A Milano prende forma per la prima volta in Europa un ambiente che l’artista aveva solo immaginato. Con “Touch Me” gli Achromes escono dalla superficie e conquistano lo spazio, fino al 18 dicembre
Una lettera può contenere un’opera intera. Quella che nel 1961 Piero Manzoni spedisce a Henk Peeters, artista vicino al Gruppo ZERO, ne contiene una che nessuno ha mai visto: una stanza tutta di pelo bianco, fluorescente, pensata come l’ultimo passo dei suoi Achromes. Il foglio arriva a destinazione, la stanza no. Ci vorranno più di sessant’anni perché qualcuno decida di rispondere.
Oggi quell’idea esce dal cassetto a Milano alla Galleria Notte che presenta “Piero Manzoni: Touch Me”. La mostra, visitabile fino al 18 dicembre, è curata da Rosalia Pasqualino di Marineo, direttrice della Fondazione Piero Manzoni, con cui lo spazio ha collaborato. Del progetto di Manzoni, che prevedeva due ambienti, prende forma il primo, e per la prima volta in Europa. Il titolo è già un’istruzione per l’uso.
Dall’oggetto all’esperienza
Per capire il peso di questo passaggio bisogna tornare al 1957, quando Piero Manzoni avvia la serie degli Achromes. Era la ricerca di un linguaggio nuovo e di una trasformazione radicale dell’opera d’arte, un bianco che non voleva essere un colore ma una condizione di partenza, una pagina azzerata. Per decenni gli Achromes sono rimasti quadri da guardare, anche se fatti di materie inattese.
La stanza di pelo bianco compie l’ultimo passo di quel percorso. La superficie viene oltrepassata e l’opera si allarga nello spazio fino a coinvolgere il corpo di chi la visita. Non c’è più nulla da contemplare a distanza, perché l’Achrome diventa un luogo da attraversare, e la percezione si accende solo se ci si è dentro, con la presenza fisica.
La materia, da vicino
A completare il percorso c’è una sala dedicata agli Achromes in cotone e in fibra artificiale, che Manzoni sperimenta tra il 1960 e il 1962. Le opere provengono da collezioni private, e il loro valore sta nel cambio di scala rispetto all’ambiente immersivo. Qui l’incontro è ravvicinato e silenzioso, quasi intimo.
In queste opere il bianco libera la materia dal compito di rappresentare qualcosa. Restano le qualità proprie dei materiali, come la morbidezza, la leggerezza, la tensione, il peso. La forma, pur controllata, smette di comandare e lascia spazio al processo e alla presenza concreta di ciò che è stato usato. L’opera si propone come un evento più che come un’immagine.
Due modi di stare davanti all’arte
Messe insieme, le due sale compongono una mostra a doppio movimento. Da una parte c’è l’esperienza collettiva dell’ambiente, in cui il pubblico entra fisicamente nell’opera. Dall’altra c’è il dialogo solitario con la materia, fatto di sguardo ravvicinato e attenzione. Sembrano modi opposti di stare davanti all’arte, eppure portano alla stessa conclusione: per Piero Manzoni il valore dell’opera non sta nella forma che la delimita né nel supporto che la ospita.
È un’idea che nel 1961 doveva suonare come una provocazione e che oggi si legge come una sorprendente lucidità. La mostra completa il percorso che la Galleria Notte aveva avviato con il film “Piero Manzoni: Domani chi sa”, e fa parte di un modo di lavorare che non si limita a rileggere la storia dell’arte, ma prova a rimetterne in circolo ciò che era rimasto sospeso.
Un’opera che non è stata fatta, e ora lo è
C’è un paradosso che rende “Touch Me” diverso da una mostra retrospettiva. Qui non si espone un lavoro già compiuto, ma si dà corpo a qualcosa che l’artista aveva solo scritto. Chi entra in quella stanza non vede un documento storico, vive un’esperienza che prima non esisteva. Sessant’anni dopo, la lettera a Peeters trova la sua risposta, e a darla è chi ci passa attraverso.
