La mostra alla Stecca3 di Milano fino al 12 aprile racconta la trasformazione del quartiere Isola nelle foto di Gabriele Basilico: un rinnovamento urbanistico ma che è soprattutto identitario

C’è una zona a Milano che più di ogni altra ha subito un radicale processo di rinnovamento e trasformazione. È il quartiere Isola, che da zona popolare e malfamata è passata a essere epicentro culturale e del divertimento.
Ora sembra strano anche solo pensarlo, ma quello che oggi è un quartiere ricco di bar, ristoranti e centri culturali, per molto tempo è stato una zona poco raccomandabile e dominata dalla microcriminalità. I primi anni Duemila hanno dato inizio a una nuova era, quando la trasformazione di Porta Nuova–Garibaldi ha regalato all’Isola un nuovo skyline e una nuova vita.
Questa forbice di tempo, dagli anni Settanta al 2012, è raccontata insieme a tutti i suoi mutamenti dalle fotografie di Gabriele Basilico, in mostra alla Stecca3 di Milano dal 13 marzo fino al 12 aprile. “L’Isola di Basilico” non racconta solo l’evoluzione di un quartiere: parla di rinnovamento e rinascita, di quello che si diventa e di ciò che si è costretti a lasciarsi alle spalle.
La storia dell’Isola
Prima dell’urbanizzazione, quella che oggi ospita il quartiere Isola era un’area agricola, con cascine che sorgevano su campi isolati tra i canali. Poi, con la realizzazione della ferrovia Milano-Monza e della stazione, la zona tra via Borsieri e Corso Como si è ritrovata ancora più isolata dal resto della città, restando raggiungibile solo tramite ponte pedonale. Un luogo separato da tutto ciò che lo circondava, un’isola appunto, e che tra Ottocento e Novecento ha visto compattarsi il tessuto sociale mentre crescevano fabbriche e attività industriali.
Operai, piccoli artigiani, artisti: gente che viveva umilmente popolava le case di ringhiera tra le viuzze strette. Ma tra loro c’erano anche malavitosi e delinquenti, che piano piano hanno trasformato il quartiere dall’atmosfera accogliente in un luogo praticamente inaccessibile. L’isolamento, anche fisico, dal resto della città e il forte senso di appartenenza dei suoi abitanti, hanno reso progressivamente la zona un luogo pericoloso per chi si trovava ad attraversarla. Un’atmosfera noir che l’ha resa ancora più separata dal resto della città.
Nei primi anni Duemila, la svolta: l’inizio dei lavori di Porta Nuova, terminati nel 2012, hanno portato una rivoluzione che non è solo architettonica e urbanistica. L’Isola ha cambiato faccia di nuovo, sono cambiati i suoi abitanti, l’economia del quartiere e il posto che occupa nell’immaginario dei milanesi.
Le foto di Gabriele Basilico
Nella mostra “L’Isola di Basilico”, gli scatti del fotografo coprono il periodo che va dal 1974 al 2012, mettendo in evidenza questa fase di transito. In questo racconto per immagini il quartiere diventa un territorio vivo ma sospeso, in cui è lo spazio parla prima che lo facciano le persone. Di queste ultime però conserva le tracce nelle case, nelle strade, nei muri ciechi.
Le foto realizzate negli anni Settanta descrivono un quartiere popolare fatto di case di ringhiera e cortili. Una Milano industriale in cui il quartiere è una periferia urbana, non così lontana dal centro eppure totalmente separata da esso.
Ma raccontano anche gli scavi e i cantieri, che hanno cambiato profondamente la pelle di questa parte di Milano insieme al suo skyline. Mentre sorgono i grattacieli, piazza Gae Aulenti e il Bosco verticale, si modifica anche l’identità della zona e di chi la abita. Associazioni culturali, artisti, artigiani, designer e cittadinanza attiva rispondono a questa trasformazione riaprendo spazi abbandonati per creare luoghi di comunità e aggregazione, in un clima cosmopolita e vivace. Allo stesso tempo le case di ringhiera, popolari per antonomasia, sono adesso diventate ambitissime e quasi inaccessibili, soprattutto per la fascia di popolazione proletaria che un tempo le popolava.
Gli scatti di Gabriele Basilico colgono proprio questa fase di mutamento, l’attimo sospeso tra ciò che resta e ciò che cambia, ciò che resiste e ciò che avanza. Non sono un confronto tra prima e dopo ma il racconto di un’evoluzione, senza nostalgia ma senza retorica. Solo uno sguardo lucido su ciò che significa il processo di cambiamento: prepararsi a conquistare qualcosa di nuovo, e arrendersi a dover lasciare indietro una parte di sé.
