Biennale di Venezia 2026, tra arte e politica il rumore di fondo non si spegne

Si apre il 9 maggio la 61esima edizione, anticipata da polemiche colpi di scena: una situazione in contrasto con il tema “In Minor Keys” che allude a un carattere intimo e introspettivo, che mira all’essenza

Sta per alzarsi il sipario sulla 61ª Biennale di Venezia. Un’edizione particolarmente travagliata tra dibattiti, annunci inaspettati, veri e propri colpi di scena, che hanno valicato i sottili confini dell’arte in senso stretto per dilagare nei territori limitrofi della politica e dell’etica.

Dal 9 maggio al 22 novembre i 101 Padiglioni nazionali ai Giardini e all’Arsenale ospiteranno le visioni di artisti provenienti da ogni angolo del globo con l’obiettivo di celebrare l’inclusività e il dialogo tra culture. O per lo meno: questo sulla carta, perché la situazione reale è ben diversa.

Il tema: In Minor Keys

Il tema della Biennale 2026 è “In Minor Keys“, in tonalità minore. Un concetto mutuato dalla musica, che allude a un carattere più intimo e introspettivo dell’opera. Un invito a escludere il rumore di fondo e i toni grandiosi, per concentrarsi sulle risonanze emotive e intellettuali più profonde. Ma anche il tentativo di ridefinire gli equilibri di potere, decentralizzandoli, dando rilevanza e visibilità agli outsider.

Quelli ospitati dalla mostra al Padiglione centrale sono “canti di chi genera bellezza nonostante la tragedia, le melodie dei fuggitivi che riemergono dalle rovine, le armonie di chi ripara ferite e mondi”, per usare le parole della curatrice Koyo Kouoh, scomparsa il 10 maggio 2025, un anno esatto prima dell’inaugurazione della kermesse.

L’esposizione principale non è strutturata su sezioni didascaliche, ma sul flusso di vibrazioni sotterranee che creano relazioni tra luoghi lontani. Una rete di affinità che attraversa Parigi e Beirut, Nashville e Dakar nelle opere di 111 artisti che disegnano nuove traiettorie culturali.

L’Italia fuori dalla mostra principale, trova casa in Guinea Equatoriale

Tra tutti gli interventi selezionati da Koyo Kouoh per la mostra principale, nessuno sarà opera di un italiano. Una scelta che inevitabilmente ha fatto rumore in Italia, paradossalmente proprio in un’edizione che questo brusio di fondo invitava a cancellarlo.

Questo non significa che il Paese che organizza la Biennale sarà assente dal panorama delle esposizioni. La sua presenza è garantita innanzitutto dal Padiglione Nazionale, curato da Cecilia Canziani e con un progetto di Chiara Camoni, intitolato “Con te con tutto”. Ma troverà poi ampio spazio, curiosamente, tra le mura del Padiglione della Repubblica di Guinea alla sua prima partecipazione.

“L’écho de la matière”, curata da Carlo Stragapede, è un’esposizione dedicata alla materia come forma di energia e risonanza simbolica. Il Paese africano ha coinvolto oltre sessanta artisti, per la maggior parte italiani. Tra loro: Omar Galliani, Alessio Bertallot e Toni Zancaro.

I grandi temi della Biennale 2026

Con 101 Paesi rappresentati e centinaia di artisti coinvolti, le pratiche utilizzate sono variegate e i temi affrontati sono i più disparati. Ma a ben guardare, ce ne sono alcuni che da un padiglione all’altro tornano come un refrain, come un’onda che si propaga tra mondi diversi.

Prima di tutto quello delle guerre e dei conflitti del passato e del presente, declinato da Andreas Angelidakis per la Grecia in chiave solo all’apparenza giocosa, indagato dalla Siria che si concentra sulla distruzione di Palmira, e interpretato dall’Ucraina, che mostra come ci possa essere spazio anche per la gioia.

Trova ampio spazio la questione femminile, esplorata tra gli altri da Lubaina Himid per il Regno Unito e dal team composto esclusivamente da donne del Brasile, così come quello della Germania. Si parla di memoria e identità con Marocco, Australia e Bahamas, del ruolo del corpo nello spazio geopolitico con il Lussemburgo, l’Olanda e l’Austria. Di decolonizzazione e diaspora con Guinea Equatoriale, Finlandia, Svezia e Norvegia.

Sono temi che non compaiono a compartimenti stagni, ma che si fondono e si intrecciano l’uno con l’altro, a dimostrazione a dimostrazione che guerra, identità, corpo e memoria non sono questioni distinte, ma aspetti di una stessa crisi globale.

Un’edizione tra padiglioni vuoti, annunci tardivi e polemiche

La Biennale di Venezia del resto non è solo un salotto in cui discutere di arte, ma è anche uno specchio in cui si riflettono temi di natura etica e politica. E quest’anno lo è più che mai.

Si è dibattuto a lungo sull’opportunità di dare spazio a Russia e Israele, in quanto Paesi impegnati in modo offensivo in un conflitto armato. Alla fine il primo ha annunciato un Padiglione aperto solo nei giorni dedicati alla stampa, mentre il secondo ha disertato la sede dei Giardini trovandone una alternativa.

Padiglione vuoto anche per la Repubblica Islamica dell’Iran, che ha ritirato ufficialmente la sua partecipazione pochi giorni prima dell’apertura, e per il Sudafrica, che ha rinunciato all’esposizione dopo aver cancellato il progetto di Gabrielle Goliath, ritenuto divisivo per i suoi riferimenti espliciti a Gaza.

Situazione simile ma con esito diverso quella dell’Australia: la partecipazione di Khaled Sabsabi era stata cancellata a causa di chiare posizione dell’artista sulla situazione in Medio Oriente, ma petizioni, lettere aperte e dimissioni illustri hanno ottenuto il reintegro. Un segnale raro di quanto la pressione della comunità artistica possa ancora fare la differenza.

Caso a parte quello degli Stati Uniti, il più intricato. Cambio di linee guida con indicazioni su temi relativi ai “valori americani”, ritardi cronici, la National Endowment for the Arts che si sfila lasciando tutto al Dipartimento di Stato, budget ridimensionato drasticamente. Alla fine con Alma Allen si trova la quadra, su temi di ottimismo e autorealizzazione.

Giuria dimissionaria, il verdetto al pubblico

Un’edizione travagliata insomma, in cui nulla sembra essere semplice. Ad aggiungere un nuovo livello di complessità, il fatto che a pochi giorni dall’inaugurazione ha perso la sua giuria. “A partire dal 30 aprile 2026, noi, la giuria internazionale selezionata da Koyo Kouoh, abbiamo rassegnato le nostre dimissioni” si legge nella nota diffusa dai cinque membri, che già nei giorni precedenti avevano annunciato che non avrebbero preso in considerazione Russia e Israele per l’assegnazione dei premi.

A questo punto viene istituito il “Leone di Visitatori“, una sorta di giuria popolare in cui sarà il pubblico a esprimere una preferenza sulle esposizioni. Una toppa che rischia di essere peggio del buco, perché sposta il giudizio da un piano critico a una logica partecipativa. Il premio non verrà assegnato a seguito di riflessioni di esperti sull’opera in sé, ma probabilmente l’esito sarà condizionato da fattori come l’importanza percepita del Paese, la centralità del Padiglione, la sua accessibilità, la risonanza sui social e la fama dell’artista. Un vero paradosso in una Biennale che voleva eliminare il rumore di fondo e dare visibilità a chi resta ai margini.