L'”Helter Skelter” di Jafa&Prince: benvenuti nell’incubo americano

alcune opere della mostra Helter Skelter Ufficio Stampa

Oltre cinquanta opere dei due artisti tra fotografie, video, installazioni, sculture e dipinti sono ospitate dal 9 maggio al 23 novembre occupano i due piani della Fondazione Prada a Venezia: una critica senza mezzi termini alla culture a stelle e strisce

“Helter skelter” è il nome di un’attrazione molto amata nei luna park. Una torre molto alta, con uno scivolo a spirale dal quale scendere a tutta velocità. Ma è anche un modo di dire colloquiale, che indica confusione. E pure una canzone dei Beatles, scritta da Paul McCartney: un brano sporco e violento, insolito per la band inglese, considerato il primo embrione di quello che sarebbe stato l’heavy metal. È poi il nome dell’Apocalisse di Charles Manson, le due parole scritte nella casa del massacro di Cielo Drive. E ancora il titolo di una mostra al Museum of Contemporary Art di Los Angeles del 1992, che non includeva alcun artista nero.

Helter Skelter oggi è il titolo dell’esposizione che la Fondazione Prada di Venezia dedica alle opere di Arthur Jafa e Richard Prince, uno degli eventi collaterali della Biennale 2026. Ed è un po’ tutto questo insieme: un grande turbinio adrenalinico di immagini e suoni in cui la cultura pop americana seduce ma, sotto la maschera, rivela i suoi orrori. Oltre cinquanta opere, tra fotografie, video, installazioni, sculture e dipinti sono ospitate dal 9 maggio al 23 novembre nei due piani di Ca’ Corner della Regina per una denuncia chiara e lampante al sogno americano che sempre più si sta trasformando in un incubo.

I temi della mostra

I temi della mostra sono quelli che animano il dibattito contemporaneo: razza, identità, violenza, desiderio, manipolazione delle immagini, cultura delle celebrità e costruzione del mito americano. Per Arthur Jafa e Richard Prince gli Stati Uniti sono un enorme archivio visivo da saccheggiare e decostruire, mettendo in relazione pubblicità, cinema, pornografia, social media, musica e immaginario popolare. Quello che raccontano un Paese attraversato da contraddizioni profonde: “Un Paese segnato per sempre dal suo passato schiavista; un Paese definito dalle straordinarie tradizioni musicali radicate nella cultura Black; un Paese capace di trasformare i propri limiti in punti di forza; un Paese di spiritualità, preghiera e libertà di espressione; un Paese di proteste, sottoculture, umorismo e celebrità”, per dirlo con le parole della curatrice Nancy Spector.

La mostra affronta anche il tema della “whiteness”, l’identità bianca come costruzione culturale, e quello della mostruosità, intesa come deformazione sociale e psicologica. Corpi, volti, personaggi marginali e figure ibride popolano il percorso espositivo, trasformando Ca’ Corner della Regina in una sorta di paesaggio mentale dell’America contemporanea. Un luogo in cui il sogno di libertà e progresso si intreccia continuamente con repressione, paura e violenza.

Le pratiche artistiche di Jafa & Prince

Il punto da cui partono Arthur Jafa e Richard Prince nelle loro pratiche artistiche è comune: l’appropriazione di immagini e materiali provenienti dalla cultura visiva americana. Le loro traiettorie sono però differenti. Prince è uno dei pionieri dell’appropriation art. Fin dagli anni Settanta rifotografa pubblicità, immagini mediatiche e icone popolari per smascherare i meccanismi di desiderio, consumo e costruzione della mascolinità americana. Jafa, invece, lavora su montaggi video, collage digitali e archivi visivi per indagare l’esperienza afroamericana. nelle sue opere si intrecciano memoria storica, violenza, musica e spiritualità Black.

Per entrambi, l’esperienza del ready made (da Duchamp in giù) è una fonte di ispirazione, una stella polare, che definisce il loro DNA. Seguendo la lezione dell’artista francese, nelle loro opere i due artisti prelevano frammenti già esistenti dal flusso mediatico contemporaneo e li ricontestualizzano. In questo modo li trasformano in lenti attraverso cui guardare, e provare a comprendere, le profonde della società statunitense.

Cosa aspettarsi dalla mostra

Il visitatore che affronta l'”Helter Skelter” della Fondazione Prada si trova ad entrare in un gigantesco deposito tossico dell’immaginario americano. Nel palazzo settecentesco, i lavori di Jafa e Prince sono reperti sporchi, corrosi e spesso fisicamente disturbanti. Ci si muove tra rottami metallici, immagini pornografiche, volti deformati, pubblicità manipolate, frammenti di cinema e cultura pop trasformati in residui di un Paese consumato dalla propria violenza.

Fin dalla monumentale installazione legata all’estetica dei monster truck e degli esplosivi che si trova all’ingresso, la mostra mette in scena un’America muscolare e traumatizzata, dove emancipazione e distruzione sembrano coincidere. La mostra trasforma gli Usa in paesaggio mentale fatto di trauma, desiderio, memorie e macerie culturali. Dalla brutalità della schiavitù evocata da “Ex-Slave Gordon”, che trasforma la figura dello schiavo fuggito e frustato in emblema della violenza storica americana, al video “BEN GAZARRA” con cui Arthur Jafa rilegge “Taxi Driver”, fino ai corpi sessualizzati, ai personaggi marginali e alle celebrità consumate dal sistema mediatico che attraversano le opere di Richard Prince: la storia americana viene dissezionata e i suoi fantasmi tornano l’uno dopo l’altro come in un incubo ricorrente.