Nanni Balestrini, Maria Magdalena Campos-Pons, Gianluigi Colin, Kings e Pino Pascali dialogano con il pensiero di René Guénon, in una mostra che interroga il nostro tempo attraverso astrazione e indagine verbo visuale
In occasione del Festivalfilosofia 2026, Metronom di Modena ospita fino al 28 novembre una collettiva che porta un titolo impegnativo, quasi un manifesto: Il regno della Quantità e i Segni dei Tempi. In mostra le opere di Nanni Balestrini, Maria Magdalena Campos-Pons, Gianluigi Colin, del collettivo Kings e di Pino Pascali, artisti diversissimi per formazione e linguaggio, chiamati a confrontarsi con una domanda che attraversa tutto il Novecento fino a oggi: che cosa resta della qualità dell’esistenza in un mondo che misura, replica e quantifica ogni cosa.
Il pensiero di Guénon, tra profezia e inquietudine
Il titolo della mostra riprende esplicitamente il saggio di René Guénon, scrittore e filosofo francese che nella prima metà del Novecento costruì una critica radicale al mondo moderno, definendo l’Occidente come il luogo in cui il sole tramonta e leggendo in questo tramonto la traccia di un declino spirituale prima ancora che materiale. Al centro della sua riflessione c’è la distinzione fra tempo lineare e tempo storico, fra unità e semplicità, ma soprattutto fra quantità e qualità: per Guénon il dato misurabile e riproducibile ha progressivamente sostituito la dimensione qualitativa dell’esperienza, imponendo l’avere sull’essere e la funzione sul significato.
Il primo imputato, per il filosofo francese, è il metodo scientifico, accusato di occuparsi solo di ciò che può essere quantificato e di scartare tutto il resto. Da qui una sequenza che oggi, con gli strumenti del nostro presente, potremmo riscrivere così: quantificazione, algoritmi, social network, reputazione numerica, finanziarizzazione, intelligenza artificiale, ottimizzazione continua. Non stupisce che il pensiero di Guénon, nato in un’epoca già lontana, abbia avuto una ricezione tutt’altro che pacifica, capace di raccogliere estimatori come Julius Evola e critici severi come Umberto Eco e Furio Jesi. Quello a cui guarda la mostra non è però la sistematicità filosofica del suo pensiero, quanto piuttosto la componente profetica di certe intuizioni, tanto inquietanti quanto difficili da liquidare come semplice pessimismo d’annata.
Un’arte che non si chiude in se stessa
Difficile stabilire se gli artisti in mostra, e in particolare i due maestri storicizzati come Balestrini e Pascali, abbiano costruito consapevolmente il proprio lavoro attorno a queste categorie. Quello che li accomuna, però, è un tratto preciso: nessuno di loro ha praticato un’arte autoreferenziale, chiusa in un ambito puramente estetico. Al contrario, le opere qui riunite restano profondamente intrecciate con l’attività umana, con la sua complessità e il suo disordine.
Il caos, in questa collettiva, prende due strade solo apparentemente distanti tra loro: da una parte l’astrazione, che percorre i lavori di Campos-Pons e Kings, dall’altra l’indagine verbo visuale, terreno comune a Balestrini, Colin e Pascali. Due modi diversi di stare dentro il disordine del presente, tentando di dargli forma senza per questo addomesticarlo.
Le parole spezzate di Balestrini
Nei suoi Cronogrammi, Nanni Balestrini ci ricorda che mettere insieme i punti non è mai operazione semplice, perché il linguaggio non è mai innocente. Non lo sono le parole prese singolarmente, non lo è nemmeno il gesto di spezzarle e ricomporle in sequenze che solo a uno sguardo distratto possono sembrare casuali. È un’arte che lavora sul limite tra senso e non senso, restituendo alla lingua la sua natura instabile e politica.
Pascali e il rischio del funambolo
Con Pino Pascali la domanda si fa ancora più diretta: arte o non arte? I suoi Alfabeti si muovono come un funambolo tra la ricerca del nuovo e il rischio costante della caduta, tentando di mettere ordine in una complessità ambigua. Sono, in questo senso, un’arma non violenta che l’artista costruisce e mette a disposizione di chi guarda, un modo per orientarsi senza semplificare.
Colin e la memoria affidata alla carta
Se è vero, come scriveva John Berger, che è la storia a costruire il rapporto tra passato e presente, Gianluigi Colin sceglie di raccontare il presente leggendone proprio il caos. Le sue opere spostano continuamente i piani di lettura tra immagine e parola, affidando alla carta, materiale duttile e fragile ma qui tutt’altro che secondario, il compito di custodire l’immagine, preservandola nel tempo e insieme dal tempo.
Kings, gli affreschi collettivi del presente
Le immagini proliferano invece nei lavori del collettivo Kings, tra accostamenti, accumulazioni e giochi di scala che costruiscono veri e propri affreschi contemporanei in bianco e nero. La composizione attira lo sguardo con la propria grazia formale, prima di svelare, a uno sguardo più attento, il dettaglio minuto del collage: unità e semplicità che si rivelano solo dopo, come un secondo livello di lettura.
Campos-Pons e la forza della natura
È ancora la semplicità, per Maria Magdalena Campos-Pons, a condurre verso un’apparente dissoluzione dell’immagine. Nel suo lavoro agisce una forza centrifuga eterna, un’onda che l’artista definisce mostruosa e che schiaccia la figura umana, elevando la natura a un ruolo quasi divino. Un rovesciamento di gerarchie che restituisce alla dimensione naturale una centralità che il regno della quantità aveva progressivamente eroso.
Oltre la quantità, verso l’assoluto
Chiude idealmente il percorso ancora una volta Balestrini, con due versi che sembrano scritti apposta per questa mostra: “Non ho proprio niente da dire, ma ho voglia di dirlo”. Parole che ci conducono in un territorio più profondo e irrazionale, quello che genera emozioni prima ancora che ragionamenti, dove il fare e il disfare non sono un vezzo stilistico ma una sfida vera, quella del contingente che si misura con l’assoluto. È una necessità di creare che attraversa tutte le opere in mostra, un caos creativo che finisce per identificare l’opera d’arte come sintesi di un atto di resistenza, contro l’appiattimento quantitativo del nostro tempo.
