Abbandonarsi a Lucrecia Dalt ed entrare in una costellazione astratta e intima: il suo tour in Italia

Lucrecia Dalt Sammy Oortman Gerlings

La colombiana a Milano, Roma, Bologna e Torino per presentare “A Danger to Ourselves”, tra i migliori album del 2025

Ci sono biografie artistiche che sembrano inventate, così improbabili nella loro coerenza rovesciata. Quella di Lucrecia Dalt è una di queste. Nata a Pereira, in Colombia, si è formata come ingegnere civile e ha lavorato per un’azienda geotecnica a Medellín, finché la scoperta della produzione musicale al computer non ha cambiato tutto. Da quel momento ha percorso una traiettoria che l’ha portata da Medellín a Barcellona, poi a Berlino, lasciando in ogni tappa una sedimentazione sonora ben riconoscibile.

Il suo suono è diventato nel tempo qualcosa di difficile da classificare: una musica obliqua e visionaria, con uno spoken da atmosfera noir, con texture elettroniche imprevedibili e radici sudamericane, modellato dall’avanguardia europea, capace di sembrare insieme familiare e profondamente alieno. Una allucinazione geografica, si potrebbe dire, che affiora dalla natura andina per perdersi nei locali di una metropoli notturna. Un’esperienza d’ascolto da rituale ancestrale. Come l’ultima sua produzione, “A Danger to Ourselves”, tra i migliori album del 2025.

Un percorso per tappe, ognuna più profonda della precedente

I primi album solisti, pubblicati nei primi anni Dieci, esploravano territori elettronici con un approccio surrealista. Con il passare degli anni e il passaggio alla label RVNG Intl., la sua musica ha guadagnato profondità concettuale e ampiezza sonora. La trilogia formata da “Anticlines”, “No era sólida” e “¡Ay!” ha consolidato la sua reputazione internazionale, con quest’ultimo riconosciuto come album del 2022 dalla rivista The Wire e presente nelle classifiche di fine anno di Pitchfork, New York Times e NPR.

Nel frattempo, Lucrecia Dalt ha dimostrato una naturale predisposizione per la narrazione cinematografica. Le sue colonne sonore lavorano per sottrazione, costruendo atmosfere inquietanti nella loro apparente delicatezza: dalla serie HBO “The Baby” al film “On Becoming a Guinea Fow”l, fino al recente horror psicologico “The Rabbit Hole”. Il cinema le ha offerto uno spazio narrativo diverso, ma il suo metodo è rimasto invariato: creare ambienti sonori che precedono le parole e sopravvivono alle immagini.

“A Danger to Ourselves”: la confessione come metodo compositivo

“A Danger to Ourselves”, uscito nel 2025, è il lavoro più personale della sua carriera. Se in passato Lucrecia Dalt si era spesso affidata a personaggi e situazioni esterne come specchi per dare forma alle proprie storie, questa volta la direzione è invertita. Tredici tracce costruite a partire da appunti frammentari scritti durante i tour e nei primi giorni di una nuova relazione, trasformati in musica nel gennaio 2024 insieme al percussionista Alex Lázaro.

Il risultato è un album che genera musicalità attraverso l’interazione tra linee di basso, ritmi e dettagli testurali, più che attraverso strutture melodiche convenzionali. La voce rispetto al passato è diventata meno straniante e più umana, capace di muoversi tra spagnolo e inglese con la fluidità di chi pensa in più lingue contemporaneamente.

Le collaborazioni scelte per il disco rispecchiano la sua visione: David Sylvian co-produce e suona la chitarra in alcune tracce, Juana Molina porta la sua deriva liquida e psichedelica, Camille Mandoki e Eliana Joy aggiungono voci che si intrecciano con quella di Dalt in un gioco di specchi sottile. Il basso di Cyrus Campbell e il sassofono di Chris Jonas completano un paesaggio sonoro che sa essere intimo e vasto allo stesso tempo.

Il titolo dell’album deriva da un verso scritto da David Sylvian ed è una dichiarazione di poetica precisa. Essere pericolosi per sé stessi non significa autodistruzione, ma riconoscere la vulnerabilità come condizione necessaria e ineludibile.

Le date italiane

A maggio Lucrecia Dalt porta questo lavoro sui palchi italiani in alcuni appuntamenti. Prima data il 25 maggio all’Arci Bellezza di Milano, e poi a seguire il 27 al Monk di Roma, il 28 al Locomotiv Club di Bologna e il 29 per la nona edizione di Jazz is Dead a Torino. Quello che ci si aspetta dal vivo è un rituale contemporaneo sospeso e costruito come una costellazione di suoni. Per chi ha seguito il suo percorso, sarà l’occasione di vedere fino a dove è arrivata. Per chi la scopre adesso, un ottimo punto di partenza.