Le sculture di Duane Hanson allo specchio del contemporaneo: “Mirrored Fiction” da Gagosian

Mirrored Fiction Duane Hanson Matteo D’Eletto, Courtesy Gagosian

A Roma una delle mostre più stimolanti della stagione: un confronto serrato tra scultura iperrealista e arte contemporanea che mette in scena, e in discussione, il modo in cui guardiamo il mondo

Iperealismo, consumismo e identità. Un lavavetri con i pantaloncini macchiati e un secchio di plastica ai piedi. Un bodybuilder abbronzato con l’asciugamano sudato appeso al braccio. Un gruppo di americani comuni colti in gesti così ordinari da sembrare quasi invisibili. Eppure non riuscite a smettere di guardarli, perché sono così veri da essere inquietanti, e così familiari da fare quasi male.

Benvenuti nel mondo di Duane Hanson. E benvenuti a “Mirrored Fiction”, la nuova mostra di Gagosian Roma, che mette queste sculture iperrealistiche in bronzo dipinto in dialogo con alcune delle voci più potenti dell’arte contemporanea: Felix Gonzalez-Torres, Andreas Gursky, Jeff Koons, Adam McEwen e Bruce Nauman. Un confronto che non è solo estetico, ma filosofico: una domanda collettiva sul significato del “reale” nell’epoca in cui tutto viene messo in scena, consumato, distribuito e replicato.

Duane Hanson: monumenti alla quotidianità

C’è un paradosso al cuore del lavoro di Duane Hanson che questa mostra porta in piena luce: le sue sculture rappresentano persone che normalmente non guardiamo. Il lavoratore stanco, il turista con la macchina fotografica a tracolla, il bodybuilder che si specchia nella propria forma fisica. Figure così ordinarie da essere quasi invisibili nel tessuto della vita quotidiana americana.

Hanson le ha rese monumentali non gonfiandole o idealizzandole, ma semplicemente restituendole con una precisione ossessiva: i vestiti veri, le scarpe vere, gli oggetti di plastica, le vene sul dorso delle mani. Un realismo così spinto da diventare quasi surreale, il punto esatto in cui la rappresentazione supera la realtà e la realtà inizia a sembrare una rappresentazione.

Nate nel contesto dell’emergere della Pop Art, in un momento di rinnovato interesse per la figurazione, queste sculture hanno sempre fatto due cose insieme: riflettere sulla visibilità sociale e sul lavoro, e mettere in crisi lo spettatore. Perché quando ti avvicini a una di queste figure aspettandoti di trovare una persona in carne e ossa, qualcosa scatta. Una domanda che non sai ancora come formulare, ma che senti chiaramente.

Il dialogo: quando gli opposti si moltiplicano

La scelta curatoriale di “Mirrored Fiction” è coraggiosa e precisa: non isolare Hanson in una retrospettiva celebrativa, ma metterlo in conversazione con artisti che lavorano sugli stessi temi (forma, rappresentazione, materialità del quotidiano) da posizioni completamente diverse. Il risultato è una serie di cortocircuiti visivi e concettuali che moltiplicano i significati invece di fissarli.

“Window Washer” (1984), il giovane con il tergivetro e il secchio, è installato al centro dello spazio ovale della galleria, con “Politik II” di Andreas Gursky sulla parete dietro di lui. L’opera di Gursky raffigura tredici politici tedeschi, Angela Merkel in testa, disposti come le figure dell’Ultima Cena di Leonardo. L’accostamento è folgorante: il lavoratore anonimo davanti ai potenti della terra, il corpo che lavora davanti ai corpi che decidono. Sullo sfondo, quasi a commentare in silenzio, il quadrante di un orologio di Ed Ruscha.

“Donkey” di Jeff Koons, una lastra di acciaio inossidabile lucidato a specchio con la forma stilizzata di una testa di animale dei cartoni animati, è appesa di fronte a “Bodybuilder” (1989-90) di Hanson. La superficie riflettente di Koons cattura e restituisce distorta l’immagine della figura bronzea, moltiplicando i piani visivi e trascinando dentro il gioco anche lo spettatore, che si ritrova riflesso accanto al bodybuilder. Desiderio, narcisismo, auto-riconoscimento: temi che Koons porta sempre con sé e che qui trovano un interlocutore perfetto.

Il “reale” come messa in scena: la domanda al centro di tutto

Il titolo” Mirrored Fiction” dice già molto. Non c’è un reale puro da una parte e una rappresentazione dall’altra: c’è uno specchio continuo in cui i due si rimandano l’uno all’altro fino a confondersi. Hanson costruisce figure realistiche che sembrano persone. Gursky fotografa la realtà con una precisione così totale da trasformarla in astrazione.

Koons usa la superficie riflettente per moltiplicare il punto di vista fino a dissolverlo. Gonzalez-Torres, Nauman e McEwen portano ciascuno la propria versione di questa tensione, tra presenza e assenza, tra corpo e immagine, tra ciò che si vede e ciò che si consuma.

La mostra non risolve questa tensione. La abita. E in questo senso è un’esperienza: non ti dice cosa pensare, ma ti mette nella posizione di non poter fare a meno di pensare.