A Venezia Jan Fabre dialoga con Tintoretto tra simboli e spiritualità

Jan Fabre alla Scuola Grande di San Rocco Andrea Rosseti

Fino al 22 novembre, in occasione della 61esima Biennale di Venezia, tre nuove sculture dell’artista fiammingo entrano in conversazione con uno dei cicli pittorici più straordinari del Rinascimento

Un dialogo tra secoli con l’idea di portare un artista contemporaneo dentro la Scuola Grande di San Rocco a Venezia. Le pareti di quell’edificio sono coperte da Tintoretto, dal pavimento al soffitto, in uno dei cicli pittorici più imponenti e visionari che il Rinascimento abbia prodotto. Chiunque entri con qualcosa da dire deve fare i conti con quella presenza, e sa che il confronto non ammetterà vie di mezzo.

Jan Fabre ha accettato la sfida, e il risultato è “The Quiet Source“, mostra curata da Giacinto Di Pietrantonio e Katerina Koskina, organizzata da Galleria Gaburro e Linda and Guy Pieters Foundation, visitabile fino al 22 novembre tra gli eventi collaterali della 61esima Biennale di Venezia. Tre nuove sculture in bronzo al silicio, installate lungo l’asse centrale dell’edificio, dalla sala al piano terra fino alla Sala dell’Albergo, come una spina dorsale che attraversa l’architettura. Non una decorazione aggiunta, ma una conversazione avviata.

La luce come lingua comune

Il punto di contatto tra Fabre e Tintoretto non è stilistico, ovviamente, ma è profondo. È la luce. La pittura veneziana del Cinquecento, da Giorgione a Tiziano fino a Tintoretto, aveva fatto dello spazio luminoso una dimensione quasi spirituale, qualcosa che vibrava e si muoveva sulla tela come materia viva.

Fabre lavora con il bronzo al silicio, un materiale la cui superficie trattiene e amplifica la luce in modo inaspettato, conferendo alle figure una qualità di presenza che sfida il peso del metallo. Le sculture sembrano quasi galleggiare nello spazio, e questo, nelle sale di San Rocco, non è un effetto casuale.

“Quella luce è la stessa”, ha spiegato Di Pietrantonio, “con cui Fabre crea connessioni tra mondi diversi, riflettendo sulla logica dell’origine attraverso una forte malinconia. Il confronto con Tintoretto non è antitetico ma cooperativo: si costruisce una soglia che permette di osservare due epoche estremamente simili, per quanto ovviamente disomogenee”.

Una trilogia di famiglia e memoria

Le tre sculture formano una trilogia intima, quasi privata, che si dispiega negli spazi pubblici e solenni della Scuola. Al centro ci sono la famiglia, la memoria e la mitologia personale: tutte e tre le figure presentano il corpo dell’artista, ma due portano il volto del padre Edmond, una il volto del fratello Emiel, morto bambino prima che Jan nascesse. Un modo di portare i propri morti con sé nello spazio, di dare loro una forma e una postura nel mondo.

Al piano terra, “The Man Who Holds the Sword (Oath of My Father)” ritrae Fabre con il volto paterno che solleva una spada verso il cielo, in un gesto di giuramento che richiama tanto l’iconografia cavalleresca medievale quanto la missione storica della Scuola, da sempre dedicata alla protezione dei più vulnerabili.

Nella Sala Capitolare, “The Artist as a Stray Dog in His Basket” è forse la più tenera delle tre: l’artista rannicchiato in un cesto in una posa che evoca un cane randagio, con una marmotta sulla schiena, omaggio affettuoso alla moglie Joanna. Il cane richiama anche l’iconografia di San Rocco, il santo patrono della Scuola, tradizionalmente raffigurato accanto all’animale che lo nutrì durante la peste.

La Sala dell’Albergo, sotto la “Gloria di San Rocco” di Tintoretto, ospita “The Man Who Cuts the Grass”: Fabre a carponi, con il volto del fratello scomparso, come se tagliasse fili d’erba con un piccolo paio di forbici. Il gesto evoca un rituale popolare contro gli spiriti maligni, ma la postura, piegata verso il suolo, parla soprattutto di umiltà e vulnerabilità. E poi c’è un dettaglio che trasforma la scultura in qualcosa di più: è stata concepita per essere seduta. I visitatori possono appoggiarsi, toccare, partecipare. Il confine tra contemplazione e interazione, in questa sala straordinaria, diventa deliberatamente poroso.

Chi è Jan Fabre

Nato ad Anversa nel 1958, Jan Fabre è uno di quegli artisti che resistono alle etichette non per vezzo ma per necessità strutturale. Il suo percorso, avviato alla fine degli anni Settanta tra l’Istituto di Arti Decorative e la Royal Academy of Fine Arts della sua città, ha attraversato disegno, scultura, installazione, cinema e performance senza mai stabilirsi in un unico territorio.

Il corpo umano è il suo materiale costante, il punto di ritorno attorno a cui tutto orbita, ma le forme che assume sono ogni volta diverse. Cresciuto in una famiglia cattolica, Fabre ha sviluppato un rapporto profondo con gli spazi sacri e con la riflessione spirituale, che nella sua opera non è mai ornamentale. I simbolismi biblici, la malattia, la morte, la redenzione attraversano il suo lavoro con una coerenza che si riconosce anche quando cambia tutto il resto.

La sua biografia espositiva è, a questo punto, quasi enciclopedica: il Padiglione del Belgio alla Biennale di Venezia nel 1984, la documenta di Kassel, grandi personali al MAXXI di Roma, al Kröller-Müller Museum, al Kunsthaus Bregenz. Ma due tappe segnano in modo particolare la sua relazione con i grandi contenitori della storia dell’arte: nel 2008 fu il primo artista vivente a esporre una grande personale al Museo del Louvre, con “L’Ange de la Métamorphose”, e nel 2017 al Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo con “Knight of Despair / Warrior of Beauty”. Entrare alla Scuola Grande di San Rocco, in questo senso, è coerente con una vocazione che Fabre ha sempre avuto: portare il contemporaneo laddove la storia pesa di più, non per sfidare quel peso ma per sentirlo sulla pelle.