A Palazzo Belgioioso, la galleria Thaddaeus Ropac mette faccia a faccia, in un dialogo artistico, il padre dell’Arte Concettuale e la sua più radicale interprete. Fino al 23 luglio
C’è qualcosa di volutamente paradossale già nel titolo: “Dialogues are mostly fried snowballs” (I dialoghi sono per lo più palle di neve fritte). Un’immagine spiritosa e un po’ assurda. Esattamente come piaceva a Marcel Duchamp.
Ed è proprio da questa ironia di fondo che parte la mostra che la Galleria Thaddaeus Ropac ha allestito nella sua sede milanese di Palazzo Belgioioso, mettendo in dialogo due delle figure più sovversive del Novecento: Duchamp stesso ed Elaine Sturtevant, l’artista americana che per decenni ha fatto della ripetizione del lavoro altrui la sua forma d’arte più radicale.
“Abbiamo deciso di fare questo pas de deux tra Marcel Duchamp e Elaine Sturtevant”, racconta Elena Bonanno di Linguaglossa, amministratore delegato della sede milanese della galleria. “L’idea viene da Thaddaeus, e la mostra si basa sul concetto della ripetizione, non dell’appropriazione: un gioco tra ripetizione, differenze, interpretazione dello stesso oggetto”.
Non appropriazione, ma ripetizione
È una distinzione che vale la pena fermarsi a capire. Sturtevant non copiava. Ricostruiva a memoria le opere dei suoi contemporanei (Warhol, Beuys, Duchamp) per smontarle dall’interno, per sezionare il meccanismo che trasforma un oggetto in un’icona.
Nel caso di Marcel Duchamp, questo lavoro durò quattro decenni. Il risultato è una mostra che non è un omaggio: è una conversazione a distanza tra due menti che si riconoscono.
Opere di Duchamp provenienti da un’importante collezione privata europea, tra cui il celebre “Porte-bouteilles” (lo Scolabottiglie, 1914) appeso a dominare la sala principale, dialogano con le ripetizioni che Sturtevant ne ha tratto nel corso degli anni, in forme che vanno dalla fotografia al disegno, dalla scultura al collage.
Il museo portatile e la manovella del caffè
Al centro della sala principale campeggia uno dei pezzi più straordinari in mostra: “De ou par Marcel Duchamp ou Rrose Sélavy, La Boîte-en-valise” (1966), il “museo portatile” che Marcel Duchamp costruì per se stesso. Appartenuta alla moglie Teeny, la valigia racchiude 77 riproduzioni in miniatura delle sue opere, compresa una fotografia del 1936 dello Scolabottiglie scattata da Man Ray.
Poco distante, un’opera di Sturtevant cattura l’attenzione in modo del tutto diverso: “Duchamp Ciné” (1992), con la sua enigmatica manovella di un macinacaffè. “Quest’opera gioca a vari livelli”, spiega Bonanno di Linguaglossa. “Riprende il medium cinematografico, che sia Sturtevant che Duchamp hanno guardato con interesse. E poi Sturtevant, nella costruzione del lavoro, riprende probabilmente il lavoro più importante di Duchamp: Étant donnés, conservato al Philadelphia Museum of Art”.
Quell’opera celebre prevede una porta con un piccolo foro attraverso cui lo spettatore spia la scena. Nell’originale, una figura femminile. Nella versione di Sturtevant, al posto del corpo, i capolavori di Duchamp: l’orinatoio, la pala, lo scolabottiglie. “È un omaggio a Marcel Duchamp”, conclude la direttrice.
Terzo dialogo, stessa vocazione
Quella di Thaddaeus Ropac Milano è ormai una scelta di campo precisa. Dopo aver accostato Georg Baselitz a Lucio Fontana e Valie Export a Ketty La Rocca, la galleria conferma la sua vocazione per i dialoghi a due voci tra artisti che si interrogano a vicenda attraverso il tempo.
“Abbiamo chiesto una serie di prestiti per creare questo dialogo tra due giganti”, dice Bonanno di Linguaglossa. Il risultato è una mostra che arriva in un momento quanto mai opportuno. La rassegna milanese coincide infatti con la grande retrospettiva su Duchamp che apre al MoMA di New York dal 12 aprile.
