavamo affonda le radici in un progetto che compie quest’anno 46 anni, fondato sulla cura e sull’accompagnamento degli artisti prima ancora che sulla produzione di spettacoli. Centrale Fies nasce infatti come centro di residenza, uno dei primi in Italia a scommettere sull’idea che dare tempo e spazio a chi crea sia già una forma di produzione culturale. Nel corso dei decenni questa scelta ha permesso la nascita di collaborazioni che hanno segnato le arti performative italiane, e ha reso il centro un punto di riferimento capace di dialogare tanto con il territorio trentino quanto con la scena internazionale.
Dal 2020 la direzione artistica, guidata da Barbara Boninsegna, ha avviato una trasformazione del formato festival verso un modello più aperto e modulare, in cui progetti curatoriali autonomi convivono nella stessa programmazione mantenendo ciascuno la propria identità. È un’evoluzione che nel 2026 si consolida ulteriormente, con un ecosistema curatoriale che include, oltre alla stessa Boninsegna, figure come Simone Frangi, Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson e, da quest’anno, anche Lorenzo Pezzani, Sofia Baldi Pighi, Michele Bertolino, Virginia Sommadossi ed Elisa Di Liberato.
Una centrale idroelettrica diventata luogo di cultura
Il territorio trentino, del resto, non è solo lo sfondo di questa storia: è anche il luogo fisico che la rende possibile. Centrale Fies occupa infatti la storica sede di una centrale idroelettrica costruita nei primi anni del Novecento durante l’impero asburgico, in parte ancora attiva e oggi sotto l’egida di Dolomiti Energia, main sponsor del progetto. Gli spazi industriali, con le loro architetture imponenti, ospitano oggi gallerie, sale prove e aree per gli incontri pubblici: quest’anno si aggiunge anche un nuovo spazio espositivo, ricavato da quello che un tempo era il piccolo archivio della centrale, che ospiterà una delle mostre della rassegna. Muoversi tra questi ambienti, tra macchinari d’epoca e installazioni contemporanee, restituisce visivamente il cortocircuito che sta alla base del progetto: quello tra memoria industriale e ricerca artistica contemporanea.
Le mostre e il debutto dei nuovi talenti
Proprio in questi spazi prende il via, giovedì 16 luglio, la programmazione estiva. Ad aprire l’estate di Centrale Fies è la mostra personale di Monia Ben Hamouda, artista nata a Milano da famiglia tunisina, che nella Galleria Trasformatori porta sculture monumentali in acciaio, sabbia e spezie: un lavoro che parte dall’eredità della calligrafia islamica trasmessa dal padre per interrogare il linguaggio come materia viva, capace di trasformarsi e migrare nel tempo. La sabbia, lasciata libera di invadere parzialmente lo spazio, sottopone le opere a una lenta trasformazione per tutta la durata dell’esposizione, fino al 26 luglio. La serata di apertura si arricchisce della performance MoonJar di Kat Válastur e Aho Ssan, un’interazione tra suono e movimento che utilizza oggetti in ceramica realizzati da Latika Nehra, seguita dal live set dello stesso Aho Ssan.
Il weekend prosegue poi con la tredicesima edizione di Live Works Summit (16-19 luglio), il momento in cui otto artisti selezionati nel 2025 tramite call internazionale presentano al pubblico le performance messe a punto durante un anno di residenza, mentorship e formazione: tra loro anche Luc Ndikubwimana, unico italiano in programma, sostenuto dalla borsa di studio Agitu Ideo Gudeta, pensata per contrastare le barriere legate alla razzializzazione nel sistema dell’arte.
Dal 23 al 26 luglio si aggiunge una seconda mostra, “BLUE BLUE BLUE LIMBO – un-archive” di Industria Indipendente e Michele Bertolino, un progetto che intreccia letture, immagini, suoni e fragranze nato dalla ricerca condotta per la produzione del profumo omonimo.
Tra comunità, relazioni e clubbing
Accanto alle mostre, il programma di Centrale Fies dedica ampio spazio agli incontri con il territorio e alla dimensione più conviviale della rassegna. Il 22 luglio è la giornata di The Sparks Return, progetto vincitore del bando Laboratorio di Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, che attraverso una rete di giovani attivisti culturali delle vallate trentine mette in dialogo assemblee, talk e una cena condivisa aperta alla partecipazione pubblica. Dal 23 al 26 luglio prende invece il via LOVE IS POLITICAL, il capitolo dedicato quest’anno alla natura politica delle relazioni, dopo i precedenti Enduring Love, Evolving Love e Radical Love. In programma le creazioni di compagnie storicamente legate a Centrale Fies come Anagoor, Motus e Dewey Dell, accanto a nomi più recenti come Chiara Bersani, Francesca Pennini e Annamaria Ajmone.
A questo capitolo si affiancano tre nuovi progetti speciali: Overhead di Lorenzo Pezzani e del laboratorio di ricerca LIMINAL dell’Università di Bologna, un’installazione audiovisiva sulla sorveglianza aerea nel Mediterraneo; Arte come Resistenza Civile di Sofia Baldi Pighi, che porta a Fies il collettivo ucraino OPEN GROUP con Repeat after me II, già visto al padiglione polacco della Biennale di Venezia; e infine Club Altrove, la serata a cura del collettivo trentino Rifugio Amore che trasforma il dancefloor in spazio di incontro con i set di KUNTHUG, Kobramulata e Mantis.
La curatela espansa
A tenere insieme tutti questi capitoli è un approccio che la direttrice artistica Barbara Boninsegna definisce di curatela espansa, un concetto coniato da Annalisa Sacchi, docente di Estetica del Teatro all’Università Iuav di Venezia, per descrivere una pratica che rinuncia alla centralità di uno sguardo unico per aprirsi a una costellazione di voci e responsabilità condivise. È proprio questo, del resto, il tratto che più caratterizza la programmazione 2026 di Centrale Fies: non un’unica visione curatoriale ma un ecosistema di progetti autonomi, ciascuno con il proprio linguaggio, che nei dieci giorni di luglio compongono insieme il ritratto di un centro di ricerca che continua a scommettere sulla complessità.
