Non sono solo i Padiglioni Nazionali a descrivere il panorama artistico contemporaneo: tra le calli è un fiorire di mostre ed eventi dedicati a grandi artisti internazionali e giovani emergenti
Dal 9 maggio al 22 novembre Venezia diventa l’epicentro dell’arte contemporanea mondiale, con l’area dei Giardini e quella dell’Arsenale come cuore pulsante. Un’edizione, quella di quest’anno, che avrebbe dovuto essere In Minor Keys, secondo le intenzioni della curatrice Koyo Kouoh. Ma tra i Padiglioni Nazionali il rumore di fondo è tutt’altro che silenziato tra polemiche, contestazione, proteste e colpi di scena che hanno stravolto il ruolo della manifestazione.
Contemporaneamente tra le calli di Venezia è tutto un fiorire di mostre di varia natura e carattere. Esposizioni di grandi artisti contemporanei in sedi istituzionali prestigiose e di artisti emergenti in spazi meno convenzionali. Analogamente a quanto succede a Milano nel periodo della Design Week, quando al Salone del Mobile si affiancano gli eventi del Fuorisalone, anche in Laguna l’attenzione viene catturata dagli eventi collaterali.
“Hybrids”, Leandro Erlich al negozio Olivetti
Tra le esposizioni che gravitano nell’orbita della Biennale, quella di Leandro Erlich è tra le più interessanti. Con “Hybrids” l’artista argentino immagina un mondo in cui l’evoluzione ha preso una piega surreale e tutte le creature sono ormai a immagine e somiglianza dell’uomo. Il pianeta è ormai totalmente dominato dall’essere umano che, preso dal suo delirio di onnipotenza, ha smesso di vivere all’interno della natura e ha iniziato a vederla solo come materiale da sfruttare per i propri scopi. Erlich estremizza, attribuendo ad animali e piante caratteristiche umanoidi o trasformandole in manufatti. Un linguaggio giocoso per una distopia non così lontana dalla realtà.
“A quiet Source”, Jan Fabre alla Scuola Grande di San Rocco
Quello alla Scuola Grande di San Rocco è un incontro all’insegna della luce, un dialogo silenzioso tra passato e presente che nasce tra le sculture di Jan Fabre e i dipinti del Tintoretto. Le tre opere in bronzo di silicio che si stagliano con i loro bagliori dorati hanno il corpo di Fabre e il volto del padre e del fratello Emiel, morto prima della nascita di Jan. “A quiet Source” è una riflessione sui temi della famiglia e della memoria, una full immersion in un’atmosfera caratterizzata dalla forte spiritualità nella quale si stagliano come divinità laiche le figure provenienti dalla mitologia personale dell’artista.
Anish Kapoor a Palazzo Manfrin
A Palazzo Manfrin, Anish Kapoor porta il pubblico nel backstage delle sue visioni. Cos’è un’opera d’arte prima di diventare un’opera d’arte? Kapoor lo spiega attraverso modellini, miniature, studi, prove che raccontano la sua ricerca e i processi mentali che conducono alle strutture. Alcuni si riferiscono ad opere esistenti o che verranno realizzate, altri sono tentativi rimasti embrione: tutti però sono uno stimolo a riflettere sullo spazio e sul rapporto che instaura con chi lo abita. Accanto a questi, alcune sculture inedite, tra vanta black che annulla la profondità, specchi deformanti che alterano la percezione, silicone e pigmenti saturi che conducono nelle viscere di noi stessi, annullando lo spazio tra ciò che sta dentro e fuori di noi.
“Do U Dare”, Shrin Neshat a Palazzo Manin
“Do U Dare” è il progetto di Shrin Neshat a Palazzo Manin. Ispirato alla tragica storia di Nasim Aghdam, esplora l’intreccio di connessioni che hanno legato le artiste. Una trilogia di video installazioni che indaga il paradosso tra mondo interiore e mondo esteriore delle donne tra realtà e illusione, tra società americana e prospettiva femminile iraniana. Un ritorno attesissimo per l’artista in Laguna, che propone una delle riflessioni che in questo periodo sono insieme più urgenti e disturbanti: il bisogno ossessivo di essere visti.
“Elegy” di Gabrielle Goliath alla Chiesa di Sant’Antonin
Con “Elegy“, Gabrielle Goliath ha dato vita suo malgrado a uno dei casi più discussi della Biennale 2026. L’opera esposta a Venezia è un aggiornamento di un progetto decennale sui temi del lutto e della riparazione, un video in cui voci di donne nere cantano la loro elegia dedicata alle vite dimenticate. Tra queste la poetessa Hiba Abu Nada, uccisa in un attacco israeliano a Gaza. Una celebrazione che all’occhio del governo sudafricano è risultata potenzialmente divisiva: per questo il Paese ha preferito lasciare vuoto il Padiglione nazionale. Il canto risuona così nella chiesa di Sant’Antonin, dove trova forza e significato nuovo: “Perché di fronte alla cancellazione, alla minaccia e a perdite incommensurabili, osiamo pensare e sognare il mondo in modo diverso”, ha detto l’artista.
“Transforming Energy”, Marina Abramovich alle Gallerie dell’Accademia
Le Gallerie dell’Accademia sono una tappa obbligata per ogni persona che desideri esplorare Venezia nel periodo della Biennale, e quest’anno aprono le porte per la prima volta a un’artista donna vivente. Si tratta di Marina Abramovic che con “Transforming Energy” mette in dialogo la sua ricerca con i capolavori del Rinascimento veneziano. Abramovic, che ha passato una vita a usare il corpo come resistenza alla rappresentazione, è diventata essa stessa alla fine un’icona. Ma la mostra non vuole essere un’autocelebrazione: al contrario vuole invitare il pubblico a rallentare, sdraiarsi, sedersi, sostare, attraversare. Ed è proprio in quello che succede nel frattempo che sta l’opera d’arte.
Jenny Saville a Ca’ Pesaro
La mostra ospitata da Ca’ Pesaro è dedicata alle opere di Jenny Saville, nella prima grande retrospettiva italiana dedicata all’artista. Dai grandi nudi degli anni Novanta, potenti e scomodi, fino ai lavori più recenti ispirati a immagini di guerra, attraverso una trentina di opere l’esposizione ripercorre tutta la carriera di Saville. Grandi dipinti che parlano, o meglio gridano, comunicando attraverso una forza espressiva senza pari. Il corpo, che per la pittrice è monumentale, abbondante, per nulla seducente e sempre in trasformazione, si rivela alla fine come l’unico linguaggio universale.
“Shy Society”, Studio Drift a Palazzo Balbi
Di fronte a Palazzo Balbi, accanto alla Collezione Peggy Guggenheim, “Shy Society” di Drift trasforma il Canal Grande in un palcoscenico immersivo. La luce è la vera protagonista della performance: un’installazione in cui strutture luminose cinetiche sembrano danzare tra acqua e aria. Realizzate in alluminio, acciaio inossidabile, seta e led, rappresentano e riproducono la nictinastia dei fiori, il movimento delle foglie e dei petali che si chiudono di notte e si aprono di giorno. Una riflessione su natura e artificio, in cui luce e movimentano si fondono per creare un legame tra lo spettatore e l’ambiente circostante.
“The Promise of Change”, Michel Armitage a Palazzo Grassi
A Palazzo Grassi Pianult Collction la tavolozza lussureggiante di Michel Armitage parla di violenza, crisi migratoria, tensioni sociopolitiche. Sono oltre centocinquanta opere, molte delle quali di grandi dimensioni, che conducono lo spettatore in un universo onirico e reale insieme, in cui qualcosa di spaventoso sta per succedere o è appena accaduto. Fatti storici e attualità contemporanea ispirano l’artista keniota-britannico, che con un linguaggio ricco e sensibile non esita a mettere in scena temi violenti e difficili che l’arte non può ignorare, ma anzi ha il dovere di portare all’attenzione.
“Helter Skelter”, Arthur Jafa e Richard Prince alla Fondazione Prada
Nelle sale della sede veneziana della Fondazione Prada, Arthur Jafa e Richard Prince danno vita all’incubo americano. “Helter Skelter” è un viaggio a tutta velocità tra le contradizioni della cultura a stelle e strisce, dove sotto la maschera patinata l’orrore è strisciante. Razzismo, violenza, manipolazione delle immagini sono tra i temi affrontati nella mostra con sculture, video, foto e installazioni che partono dal ready made: anche questo, in qualche modo, simbolo di appropriazione. La mostra diventa un deposito tossico dell’immaginario made in Usa, il racconto duro e amaro di un Paese che da terra promessa è diventato un inferno consumato dalla propria violenza.
“Kunsthaus Paradiso”, Caroline Corbetta e gli artisti veneziani a Palazzo Molin Querini
Oltre le grandi istituzioni e le sede espositive blasonate,il progetto ideato e curato da Caroline Corbetta offre un posto in Paradiso ai giovani artisti che abitano a Venezia, quelli che costituiscono la vera scena che vive tra le calli. Pratiche differenti e sensibilità diverse che scorrono lungo i canali, e che la curatrice raccoglie a Palazzo Molin Querini, un edificio abitato prestato a questo progetto ambizioso. In “Kunsthaus Paradiso” per un mese la curatrice vive tra le opere esposte, con gli artisti che vanno e vengono e il pubblico invitato a esplorare uno spazio vivo, fino a perdere i confini tra chi l’arte la crea e chi la fruisce.
