“Che dolore terribile è l’amore”, Daria Deflorian e la memoria come resistenza e cura

Una scena dello spettacolo di Daria Deflores "Che dolore terribile è l'amore" Andrea Pizzalis

Al Teatro Studio Melato dal 30 ottobre all’8 novembre, lo spettacolo nato dal romanzo di Han Kang interroga il modo in cui la memoria può diventare un gesto d’amore

Ci sono incontri letterari che non si esauriscono in una sola stagione. Per Daria Deflorian quello con Han Kang è cominciato nel 2018 con la lettura de “La vegetariana”, un romanzo che è poi diventato spettacolo. Nel frattempo la regista ha letto tutto ciò che della scrittrice era stato pubblicato, da “L’ora di greco” ad “Atti umani”, fino a “Il libro bianco”. Gli ultimi due sono confluiti in “Elogio della vita a rovescio”, costruito insieme a Giulia Scotti per condividere con il pubblico la scoperta di questa scrittura. Entrambi gli spettacoli sono stati ripresi al Teatro Grassi nell’aprile 2026, nell’ambito della personale che il Piccolo Teatro ha dedicato a Deflorian.

Il percorso, nelle intenzioni, doveva chiudersi con la storia della donna che si fa pianta. Poi è arrivato “Non dico addio”, pubblicato in Italia poco dopo l’assegnazione del Nobel, e Deflorian ha capito che quel romanzo completava il disegno. Si passa da una dimensione più privata, comunque sfiorata dalla politica, a una dimensione politica che non smette di custodire le questioni intime. Ne nasce “Che dolore terribile è l’amore”, prodotto da INDEX con una rete di coproduttori che comprende il Piccolo Teatro di Milano, ERT / Teatro Nazionale, il Teatro di Roma, il Festival d’Avignon e il théâtre Garonne di Tolosa. Dopo l’anteprima a Presente Indicativo | Milano Crocevia e il debutto ad Avignone, lo spettacolo torna nella sua forma definitiva al Teatro Studio Melato di Milano, dove sarà in scena dal 30 ottobre all’8 novembre.

Una notte in falegnameria

La storia ruota attorno a due amiche, Gyeong-ha e In-seon, e alla madre di quest’ultima. Gyeong-ha è tormentata da un sogno che ritorna: un cimitero sul mare, tronchi d’albero in parte bruciati, una neve che non smette di cadere e un’acqua che sale lentamente, pronta a portarsi via lapidi e resti. Un giorno le arriva un messaggio da In-seon, che vive sull’isola di Jeju. Si è ferita mentre lavorava il legno ed è stata portata d’urgenza sulla terraferma, ma a casa è rimasto un uccellino che rischia di morire di fame.

Da questo gesto minuscolo prende avvio un viaggio dentro una delle pagine più buie della storia recente della Corea del Sud, la sanguinosa repressione della rivolta di Jeju del 1948. L’azione si concentra in una sola notte, nella falegnameria che In-seon ha ricavato dal vecchio deposito di mandarini della madre. Tutto ciò che viene evocato è accaduto prima o accadrà dopo, mentre il presente vero appartiene ai dialoghi con i fantasmi.

Tre donne, due legami

In scena, accanto a Daria Deflorian, ci sono Maria Grazia Mandruzzato e Monica Piseddu. Le tre figure incarnano i due rapporti su cui poggia la resistenza affettiva del racconto: l’amicizia tra le protagoniste e l’amore tutt’altro che scontato tra madre e figlia. Sono legami fragili e ostinati, come le immagini a cui si aggrappa chi non vuole dimenticare. Viene in mente la formula con cui il filosofo Georges Didi-Huberman parla di un “archivio d’amore”, dove la sopravvivenza passa attraverso tracce interrotte, vicine a sparire e tuttavia ancora presenti.

Oltre i nomi e le cifre

Il punto d’incontro tra la regista e la scrittrice sta in un rifiuto preciso: ridurre le tragedie collettive a un elenco di luoghi e a un conteggio di vittime. La violenza, nel romanzo, livella ogni singolarità. La speranza di chi cerca, invece, riesce a strappare una persona all’oblio e, così facendo, a illuminare anche le altre vite spezzate che le stanno intorno.

Per avvicinarsi a un passato che non vuole passare, suggerisce lo spettacolo, serve lasciarsi attraversare dalla fragilità umana e da tutto ciò che inevitabilmente ci tocca. Deflorian trova nella poetica di Han Kang il terreno ideale per farlo, perché la scrittrice coreana accosta senza fratture il reale e il fantastico: amiche di cui non si capisce più se siano vive o morte, una notte che sprofonda come un abisso marino. È un materiale che il teatro sa accogliere, perché vive anch’esso di presenze che appaiono e scompaiono davanti a chi guarda.