Nella mostra a Palazzo Morando, fino al 31 gennaio, centotrenta fotografie ripercorrono settant’anni di concerti milanesi e mettono al centro il pubblico, i locali, i quartieri

Nella foto del concerto dei Fishbone, il frontman Angelo Moore si getta sul pubblico da una scalinata del City Square di Milano, nel 1993. Più che il salto, colpisce quello che c’è intorno: braccia alzate, facce rivolte verso l’alto, un’attesa che si fa corpo. È una delle immagini che meglio spiegano lo spirito di Dal vivo a Milano. La città come palcoscenico della musica, la mostra a cura di Matteo Bordone e Roberto Mutti ospitata a Palazzo Morando | Costume Moda Immagine fino al 31 gennaio.
Ideata e prodotta da Vertigo Syndrome in collaborazione con il Comune di Milano, l’esposizione riunisce centotrenta fotografie, molte inedite, provenienti da archivi pubblici e privati. Ci sono i nomi di Cesare Colombo, Renzo Chiesa, Massimo Barbaglia e Fabio Treves, ma anche scatti di appassionati che andavano ai concerti con la macchina fotografica al collo e che oggi fanno tutt’altro mestiere. Hanno deciso di mettere a disposizione immagini e ricordi, e il risultato è un racconto corale.
Il punto di vista di chi ascolta
La scelta curatoriale è chiara: non si guarda dal lato del palco, ma da quello di chi ascolta. Si cercano inquadrature che allargano lo sguardo al pubblico, al locale, a tutto ciò che di solito resta fuori dallo scatto, anche a costo di “sporcare” l’immagine pur di restituire la sensazione di trovarsi davvero in mezzo a quelle persone.
Così Adriano Celentano al Palalido negli anni Settanta, Chet Baker al Santa Tecla nel 1959 e gli U2 a San Siro diventano pretesti per parlare d’altro: delle mode, degli stili di vita, del rapporto tra gli artisti e il tessuto urbano. Il filo che attraversa il percorso, dagli anni Cinquanta a oggi, è la trasformazione di una metropoli letta attraverso i suoi luoghi della musica: il Lirico e lo Smeraldo, l’Arena, il Rolling Stone.
Milano non era una tappa
Per molti artisti internazionali, raccontano i curatori, Milano non è mai stata una semplice fermata del tour. Arrivavano con l’idea di un’Italia da cartolina e trovavano una città che parla al presente, capitale di moda e design, dove l’industria musicale strutturata incontra un pubblico che sa ascoltare. Le fotografie restituiscono anche quell’equilibrio tutto milanese tra entusiasmo e understatement, tra accoglienza calorosa e rispetto della privacy, in cui star ed esordienti si sono sentiti a proprio agio.
L’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, alla presentazione, ha parlato di un racconto che intreccia innovazione e tradizione, trasformazioni urbane e nuove energie creative. Matteo Bordone ricorda che Milano è indaffarata, ma ha sempre amato quel misto di emozioni e sudore che è un concerto dal vivo. Mutti, dal canto suo, avverte che cedere alla nostalgia impedisce di guardare avanti: per questo i fotografi continuano a raccontare il presente per consegnarlo alla memoria.
Un percorso che si ascolta
La mostra non si limita alle pareti. Installazioni sonore fanno ascoltare i brani eseguiti a Milano dai vari artisti, insieme a frammenti di interviste e testimonianze, notiziari dell’epoca e documentari sulla scena musicale cittadina. Elementi interattivi permettono di esplorare la geografia musicale di Milano e l’identità dei quartieri più legati alla musica, mentre alcune zone di ascolto, in coda al percorso, invitano a immergersi nelle sonorità preferite.
Il public program esce poi dalle sale: incontri con fotografi, giornalisti e promoter che hanno portato la grande musica internazionale in città, visite guidate nei luoghi simbolo della musica dal vivo, workshop sulla fotografia degli eventi musicali e laboratori per ragazze e ragazzi, pensati per avvicinare le nuove generazioni alla storia musicale di Milano.
Il presente, fuori dalla sala
Visitare la mostra oggi ha un sapore particolare. La Milano che si vede in quelle immagini è piena di posti dove suonare e ascoltare, mentre quella di adesso, vetrina internazionale, ne ha sempre meno. Prima la crisi del Covid ha fiaccato e chiuso molti spazi, poi la logica immobiliare e quella dei grandi eventi, tesa a rendere tutto spettacolare, a partire dai prezzi, ha spostato il baricentro e ridotto i luoghi.
Le fotografie non polemizzano, ma lasciano una domanda aperta: che cosa resta di una città quando i luoghi dove si ascolta insieme diventano rari? A Palazzo Morando, tra un’installazione sonora e una zona di ascolto, la risposta sembra stare nel pubblico, che in quegli scatti non è mai sfondo ma protagonista.
