Fino al 29 marzo la mostra in Valle d’Aosta accoglie oltre 200 fotografie, alcuni dei vestiti più iconici e preziosi materiali d’archivio che ripercorrono la carriera di uno dei più straordinari innovatori del fashion system mondiale
Il confine tra arte e moda può essere molto sottile, specialmente quando si parla di Franco Moschino. “Non sono uno stilista. Sono un pittore, un decoratore” si descriveva infatti nel 1991, e anche Jermey Scott lo ha definito “un pioniere del Surrealismo e dell’umorismo nel campo della moda”. Insomma: parlarne semplicemente come di un fashion designer sarebbe riduttivo, anche se gli abiti sono stati il suo strumento espressivo. Il merito di Moschino, prima di quello di aver creato capi iconici che hanno segnato un’epoca, è stato prima di tutto quello di saper leggere la società e i suoi cambiamenti, trasformandoli poi in un codice estetico ben preciso. Pioniere in tutto, un rivoluzionario autentico: pacifista e ambientalista quando questi termini non facevano tendenza, apertamente kitsch ma nel senso più alto del termine, teatrale, visionario, pop, colorato, provocatore, dissacrante. Nei solo 20 anni che è durata la sua carriera, ha segnato un confine: c’è un prima e c’è un dopo.
Il Forte di Bard lo celebra dal 31 ottobre al 29 marzo con una mostra 200 fotografie, alcuni degli abiti più iconici e una selezione di materiali d’archivio che ripercorrono la carriera: “Franco Moschino. Ceci n’est pas une esposition”, a cura di Pier Paolo Pitacco in collaborazione con Catia Zucchetti e con il contributo critico di Giuseppe Mastromatteo, è realizzata in collaborazione con CZ Fotografia e con il patrocinio e il sostegno di ADCI – Art Directors Club Italiano.
Il percorso della mostra
Il percorso che il Forte di Bard dedica a Franco Moschino si apre con una galleria fotografica lunga quaranta metri, che introduce subito il visitatore nel suo universo creativo. Attraverso sei sale tematiche, tra neon, scatti storici, campagne pubblicitarie e abiti vintage originali, viene restituita la complessità di uno stilista che ha sempre usato la moda per parlare d’altro.
Si comincia con il Franco più intimo, attraverso ritratti, bozzetti, aforismi e documenti personali, per passare alla sua rivoluzione pubblicitaria, fatta di slogan irriverenti e messaggi che ribaltano le regole del fashion system. Anche le vetrine delle boutique milanesi diventano opere concettuali, mentre le immagini delle sfilate riportano alla luce le sue battaglie ecologiste e le critiche al consumismo, affidate a un linguaggio capace di essere insieme leggero e radicale. Al centro ci sono gli abiti, naturalmente, ma non come semplici oggetti da ammirare: sono manifesti da indossare, giochi visivi, parodie e dichiarazioni d’intenti.
A completare il racconto, il documentario del 1993 dedicato alla sua vita e al suo lavoro, le interviste ad amici, colleghi e artisti e i filmati originali delle sfilate, con le loro performance spettacolari.
L’importanza di Moschino
Attraverso la moda, Franco Moschino ha commentato la società degli anni Ottanta e primi Novanta, con le sue contraddizioni e la sua ossessione per il consumismo, l’apparenza e lo status symbol. Le sue creazioni sono esplicitamente una parodia critica del mondo della moda, con i codici e i cliché ripresi e rielaborati in chiave ironica e anticonformista. Aggiunge dettagli irriverenti a capi classici, trasforma immagini come come il Golfo di Napoli, la Gioconda e il David di Michelangelo in ciondoli o stampe, prende elementi familiari della cultura italiana come la pasta e la Gazzetta dello Sport e li sposta dal loro contesto originario, trasformandoli in abiti ironici e provocatori.
Dietro questa ironia, dietro ai colori e le trovate spiazzanti c’era uno sguardo lucidissimo sulla società, capace di smontare dall’interno il mondo della moda proprio mentre ne riscriveva le regole. Ed è proprio questa capacità di usare la moda per andare oltre la moda a rendere immortale Franco Moschino.
