Con “Vedere le cose (per A.S.)”, l’artista americano trasforma una riflessione filosofica di Alberto Savinio in presenza permanente nello spazio urbano

Ventotto metri di neon bianco lungo il fianco del Museo del Novecento di Milano, su via Marconi. Una scritta luminosa occupa l’intera parete laterale dell’edificio. La frase è di Alberto Savinio: “Il presente, che è nel tempo quello che la facciata è nello spazio, impedisce di vedere le cose in profondità”. L’opera, realizzata nel 2025, è firmata da Joseph Kosuth e il Comune di Milano ed entrata a far parte della collezione permanente del museo.
Con “Vedere le cose (per A.S.)“, l’edificio cambia volto con una citazione che diventa parte permanente dell’architettura cittadina, leggibile da chiunque percorra quella strada, di giorno o di notte.
La frase di Savinio diventa struttura architettonica
La citazione che Kosuth ha scelto proviene dagli “Scritti dispersi” di Savinio ed è un omaggio al pensiero metafisico dello scrittore. Una frase che parla proprio di facciate, di superficie e di profondità, e che viene significativamente applicata a una facciata vera: quella del museo che ospita la sua eredità metafisica insieme a quella di De Chirico e degli altri protagonisti del Novecento italiano. Il risultato è un cortocircuito diretto tra il contenuto dell’opera e il luogo che la accoglie. La frase, così, non commenta più solo se stessa: commenta anche il gesto di essere lì, scritta su un muro, visibile a chi passa senza dover entrare per cercarne il senso. È un meccanismo tipico del lavoro di Kosuth, che da sempre usa il linguaggio non per descrivere un oggetto ma per far coincidere il contenuto di un’opera con la sua stessa collocazione fisica.
Per realizzarla, Kosuth ha utilizzato il neon bianco, un materiale ricorrente nella sua produzione, tramite il quale trasforma il linguaggio in materiale artistico. Lo scopo è quello di spostare l’attenzione dall’oggetto visivo all’idea e alla costruzione del significato. Illuminate al neon, le parole appaiono come pensieri “fugaci”. Sembrano fluttuare nell’aria e si fondono con l’ambiente, così da trasformare lo spazio in un luogo di riflessione filosofica.
Un museo che si allarga oltre le proprie mura
Questa stessa logica, quella di un’opera che agisce nello spazio in cui si trova invece di limitarsi a occuparlo, è coerente con il momento che il Museo del Novecento sta attraversando. L’installazione arriva infatti mentre è già stato avviato il cantiere per l’ampliamento nella seconda torre dell’Arengario. L’opera di Joseph Kosuth, come ha sottolineato l’assessore Tommaso Sacchi, getta idealmente un ponte verso questo nuovo spazio, capace di accompagnare il museo fino alle soglie del contemporaneo.
Il progetto nasce inoltre nel contesto di “Metafisica/Metafisiche”, la mostra diffusa curata da Vincenzo Trione e prodotta da Palazzo Reale, Museo del Novecento, Grande Brera-Palazzo Citterio e Gallerie d’Italia con Electa, conclusa il 21 giugno. L’esposizione è giunta al termine, ma l’opera di Kosuth ne prolunga la riflessione portandola nello spazio pubblico, dove resterà visibile in modo permanente.
In questo senso l’installazione ha una funzione che va oltre l’ambito strettamente artistico: rende accessibile a chiunque percorra la strada un pensiero che normalmente resterebbe confinato dentro un libro o al massimo nelle sale museali, e rafforza il ruolo del museo come presenza attiva nel tessuto urbano milanese.
Chi è Joseph Kosuth, e perché lavora così
Per capire fino in fondo perché un’opera del genere trovi posto proprio su una facciata, aiuta ripercorrere il lavoro di chi l’ha realizzata. Joseph Kosuth nasce a Toledo, in Ohio, nel 1945, e dagli anni Sessanta è tra le figure che hanno definito l’arte concettuale a livello internazionale. Il lavoro che lo rende noto, “One and Three Chairs” del 1965, affianca una sedia reale, la sua fotografia e la definizione da dizionario della parola “sedia”: tre modi diversi di dire la stessa cosa, nessuno dei quali coincide del tutto con l’oggetto, a dimostrare che il significato di una cosa non sta nella cosa stessa ma nei sistemi di linguaggio con cui la definiamo. Da quel lavoro in poi, la sua ricerca si concentra sul linguaggio più che sull’immagine, e il neon diventa uno degli strumenti ricorrenti proprio perché permette alla parola di esistere come oggetto fisico, non come testo su una pagina.
“Vedere le cose (per A.S.)” applica esattamente questo principio alla facciata del Museo del Novecento: non un’illustrazione del pensiero di Savinio, ma la sua trasformazione in presenza reale, misurabile in metri, accesa ogni sera sulla città.
