Dopo 35 anni di assenza l’artista futurista torna a Milano. Fino al 2 agosto quaranta opere trovano dimora nelle stanze del palazzetto neorinascimentale di via del Gesù
Da una casa a un’altra, da un tempo a un altro. Con le sue opere Fortunato Depero è ospite, è proprio il caso di dirlo, delle stanze del Museo Bagatti Valsecchi di Milano.
La mostra realizzata in collaborazione con il Mart di Rovereto mette in dialogo, fino al 2 agosto, l’artista con Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi. Mondi, idee, soluzioni, pensieri a prima vista distanti tra loro, ma che a ben guardare non lo sono poi così tanto. Li accomuna in fondo il medesimo desiderio: quello di abitare dentro spazi sospesi tra antico e contemporaneo.
I fratelli Bagatti Valsecchi, infatti, a fine Ottocento hanno scelto lo stile neorinascimentale per la loro casa, senza però rinunciare alla modernità dell’acqua corrente, del riscaldamento e dell’illuminazione elettrica. Analogamente Fortunato Depero, ha allestito un museo moderno in un edificio cinquecentesco integrando le opere futuriste in un contesto arcaico.
Si sono mossi in direzione opposta, ma alla fine i fratelli milanesi e l’artista trentino sono approdati a uno stesso risultato: la creazione di un luogo fuori dal tempo. Uno spazio in cui passato e presente, ma anche futuro, trovano il modo di entrare in relazione.
Il percorso espositivo parte da questa affinità di fondo. Depero e i Bagatti Valsecchi nella realtà non si sono mai conosciuti, ma la mostra crea una sorta di metaverso in cui i tre finalmente si incontrano e intrecciano una conversazione avvincente sul significato del tempo, sul valore della memoria e sulle incognite del domani.
Fortunato Depero incontra i fratelli Bagatti Valsecchi
In Depero Space to Space. La creazione della memoria i mondi di Fortunato Depero e dei fratelli Bagatti Valsecchi si incontrano in maniera suggestiva. La selezione di quaranta opere, realizzate tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta, arredano gli spazi della Casa Museo, in alcuni casi sostituendo opere storiche e in altri completando gli spazi.
Passando da una sala all’altra il visitatore incontra temi e immagini cari a Depero. C’è il circo e l’equilibrio dinamico, ma anche lo studio dei costumi tradizionali che tanto l’ha appassionato nel corso della sua vita. Non manca ovviamente il riferimento alla bottiglia del Campari Soda (il cui design è figlio dell’inventiva di Depero), con l’esposizione dell’ultimo oggetto pubblicitario realizzato dall’artista e dedicato alla bevanda.

Conclude la visita la rievocazione del ViBi Bar, Vino-Birra Bar, il leggendario locale dove Depero nel 1937 creò la decorazione con sette tarsie in panno inserite in una boiserie. Un luogo reso sospeso e magico dall’illuminazione soffusa e misteriosa, in cui alcuni sgabelli invitano a sedersi e lasciarsi trasportare in un’altra epoca, in un altro luogo.
Una mostra da vedere… e da ascoltare
Depero Space to Space non è solo una mostra da osservare, ma anche da ascoltare. La voce dell’artista accoglie il visitatore all’ingresso con sonorizzazioni di citazioni di Depero recitate da Massimiliano Speziani. La sosta al ViBi Bar è accompagnata da una musica che ricorda i motivi in voga alla fine degli anni trenta. E il miagolio di un gatto invisibile (sintetico, non reale, in continuità con la filosofia futurista), fa compagnia al visitatore durante il percorso e ne amplifica la meraviglia.
Le sonorizzazioni sono state realizzate da Gaetano Cappa, dell’Istituto Barlumen, che rende omaggio all’interesse di Depero per il mondo sonoro. Pare che l’artista non fosse particolarmente dotato per la musica e per il canto. Tuttavia il suono è una costante nella sua arte: dalle tavole parolibere in cui le onomatopee verbali e grafiche si fanno ascoltare con gli occhi, alle sue liriche radiofoniche scritte per essere declamate e trasmesse.
Un dialogo che funziona davvero
Ci sono voluti due anni di progettazione e di studio per regalare a Depero il soggiorno milanese che meritava, dopo 35 anni di assenza dalla città.
Con Milano aveva costruito un rapporto speciale, facendone un po’ la sua seconda casa. Forse, nei suoi andirivieni dalla Val di Non alla metropoli lombarda, non avrebbe mai immaginato di trovare un giorno alloggio nelle sale del Museo Bagatti Valsecchi. Ma soprattutto non avrebbe forse creduto di trovarsi così a proprio agio nelle stanze e tra gli arredi neorinascimentali del palazzetto di via del Gesù.
Eppure le sue forme, le sue immagini, i suoi colori, instaurano un dialogo coinvolgente e non scontato (al quale non manca nemmeno un pizzico di ironia) con la mobilia, le tappezzerie e le suppellettili del palazzo.
Merito anche dell’intuito di Nicoletta Boschiero e Antonio D’Amico, curatori della mostra, e di Giovanni Sanna dello studio a-fact, che hanno saputo vedere e trovare i punti di incontro per far partire una conversazione così stimolante tra l’artista e la sede espositiva.
