Dal 3 al 16 ottobre la rassegna al teatro Out Off porta in scena quattro lavori che si muovono tra fisicità estrema, poesia e critica al conformismo. Ma riapre anche questioni irrisolte sul rapporto tra opera e artista
Quello di Jan Fabre è un nome controverso. Da un lato c’è l’artista, indubbiamente tra i più importanti della scena performativa europea fin dagli anni Ottanta con la sua ricerca che si muove tra teatro, arti visive e performance. Dall’altro c’è l’uomo, coinvolto in vicende giudiziarie che lo hanno portato alla condanna per aver violato cinque volte la normativa sul benessere dei lavoratori e per comportamenti oltraggiosi nei confronti di una collaboratrice. Ogni volta che un centro espositivo gli offre spazio o un teatro lo porta in scena, si ripropone la tensione, e con lei la domanda, se sia giusto dare visibilità, e come farlo, a un lavoro quando chi lo firma porta con sé una condanna di questa portata.
Non è un interrogativo destinato a trovare una risposta definitiva e univoca una volta per tutte: resta aperto, irrisolto e scomodo. Quello che è un dato di fatto è che l’opera prosegue un proprio percorso autonomo a fianco, e non al posto, delle vicende umane che la accompagnano. La produzione teatrale di Fabre c’è, esiste, e viene messa in scena con tutte le questioni che pone. A portarla sul palco ora è il teatro Out Off di Milano con il Festival Fabre, che torna per il terzo anno consecutivo nonostante (o forse proprio nel segno) di questa tensione irrisolta. Dal 2 al 16 ottobre la rassegna mette in cartellone quattro opere dell’artista belga, accomunate dalla centralità del corpo come strumento di resistenza e trasformazione e da un linguaggio scenico che intreccia fisicità estrema, poesia e critica al conformismo.
Festival Fabre, gli spettacoli in cartellone
Il titolo dell’edizione del Fabre Festival di quest’anno è una dichiarazione di intenti “I guerrieri della bellezza festeggiano i 50 anni del Teatro Out Off“. Il riferimento, oltre alle celebrazioni per il mezzo secolo di attività del teatro, è al modo in cui Jan Fabre chiama i propri performer, con un rimando a una fisicità quasi violenta, con il corpo che trasforma il gesto in rito, facendone un manifesto: la bellezza è qualcosa cosa per cui si combatte, non solo un ornamento.
Ad aprire la rassegna, venerdì 2 e sabato 3 ottobre, è la prima nazionale di HARAKIRI. Fabre firma l’idea, la regia e la coreografia, e chiama in scena undici performer della compagnia Troubleyn, in un lavoro che tiene insieme danza e teatro. Il titolo, che fa riferimento al suicidio rituale giapponese, è lo stesso della rivista satirica francese Hara-Kiri, che tra gli anni Sessanta e Settanta affrontava senza remore i temi tabù dell’epoca, di cui lo spettacolo eredita l’irriverenza. Martedì 6 e mercoledì 7 ottobre è il turno di La poésie de la résistance, un testo scritto da Fabre nel 2024 e interpretato da Annabelle Chambon e Cédric Charron. Qui i performer si muovono come i superstiti di una battaglia che non finisce mai: vengono colpiti, cadono, si rialzano, e ogni volta che lo fanno incidono sulla propria pelle lo stesso nome, Libertà, come se il gesto dovesse essere ripetuto per continuare a valere.
Who Shall Speak My Thought? debutta in prima assoluta venerdì 9 e sabato 10 ottobre. Il testo del 1980 e porta sul palco, sola, l’attrice spagnola Ivette Codina a dare voce a una mente che non riesce a chiudere fuori nulla: ogni rumore la ferisce, ogni immagine si deposita e resta. Intorno a lei, il burro si scioglie lentamente per tutta la durata dello spettacolo, e nel farlo diventa la cosa stessa di cui si parla: il piacere che non si lascia trattenere, la bellezza che si consuma mentre la si guarda. Il festival si conclude con Little body on the wall (Oh corpo, corpo mio gentile, dimmi…), il monologo di Jan Fabre interpretato da Roberto Trifirò, in scena mercoledì 14, giovedì 15 e venerdì 16 ottobre. Il testo racconta la fascinazione tra un performer e una fotografa che analizza il suo corpo attraverso un’ipotetica mostra divisa in undici sale, dedicate alle diverse parti del corpo, trasformandolo nell’oggetto dello sguardo dell’altro. Dal 26 al 30 settembre torna anche il Jan Fabre Teaching Group, condotto da Giorgia Paolillo, attrice, cantante e performer della compagnia Troubleyn / Jan Fabre.
Chi è Jan Fabre
Come è facile capire anche dagli spettacoli in cartellone, il corpo umano è al centro della pratica di Jan Fabre: ciò attorno a cui tutto gira sia nelle sue espressioni performative che nelle arti visive. Nato ad Anversa nel 1958, è cresciuto in una famiglia cattolica, nella quale ha sviluppato un rapporto profondo con gli spazi sacri e con la riflessione spirituale. Simbolismi biblici, malattia, morte, redenzione sono i temi intorno ai quali si articola il suo lavoro.
Nelle arti visive, Fabre ha costruito un linguaggio riconoscibile attraverso l’uso di materiali come ali di scarabeo, ossa e sangue, in opere che restano permanenti come Heaven of Delight (2002), al Palazzo Reale di Bruxelles, e The Man Who Measures the Clouds (1998). È stato il primo artista vivente a cui sono state dedicate mostre personali di grande formato al Louvre, nel 2008, e all’Hermitage, nel 2017, e tra gli eventi collaterali della Biennale di Venezia 2026 è stato anche il primo artista vivente a esporre alla Scuola Grande di San Rocco, dove tre sculture in bronzo dialogano con il ciclo pittorico di Tintoretto nella mostra The Quiet Source.
Parallelamente, Jan Fabre ha fondato nel 1986 la compagnia Troubleyn, con cui porta avanti da quarant’anni un lavoro costruito attorno al concetto di “azione reale e tempo reale”, evidente già in spettacoli come This is Theatre as was to be Expected and Foreseen (1982) e The Power of Theatrical Madness (1984). È l’unico artista ad aver ricevuto per tre volte l’onorificenza della Cour d’Honneur al Festival di Avignone (2001, 2003, 2005), e nel 2015 ha portato in scena Mount Olympus – To Glorify the Cult of Tragedy, performance di 24 ore consecutive dedicata alla tragedia greca.
Un percorso che lo inserisce di diritto tra i giganti del panorama artistico contemporaneo, ma sul quale le vicende personali e giudiziarie gettano un’ombra cupa. Nel 2018 un gruppo di ex danzatori e danzatrici della compagnia Troubleyn ha firmato una lettera aperta in cui denunciava comportamenti sessisti e abusi di potere all’interno del gruppo. Dall’indagine avviata in seguito alla lettera è partito un procedimento penale, che ha portato alla condanna di Fabre mentre altre accuse sono cadute in prescrizione. L’artista, che non si è presentato al processo, si è sempre dichiarato innocente.
Perché è importante parlarne
Il Festival Fabre porta sulla scena la ricerca dell’artista, ma riapre inevitabilmente anche una questione che accompagna da anni il suo lavoro: quanto sia possibile, e fino a che punto sia corretto, separare l’opera dalla persona che l’ha creata. Non esiste una formula valida universalmente e applicabile in ogni situazione, e questa storia mostra quanto questo rapporto possa essere complesso.
La sua storia personale e giudiziaria non può essere ignorata, così come non sembra utile lasciare che finisca per cancellare l’innegabile importanza della sua produzione artistica. Evitare di citarlo e rimuoverlo dal dibatto è ritenuto da alcuni la giusta soluzione, ma in questo modo si rischia di cadere nella semplificazione: quelle vicende, in ogni modo, fanno parte del contesto nel quale il suo lavoro viene oggi guardato e discusso. Affrontarle, senza confonderle con una valutazione dell’opera e senza ignorare la condanna, significa piuttosto riconoscere la complessità del rapporto tra creazione, autore e responsabilità. Significa riconoscere che un’opera può continuare a essere studiata, rappresentata e discussa anche quando la figura dell’autore mette difronte a interrogativi complessi. In questo senso la sua presenza al Teatro Out Off presenta un’occasione per tornare a confrontarsi con quelle questioni: senza rimuoverle, ma anche senza lasciare che finiscano per mettere completamente in ombra un percorso artistico che continua a interrogare il pubblico.
