Klimt, Schiele, Kokoschka e le inquietudini del corpo moderno: a Mestre l’arte del Novecento si guarda dentro

Gustav Klimt Donna sdraiata Budapest, Museo di Belle Arti Szépművészeti Múzeum/ Museum of Fine Arts, Budapest,2026 Museum of Fine Arts, Budapest

Al museo MUVEC, fino al 14 febbraio, 47 opere seguono le trasformazioni del corpo nell’arte, dalla Vienna della Secessione alla Body Art, fino alle immagini che ci abitano oggi

Che cosa succede a un corpo quando smette di essere soltanto qualcosa da rappresentare e diventa il materiale stesso dell’opera? È la domanda che attraversa la mostra “Klimt, Schiele, Kokoschka e il corpo nell’arte contemporanea”, ideata dalla Fondazione Musei Civici di Venezia per il MUVEC, il nuovo museo di arte contemporanea di Mestre, e curata da Elisabetta Barisoni, visitabile fino al 14 febbraio. Il percorso parte dalle avanguardie viennesi di inizio Novecento e arriva alla Body Art, passando per il “ritorno all’ordine” tra le due guerre e per le rotture degli anni Sessanta e Settanta.

Il titolo del progetto richiama il motto scolpito sul Palazzo della Secessione a Vienna, che rivendicava per ogni epoca la propria arte e per ogni arte la propria libertà. Qui la frase viene spostata sul corpo: è lì, suggerisce la mostra, che si depositano le inquietudini, i desideri e i mutamenti della modernità, dal secolo scorso fino a noi.

Da Giuditta II al resto del viaggio

Il filo parte da un’opera che a Venezia si conosce bene: la “Giuditta II” di Klimt, del 1909, conservata a Ca’ Pesaro. Intorno a lei si dispongono quarantasette lavori tra dipinti, disegni, grafiche, sculture e fotografie, arrivati da istituzioni come il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, il Szépművészeti Múzeum di Budapest, il Leopold Museum di Vienna, la Fondazione Oskar Kokoschka di Vevey, le Gallerie dell’Accademia di Venezia, il Getty Research Institute di Los Angeles e la Fondazione Piero Manzoni di Milano.

La scelta di partire dal corpo femminile non è casuale. È stato a lungo il corpo che la società ha sentito il bisogno di controllare, contenere, correggere o temere, e la mostra lo prende come lente per rileggere un secolo di trasformazioni artistiche.

Vienna, la nevrosi e i confini della normalità

All’inizio del Novecento Vienna è una città di contraddizioni, dove filosofia, psicoanalisi, antropologia, letteratura e arti visive si intrecciano e si interrogano sulla nevrosi, sull’inconscio, sulla sessualità e sul modo in cui il corpo dà forma alla personalità. Si mette in discussione persino l’idea di che cosa sia normale. In questo clima la figura umana diventa il luogo in cui si vede la crisi della società borghese e, insieme, la possibilità di una libertà nuova.

La Secessione, con Klimt come primo maestro e Schiele e Kokoschka come seguaci geniali, apre una crepa nella realtà da cui non si torna indietro, se non con il cosiddetto ritorno all’ordine.

Tre modi di guardare un corpo

In Klimt la trasformazione è tra le più radicali. Le donne dei suoi quadri, monumentali e sontuose, e quelle dei suoi disegni sono consapevoli, erotiche, padrone di sé. La sua Giuditta è moderna, nervosa, per niente classica, decisa e presente: un’immagine femminile nuova, da cui la mostra fa cominciare il proprio racconto.

Schiele raccoglie quell’inquietudine e la porta a contatto con la vita di tutti i giorni. I suoi corpi sono ancora grandi, ma mutilati, sospesi, magri, isolati, a volte malati. Il tratto tagliente dei disegni e degli acquerelli è quello dell’ansia esistenziale del vivere moderno, in cui la fisicità diventa il luogo del desiderio, del disagio e della coscienza della morte.

Kokoschka spinge la figura verso l’espressionismo, e il vero soggetto delle sue opere è l’inconscio. Colori dissonanti e pose innaturali deformano il reale per dare forma ai processi mentali che agiscono sull’essere umano senza che se ne accorga.

Il ritorno all’ordine e i corpi che sfuggono

Tra le due guerre il corpo vive un confronto serrato tra modernità e ritorno all’ordine. I regimi autoritari che si affermano in Europa costruiscono l’immagine di un uomo nuovo: maschi atletici e armoniosi, lontani da malattia e devianza, donne legate a maternità, casa e patria. Ciò che si discosta dal canone viene respinto.

In Italia, però, quell’ordine non si lascia ridurre a semplice propaganda. Nelle opere di Felice Casorati, Guido Cadorin e Mario Sironi il corpo ha proporzioni classiche e un’eco dell’antico, ma resta solo, sospeso, in una quiete quasi lirica. Sfondi neutri, figure dimesse, sguardi malinconici e un modo nervoso di trattare la carne raccontano una gioventù inquieta e attonita, dove continuano a vivere le verità dell’inconscio scoperte a Vienna.

Dopo la guerra: rimettere insieme il corpo

La Seconda guerra mondiale nega con violenza il rapporto tra corpo e ragione, tra fisico e logica, tra conscio e inconscio. I corpi sciolti, atomizzati e annientati che la guerra lascia nella memoria rendono difficile, negli anni Cinquanta, persino rappresentarli. Gli artisti devono ritrovare la fiducia che il corpo possa ancora voler dire qualcosa, e ci riescono nel decennio successivo.

Gli anni Sessanta e Settanta: il corpo diventa l’opera

Dal Nouveau Réalisme all’Arte Concettuale, dalla performance alla Body Art, l’arte di rottura degli anni Sessanta rimette il corpo al centro, attingendo alla lezione brillante e tragica della Vienna di inizio secolo. Il corpo non è più soltanto soggetto: è veicolo del messaggio, supporto, strumento. Arte e vita non stanno più separate, e il gesto diventa un fatto autonomo ed espressivo.

“Le Antropometrie” di Yves Klein e le “Impronte” e le “Sculture viventi” di Piero Manzoni inaugurano davvero questo rapporto nuovo: l’uno con uno spirito mistico, l’altro con sperimentazione e ironia, portano il corpo dentro lo spazio dell’arte e trasformano l’artista e il pubblico in opera.

Con la Body Art il corpo diventa anche mezzo politico e luogo di esperienza e confronto. Nelle opere di Ana Mendieta e Gina Pane l’artista usa se stessa come supporto e strumento: pelle, sangue, dolore, nudità e modificazioni fisiche entrano nel linguaggio artistico. Così la fisicità diventa il luogo in cui sciogliere le proprie paure, ma anche un messaggio politico e poetico sulla condizione femminile, sull’uso strumentale del corpo della donna, sul desiderio rimosso e sul rifiuto delle definizioni univoche.

Il corpo di oggi

Il percorso arriva fino a noi. Il corpo come disagio, come qualcosa di rimosso che non riesce a comunicare, da modificare nella realtà o nel virtuale, come campo di battaglia della psiche con se stessa, come segno di salute e perfezione e insieme come simbolo di rivoluzione, attraversa tutta la seconda metà del Novecento.

Carne e sangue, poesia e gioco, archetipo e attualità: corpi fluidi e corpi rifatti, posseduti e idealizzati, mascherati e contratti, popolano ogni giorno il nostro immaginario visivo. La mostra di Mestre lo dice senza troppi giri: quello che guardiamo sullo schermo affonda le radici in quello che artisti di più di un secolo fa avevano già cominciato a scoprire.