Palazzo Velli apre le porte a una retrospettiva imperdibile per ricordare il maestro scozzese scomparso nel 2025

Ci sono artisti che la critica ignora e il pubblico ama perdutamente. Jack Vettriano era uno di questi. E ora, a pochi mesi dalla sua scomparsa, Roma gli rende omaggio con una mostra che ha tutto il sapore di un congedo affettuoso. Dal 12 febbraio al 5 luglio, Palazzo Velli diventa il tempio di un pittore scozzese che non ha mai smesso di sorprendere.
In mostra oltre 80 opere, dieci olii su tela, lavori su carta museale a tiratura unica, un ciclo di fotografie scattate direttamente nel suo studio dal ritrattista del Sunday Times Francesco Guidicini, e persino un video in cui Vettriano parla di sé, della sua pittura, della sua vita sospesa tra il carbone della Scozia e il glamour delle sale da ballo. L’esposizione è curata da Francesca Bogliolo e organizzata da Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci di Pallavicini s.r.l., in collaborazione con Jack Vettriano Publishing.
Dal pozzo minerario al cavalletto: una storia che sa di romanzo
Se Jack Vettriano non fosse esistito, qualcuno avrebbe dovuto inventarlo. La sua vita ha la trama di un romanzo vittoriano, con tanto di riscatto sociale, talento sbocciato in ritardo e un finale degno di un quadro del maestro stesso, elegante, malinconico, pieno di luce obliqua. Nato Jack Hoggan nella contea di Fife, sulla costa scozzese che si affaccia sul Mare del Nord, cresce in una famiglia di minatori.
A dieci anni lavora già. A sedici lascia la scuola per diventare apprendista tecnico minerario. Non esattamente il profilo del futuro artista più venduto della Scozia. Il colpo di scena arriva a ventun anni, con un regalo di compleanno: un set di pennelli e acquerelli. Da lì, tutto cambia. Nessuna accademia, nessun maestro, nessuna borsa di studio. Solo lui, i colori e un’ostinazione silenziosa.
Edimburgo, 1988: due quadri, primo giorno, tutto esaurito
Quasi quindici anni di pittura solitaria prima di varcare la soglia di un ambiente artistico professionale. Nel 1988, la Royal Scottish Academy di Edimburgo gli apre finalmente le porte. Il debutto è folgorante: entrambi i dipinti esposti vengono venduti il primo giorno di apertura. Non male per un autodidatta che la critica guardava già con un certo cipiglio.
Trasferitosi definitivamente a Edimburgo, Hoggan sceglie di reinventarsi anche nel nome, adottando Vettriano, il cognome della madre, figlia di un emigrante italiano originario della provincia di Frosinone. Un omaggio alle radici italiane che suona quasi come una premonizione: l’Italia lo avrebbe amato.
Il maggiordomo che canta: quasi 750.000 sterline e una canzone di Sinatra
Pochi quadri del Novecento hanno conquistato l’immaginario collettivo con la stessa forza de “Il maggiordomo che canta” (The Singing Butler). Una coppia danza sulla battigia in una giornata grigia e ventosa, protetta dagli ombrelli di una cameriera e di un maggiordomo che, nell’universo mentale di Vettriano, intona sottovoce “Fly Me to the Moon” di Frank Sinatra.
Romantici, incuranti della pioggia, sospesi in un momento che non vuole finire. Nel 2004, da Sotheby’s, quel quadro viene battuto per quasi 750.000 sterline. Un risultato clamoroso che la critica ufficiale fatica ancora ad accettare, ma che dice tutto sul legame profondo tra Vettriano e chi lo guarda.
Noir, sensualità e atmosfere da film: il mondo secondo Vettriano
I suoi quadri sono set cinematografici immobili. Donne dalla bellezza inquieta, uomini in abito scuro, camere d’albergo lussuose, club fumosi, sale da ballo illuminate da luce soffusa. L’amore nei suoi dipinti è sempre doppio: romantico e turbato, desiderabile e irraggiungibile.
C’è qualcosa di Hopper, qualcosa di film noir anni Quaranta, qualcosa di profondamente umano che scavalca mode e tendenze. La critica d’arte ufficiale non gli ha mai perdonato né la formazione da autodidatta né quella che definiva, con una certa sufficienza, estetica leggera.
